La ricerca è importante. Anzi importantissima. Proprio per questo andrebbe finanziata maggiormente e dovrebbe offrire a chi ci lavora migliori retribuzioni e maggiori possibilità di carriera. Sono questi i risultati principali dell'indagine settimanale realizzata dall’Osservatorio Futura per conto della Cgil dedicata questo tema.

Che la ricerca sia fondamentale per il Paese lo sostiene l’80% del campione, mentre praticamente nessuno la reputa marginale. In particolare risulta essenziale per la medicina – e qui ovviamente c’entra la pandemia –, l’energia e l’ambiente: queste ultime due indicazioni mostrano molto bene come i temi del cambiamento climatico e del modello di sviluppo siano ormai entrati pienamente nel sentire comune. 

Perché fuggono i cervelli

Interessanti le risposte riferite al tema annoso della “fuga dei cervelli”. “Le cause individuate dagli intervistati sono proprio quelle che saltano agli occhi a chiunque lavora in questo settore: bassi salari, scarse prospettive di crescita professionale e precarietà”, commenta amaramente Lorenzo Cassata, ricercatore e coordinatore Istat per la Flc Cgil. 

“D’altra parte – aggiunge – se le persone rimangono ferme anche per 20 anni allo stesso livello o precarie, difficile che le retribuzioni crescano”. Ma forse a colpire ancor di più è un altro aspetto: “Il tema della scarsa trasparenza o della meritocrazia è agli ultimi posti, a dimostrazione che i veri problemi non sono quelli spesso inventati dalle campagne di stampa”, nota Cassata.

E il sindacato?

Per più della metà del campione il ruolo del sindacato viene giudicato importante nel sostenere la ricerca scientifica (per il 25% è determinante) mentre, osserva Cassata, “è considerato marginale soprattutto dagli over 55: il che vuol dire che chi ha ancora un buon numero di anni di lavoro davanti capisce bene quanto sia importante il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori”.

Quanto ai compiti del sindacato, la sua azione dovrebbe concentrarsi in particolare sulla tutela delle condizioni contrattuali e lavorative dei ricercatori. A pari merito seguono gli interventi che politicamente i sindacati possono attuare a sostegno dello sviluppo e dell’allineamento europeo della ricerca.

Italia/Europa, pubblico/privato

Anche in questo caso si sfatano alcuni luoghi comuni. Non c’è il “piagnisteo” che ci si aspetterebbe rispetto al resto del mondo. Se infatti una quota importante certamente sostiene che il sistema è meno efficiente che altrove (40%), una quota più ampia ritiene che la nostra ricerca è allo stesso livello se non superiore (19%) rispetto alla situazione in altri paesi europei. “Insomma, se da un lato c’è la consapevolezza dei problemi del settore (bassi salari, precarietà, scarsi finanziamenti), dall’altro c’è la convinzione che la ricerca in Italia funziona. Cosa del resto dimostrata dal fatto che molti nostri ricercatori lavorano con successo all’estero”., commenta il ricercatore.

Per capirne l’importanza, questo aspetto va incrociato con l’altro cruciale che riguarda il rapporto tra pubblico e privato. La maggior parte del campione si schiera a favore di un equilibrio tra i compiti del pubblico e del privato nel sostenere e sviluppare la ricerca, con una leggera preferenza per il primo. 

“Il fatto che in Italia il pubblico sia prevalente – sottolinea Cassata – spiega perché nonostante le tante storture, esso continui a essere efficiente: ma si tratta di una situazione messa a rischio dalla legge di Bilancio”. Nonostante gli impegni di Valditara, prosegue il responsabile Istat della Flc, “si conferma una sperequazione netta tra le risorse messe a disposizione per gli enti vigilati dal Mur e quelli sotto altri dicasteri come Enea, Istat, Inap e Ispra. Questo tema dei finanziamenti è oggi centrale per lo sviluppo della ricerca in Italia, e queste notizie non sono confortanti”.

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