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Lavoro

Lo sciopero è un diritto. Lo insegna la nostra storia antifascista e democratica

Ilaria Romeo
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“È attraverso lo sciopero - diceva Giuseppe Di Vittorio - che i lavoratori, poveri e deboli isolatamente, affermano la propria potenza e l'indispensabilità della loro funzione sociale”. Il regime fascista lo aveva capito e così aveva vietato di scioperare. Ma fu anche proprio a partire dagli scioperi, durante la Resistenza, che l'Italia divenne un Paese libero

Il 28 ottobre del 1922, con la marcia su Roma, Mussolini prende il potere. Dietro le manovre di normalizzazione politica operate dal regime l’azione repressiva prosegue per culminare con l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti nel giugno 1924. La crisi vissuta dal regime nei mesi successivi viene superata da Mussolini all’inizio del 1925, quando il duce decide la svolta totalitaria attraverso una serie di provvedimenti liberticidi (le “leggi fascistissime”), che annulleranno - di fatto - qualsiasi forma di opposizione al fascismo.

Sul piano sindacale, con gli accordi di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925, Confindustria e sindacato fascista si riconoscono reciprocamente quali unici rappresentanti di capitale e lavoro abolendo le Commissioni interne. La sanzione ufficiale di tale svolta arriva con la legge n. 563 del 3 aprile 1926, che riconoscendo giuridicamente il solo sindacato fascista - l’unico a poter firmare i contratti collettivi nazionali di lavoro - istituisce una speciale Magistratura per la risoluzione delle controversie di lavoro, cancella il diritto di sciopero.

“La serrata e lo sciopero sono vietati”, recita l’art. 18 della legge, specificando l’articolo successivo: “I dipendenti dallo stato e da altri enti pubblici e i dipendenti da imprese esercenti un servizio pubblico o di pubblica necessità che, in numero di tre o più, previo concerto, abbandonano il lavoro o lo prestano in modo da turbarne la continuità o la regolarità, sono puniti con la reclusione da uno a sei mesi, e con l'interdizione dai pubblici uffici per sei mesi”.

“Quando la sospensione del lavoro da parte dei datori di lavoro o l’abbandono o la irregolare prestazione del lavoro da parte dei lavoratori abbiano luogo allo scopo di coartare la volontà o di influire sulle decisioni di un corpo o collegio dello stato, delle provincie o dei comuni, ovvero di un pubblico ufficiale - aggiunge l’art. 22 - i capi, promotori ed organizzatori sono puniti con la reclusione da tre a sette anni, e con la interdizione perpetua dai pubblici uffici, e gli altri autori del fatto con la reclusione da uno a tre anni e con la interdizione temporanea dai pubblici uffici”.

Per quasi diciassette anni il termine "sciopero" sembra scomparire dalle cronache italiane, ma ricompare - potentemente e prepotentemente - nel marzo del 1943 e poi ancora, sempre di più, nei due anni successivi.

Tra il 5 e il 17 marzo 1943, le fabbriche torinesi sono bloccate da una protesta che coinvolge 100.000 operai. Dietro alle rivendicazioni economiche, le agitazioni hanno un chiaro intento politico e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo. Un’ondata che da Torino si estende alle principali fabbriche del Nord Italia. La Resistenza la iniziano gli operai. E i lavoratori la concludono, occupando le fabbriche due anni dopo alla vigilia del 25 aprile 1945. Scioperando, nuovamente nel marzo del 1944.

Scriveva il 9 marzo di quell’anno il New York Times: “In fatto di dimostrazioni di massa non è avvenuto niente nell’Europa occupata che si possa paragonare con la rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggio, di scioperi locali e di guerriglia che hanno avuto meno pubblicità del movimento di resistenza altrove perché Italia del Nord è stata tagliata fuori dal mondo esteriore. Ma è una prova impressionante, che gli italiani, disarmati come sono e sottoposti a una doppia schiavitù, combattono con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere”.

Lo sciopero generale politico rivendicativo del 1-8 marzo assume un’importanza e un significato nazionali e internazionali di gran lunga superiori agli obiettivi immediati che esso si poneva - scriveva La nostra Lotta - indica la strada da seguire nel prossimo avvenire in cui si annunciano grandi e decisive battaglie, in Italia e nel mondo, per l’annientamento del nazifascismo e la liberazione dei popoli. Gli operai italiani che l’hanno sostenuto, i lavoratori e i patrioti che l’hanno appoggiato, le organizzazioni che l’hanno preparato e diretto possono essere fieri e orgogliosi della grande battaglia combattuta: essa s’iscrive fra le migliori pagine della lotta dei popoli per la propria libertà e costituisce una tappa decisiva per il risorgimento della nostra patria”.

Perché lo sciopero è un diritto, perché lo sciopero è - quando occorre e quando è necessario - un dovere.

“Le libertà sindacali, che si riassumono nella piena libertà di riunione, di discussione, di manifestazione, di astensione dal lavoro ecc. - affermava Giuseppe Di Vittorio all’Assemblea Costituente - comportano il diritto di sciopero. Se si toglie a questi lavoratori il diritto di sciopero, quale altro mezzo veramente efficace rimane loro per far valere i propri diritti?”. “È attraverso lo sciopero - diceva il segretario generale della Cgil - che i lavoratori, poveri e deboli isolatamente, affermano la propria potenza e l’indispensabilità della loro funzione sociale”. E allora buon sciopero generale a tutte e tutti noi.