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Nonostante il prezzo della benzina sia sopra i due euro al litro (mentre quello del petrolio è diminuito), nonostante che Arera abbia annunciato l’aumento del 9,7% delle bollette del gas per i vulnerabili e anche quelle della luce, nonostante l’Istat preveda per giugno una diminuzione rispetto al mese precedente dell’1% della produzione industriale, il ministro dell’Economia Giorgetti annuncia altri 22 miliardi di euro per le spese militari.
“Una follia” questo il commento netto del segretario nazionale della Cgil Christian Ferrari, che ha aggiunto: “Nel motivare la decisione di attivare la clausola di salvaguardia per investire ulteriori 21,7 miliardi nella difesa, il ministro Giorgetti ha sostenuto che non si diserta dai propri doveri. È esattamente quello che il governo ha scelto di fare: disertare dal dovere di affrontare le vere emergenze degli italiani".
Sì, sembra davvero che la razionalità sia fuggita dal governo. O forse, meglio, le convenienze e le priorità per chi siede a Palazzo Chigi non sono quelle che interessano ai cittadini e alle cittadine. Per il sindacalista “è una follia spendere 22 mld in armi mentre nel Paese imperversa una crisi energetica, industriale e sociale”.
È di queste ore la denuncia dell’infettivologo Crisanti: case e ospedali di comunità appaltate a cooperative private in Lombardia perché non ci sono i soldi per assumere medici e infermieri. La spesa per la sanità pubblica non solo ha raggiunto i minimi storici, ma con la prossima legge di bilancio rischia di diminuire ulteriormente mentre i soldi per le armi si trovano.
“Ci indebitiamo - aggiunge Ferrari - non per finanziare una sanità pubblica sempre più in difficoltà; non per affrontare l'emergenza salariale, restituire il fiscal drag e rimediare a un'inflazione che pesa soprattutto su lavoratori e pensionati; non per mettere in campo politiche industriali in grado di invertire il declino produttivo in corso, rilanciando un intervento pubblico diretto, indispensabile per dare una prospettiva ai numerosi settori in crisi, dall'automotive alla siderurgia, a partire dall'ex Ilva, come richiesto unitariamente dai sindacati confederali; non per investire nelle energie rinnovabili, le uniche in grado di abbassare le bollette e di garantirci l'autonomia energetica (c'è infatti il rischio concreto che i 14 miliardi attivabili in questo ambito finiscano per coprire progetti già in essere, anziché sostenerne di nuovi). Lo facciamo, invece, per aumentare la spesa in armi: una scelta che non garantirà maggiore sicurezza, ma contribuirà soltanto ad allontanare la pace”.
Già, la pace: nel mondo non si contano più i teatri di guerra, alimentati dall’aumento della produzione di armi. Si contano, invece, anche se per difetto, i morti quotidiani a Gaza pure se non fanno più notizia. E anche dei morti in Ucraina si parla sempre meno. L’articolo 11 della Costituzione afferma che “l’Italia ripudia la guerra”. “Ripudia”: termine scelto dopo lunga riflessione e discussione dalle madri e dai padri costituenti per dare forte il segno che noi dovremmo essere costruttori di pace. Articolo che non solo abbiamo abbandonato ma che rischiamo di “ripudiare”, visto che il governo Meloni ha deciso di investire nella guerra. Anche per questo articolo, forse, la destra la Costituzione la vuole cambiare.
Per Ferrari “vengono così al pettine le scelte irresponsabili assunte dall'esecutivo sia in ambito Nato (con l'impegno a portare le spese militari al 5% del Pil) che con il ReArm Europe. Si conferma, in definitiva, una strategia di politica economica tutta incentrata sul binomio austerità e riarmo, che sarà l'asse portante anche della prossima manovra di bilancio”.
Ventidue miliardi chiesti in prestito, ulteriore debito sulle spalle delle prossime generazioni, contro la volontà popolare, tanto evocata da Meloni e i suoi ministri. Visto che i sondaggi, che certo vanno presi con le molle, questo dicono: gli italiani e le italiane sono contro le guerre e contro la logica delle armi. No dunque a una economia di guerra che trasforma le industrie metalmeccaniche in produttori di armamenti. E non bisogna dimenticare che contro il genocidio in Palestina i cittadini e le cittadine hanno affollato strade e piazze e anche contro la logica del riarmo sapranno dire No.
“La Cgil - conclude il segretario confederale - non resterà a guardare e, insieme a tutte le realtà che vogliono cambiare un modello di sviluppo ormai insostenibile, sia dal punto di vista ambientale sia da quello sociale, e che qualcuno vorrebbe salvare convertendo la nostra economia in un'economia di guerra, si mobiliterà nel prossimo autunno per contrastare questa deriva e rimettere al centro il lavoro, i diritti sociali e la conversione ecologica, digitale ed energetica del nostro sistema produttivo”.























