La riforma della legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle imprese, approvata dal ieri (4 agosto) dal Consiglio dei ministri, allarma la Cgil. L'esecutivo rivendica un intervento per semplificare gli adempimenti e garantire maggiore certezza alle aziende, il sindacato denuncia invece il rischio di uno svuotamento di uno degli strumenti più efficaci nel contrasto allo sfruttamento del lavoro, agli infortuni e alle irregolarità lungo la filiera degli appalti. Per Alessandro Genovesi, responsabile Contrattazione inclusiva, appalti e lotta al lavoro nero della Cgil nazionale, il governo sta introducendo "surrettiziamente dei veri e propri scudi", destinati a depotenziare la responsabilità organizzativa delle imprese committenti.

I punti dolenti

La 231 introduce in effetti alcuni dettagli che fanno “pensare male”. Innanzitutto, l'onere invertito stabilisce che per condannare l'impresa non basterà provare il vantaggio. Il pm dovrà invece indicare e dimostrare la falla organizzativa. Poi, i controlli e procedure basati sulle linee guida imprenditoriali sono considerati in partenza adeguati, mentre l'azienda può estinguere un illecito, correggendo il modello, riparando le conseguenze e restituendo il profitto, ed evitando così la condanna. Ci saranno infine meno sanzioni, con il sequestro revocabile con cauzione, patteggiamento più largo e multe ridotte o escluse per le Pmi.

L'intervento recepisce molte delle richieste avanzate negli ultimi mesi da Confindustria. All'assemblea annuale dello scorso 26 maggio, il presidente Emanuele Orsini aveva definito la riforma della legge 231 una priorità, sostenendo che la normativa fosse diventata "quasi solo punitiva" e troppo vicina a forme di responsabilità oggettiva per le imprese. Da qui la richiesta di una modifica immediata, ora accolta dal governo.

Lo confessa candidamente anche la presidente del consiglio Meloni: "Manteniamo un impegno preso con le imprese di questa nazione con un provvedimento a costo zero - ha dichiarato - Il messaggio è chiaro: la responsabilità d'impresa non può trasformarsi automaticamente in criminalizzazione d'impresa".

"Niente colpi di mano"

La richiesta della Cgil, invece è netta: fermare l'iter della riforma e aprire un confronto con le parti sociali. "Niente colpi di mano sulla legge 231 del 2001 in materia di responsabilità di impresa e di prevenzione dello sfruttamento e degli infortuni gravi lungo la filiera degli appalti. Il Governo apra un tavolo con le parti sociali prima di varare nuove norme ed eviti di introdurre surrettiziamente dei veri e propri scudi depotenziando di fatto la responsabilità organizzativa delle imprese committenti", afferma Genovesi.

Secondo il dirigente sindacale, una riforma di questa portata non può essere costruita esclusivamente attorno alle esigenze delle imprese, perché riguarda direttamente la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, soprattutto nei settori caratterizzati da filiere produttive complesse e da un ricorso diffuso agli appalti.

"Aggiornare la legge, non svuotarla"

Il sindacato respinge inoltre l'idea di essere contrario a qualsiasi modifica della normativa. Al contrario, ricorda di aver avanzato negli anni diverse proposte per aggiornare la legge ai nuovi modelli produttivi.

"Siamo stati tra i primi ad avanzare proposte per aggiornare la 231/01 ai nuovi contesti produttivi e tecnologici, ad individuare possibili linee guida per definire dei Modelli Organizzativi e Gestionali di filiera in grado di garantire realmente controlli lungo la catena degli appalti, qualificare al meglio le imprese fornitrici, individuare procedure di reale verifica del funzionamento organizzativo dei diversi cicli produttivi. Ma sempre nell'ottica di responsabilizzare i committenti e non di rendere di fatto il tutto più opaco o peggio di rendere più difficile ad investigatori, sindacati, istituzioni combattere evasione fiscale, sfruttamento della manodopera, errata organizzazione del lavoro", sottolinea Genovesi.

Il nodo dell'onere della prova

Il punto più contestato riguarda il nuovo impianto della responsabilità delle imprese. La riforma modifica infatti il meccanismo previsto dalla legge 231, spostando sul pubblico ministero l'onere di dimostrare non solo il reato, ma anche le specifiche carenze organizzative che lo hanno favorito. Una scelta che rischia di rendere molto più difficile accertare le responsabilità dei committenti.

"Il Governo rischia di stravolgere infatti l'attuale impianto della norma, di invertire l'onere della prova secondo il principio per cui un committente può anche non sapere che chi lavora per lui lo fa impiegando lavoratori irregolari o violando le norme fiscali e previdenziali o peggio mettendo a rischio la vita dei dipendenti. E se non lo sa non è più un suo problema. Siamo alla legalizzazione dell'assenza di responsabilità, siamo alla legittimazione della concorrenza sleale tra imprese", denuncia il responsabile della Cgil.

Risultati concreti

Per il sindacato, l'attuale disciplina ha dimostrato negli anni di essere uno strumento decisivo per contrastare lo sfruttamento e migliorare l'organizzazione del lavoro. "Numerose sono le indagini aperte da diverse procure e dalle forze dell'ordine, da Milano a Prato, dalla Liguria alle Marche alla Sicilia, che spesso portano le aziende stesse a cambiare i propri modelli, a regolarizzare migliaia di lavoratori e lavoratrici sfruttate, proprio in virtù del principio di omessa vigilanza e colpa di organizzazione che è in capo ai committenti", ricorda Genovesi.

Secondo la Cgil, proprio la responsabilità organizzativa prevista dalla legge ha spinto molte imprese a rafforzare i sistemi di controllo interni e a vigilare con maggiore attenzione sulle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera.

Fermare la riforma e aprire il confronto

“Il Governo Meloni afferma di non voler criminalizzare le imprese, ma il provvedimento approvato ieri compromette gravemente la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, esposti tutti i giorni a infortuni, anche mortali. Una scelta che rappresenta un arretramento sul fronte della sicurezza, a tutto vantaggio di quelle aziende che scelgono di risparmiare su sicurezza e legalità”. È quanto afferma la segretaria confederale della Cgil, Francesca Re David.

Per la dirigente sindacale: “Il provvedimento è fortemente negativo, sia nelle premesse sia nell’articolato. Nel merito, la previsione di una presunzione di conformità dei modelli e dei sistemi aziendali di organizzazione in materia di salute e sicurezza rappresenta una scelta già smentita da numerosi pronunciamenti giurisprudenziali. Ciò che deve rilevare non è la mera esistenza formale di un modello, ma la sua effettiva capacità di prevenire gli infortuni, la sua adeguatezza e la sua concreta attuazione. In altre parole, non può bastare un documento, per quanto formalmente corretto, a costituire uno schermo rispetto alle responsabilità amministrative o penali”.

“Inoltre - prosegue Re David - è particolarmente grave la scelta di invertire l’onere della prova, perché rischia di deresponsabilizzare le imprese e di rendere molto più difficile accertarne le responsabilità. Si indebolisce così uno dei principali strumenti di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, aumentando il peso probatorio a carico delle vittime e dell’accusa. È un passo indietro che riduce le garanzie per le lavoratrici e i lavoratori, e favorisce ancora una volta la catena degli appalti”.

“È un modello di impresa che uccide quello che si nasconde dietro la parola ‘semplificazione’. Una scelta che deve essere fermata prima della conversione in legge”, conclude Re David.