Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Le testimonianze

«Il nostro 23 maggio»

Roberta Lisi
  • a
  • a
  • a

Angelo Corbo e Giuseppe Costanza, due dei quattro sopravvissuti alla strage di Capaci, raccontano quel giorno e la vita dopo il tritolo

Le auto che percorrevano l’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi - oggi Aeroporto Falcone e Borsellino - conduce a Palermo, in quel 23 maggio di trent’anni fa, erano tre. Al centro quella sulla quale viaggiavano il magistrato e sua moglie Francesca Morvillo, davanti e dietro quelle della scorta. I tre poliziotti che viaggiavano sull’auto che apriva il corteo sono morti sul colpo, erano Rocco Dicillo, Antonio Montinario, Vito Schifani. I loro nomi sono vivi nel ricordo insieme a quelli dei magistrati che proteggevano.

Con loro sulla strada per il capoluogo siciliano altri quattro uomini, tre agenti di polizia e l’autista giudiziario di Falcone, seppur feriti, sono rimasti vivi. E dimenticati. Sono Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l'autista che affiancava il giudice da ben otto anni senza nessun sostituto, Giuseppe Costanza.

Corbo, un mese dopo la deflagrazione, si è trasferito in Toscana lasciando la “sua Sicilia”, ha continuato a fare il poliziotto anche se non più nel servizio scorte. Costanza, invece, è rimasto a Palermo, anche se per quasi tutta la sua vita lavorativa è rimasto parcheggiato a non far nulla, finché, avendo vinto un concorso per informatico, chiese all’allora ministro della Giustizia Diliberto di poter “lavorare davvero prima di andare in pensione”. E così fu. Ma la loro vera attività è stata ed è quella di costruttori di legalità. Vanno in giro nelle scuole, incontrano ragazzi e ragazze per raccontare il senso del sacrificio di Falcone, Borsellino, Morvillo, degli uomini e della donna delle scorte. E il contributo alla costruzione di un Paese diverso rispetto a quello che trent’anni fa era attraversato da bombe e omicidi.

 

 

 

Racconta Giuseppe Costanza: “Ero l’autista di Giovanni Falcone da otto anni. Fui io insieme a un agente della scorta a scoprire, qualche anno prima, il borsone con l’esplosivo sulla scogliera dell’Addaura. Quella mattina Falcone mi chiamò alle sette per comunicarmi il suo arrivo per le 17.45. Andai in ufficio e da lì ho chiamato in Questura da un telefono sicuro per organizzare la scorta”.

Già, la scorta. Uomini sempre a disposizione in difesa di chi è minacciato. Uomini e donne dalla vita subordinata alla “personalità” loro affidata, siano magistrati, giornalisti, imprenditori, i giusti che svolgendo il proprio lavoro intralciano affari e interessi delle diverse mafie che affollano l’Italia.

Racconta ancora Costanza: “L'aereo è arrivato puntualissimo alle 17.45, quindi io ho affiancato quell'aereo, non uno di linea ma un Falcon 10. Il dottor Falcone e la moglie sono scesi e saliti in macchina. La signora soffriva di mal d’auto e quindi sedeva sempre davanti, Falcone, onde evitare di stare seduto dietro ha preferito mettersi alla guida. Dietro ci sono andato io seduto centralmente ai due sedili anteriori”. Probabilmente è stata proprio la scelta del giudice di guidare, a salvare la vita a Costanza. Insieme a una strana casualità dettata forse dai troppi pensieri che affollavano la mente di Falcone. Ricorda l’autista: “Mi disse che non si sarebbe fermato a casa perché doveva incontrare degli altri magistrati. A casa avrei poi dovuto accompagnare la signora Morvillo, e noi ci saremmo rivisti il lunedì mattina. Gli chiesi allora, poi, di ridarmi le chiavi”.

E poi il buio. Costanza si risvegliò in ospedale, ci vollero 18 mesi di cure e convalescenza prima di poter tornare in servizio, a non far nulla. Quanta amarezza e che senso di inutilità, finché i ragazzi e le ragazze delle scuole non hanno ridato senso ai suoi giorni. Oggi, a 75 anni, è instancabile nel rendere viva la memoria come strumento per oggi e per domani, non solo con lo sguardo al passato.

 

 

 

L’accento di Angelo Corbo, nonostante trent’anni in Toscana, è inequivocabile: siciliano di quella che lui definisce con un velo di malinconia nella voce “la mia Sicilia”. Malinconia e amarezza sono il contrappunto del suo racconto: “Quel giorno lo ricordo come diviso in due, una prima parte di apparente normalità, come qualsiasi altro giorno di servizio nella scorta di Giovanni Falcone. E poi le 17.57 e lo scoppio. Uno spartiacque, quello dello scoppio, quello della deflagrazione di 600 chili di tritolo che cancellano di colpo tutto quello che prima era normale”.

Nulla sarà più come prima, la sensazione di essere morti che camminano, un gran senso di colpa che non abbandona mai e la solitudine. Sembra quasi che d’improvviso Corbo si sia accorto che loro, gli uomini della scorta, non sono stati aiutati a difendere e proteggere Falcone. Non solo, i sopravvissuti è come se fossero considerati degli scomodi testimoni del fallimento dello Stato che non è stato in grado di evitare quelle stragi.

“Quel 23 maggio del ’92 è morto anche Angelo Corbo e da quelle ceneri ne è nato un altro, senza più voglia di vivere, senza più spensieratezza e senza più voglia di costruirsi un futuro sorridente”. È convinto, il poliziotto ormai in pensione, che Toto Riina e compari siano stati gli esecutori di una sentenza non decisa solo a Palermo, e questo è fonte di ulteriore amarezza. “Non sono più in servizio da qualche anno, sono in pensione ma vado in giro in tutta Italia per raccontare, per non dimenticare, ma soprattutto far capire ai ragazzi e alle ragazze come bisogna vivere in un Paese dove la legalità significa solamente ridare dignità alle persone. Nel fine settimana sono stato tre giorni a Palermo e oggi, invece, sono a Suvignana, in uno dei beni confiscati alla mafia. Questa mattina sono con migliaia di studenti e facciamo un ponte tra la Toscana e la mia Sicilia, gridando 'no alla mafia, no alla guerra'".