Dottore in Giurisprudenza, dopo la laurea il giovane Palmiro Togliatti si arruola come volontario, prima nella Croce Rossa e poi negli Alpini. Nel 1918, congedato, è a Torino, dove collabora al Grido del Popolo, il settimanale diretto da Gramsci ed è cronista e redattore dell’edizione torinese de l’Avanti!. Dopo la marcia su Roma e vari arresti parte per Mosca.

Il suo esilio durerà diciotto anni e lo vedrà attivo in Svizzera, Francia, Unione Sovietica, Spagna, dove durante la guerra civile, sotto il nome di copertura di Alfredo, rappresenterà nelle Brigate Garibaldi l’Internazionale comunista. Tornerà in Italia nel marzo del 1944.

Eletto all’Assemblea Costituente nel 1946 e confermato deputato nella II, III e IV legislatura, contribuirà all’elaborazione della Costituzione, soprattutto per la parte programmatica. "Il Migliore" morirà a 71 anni a Yalta, dove il 13 agosto 1964 era stato ricoverato d’urgenza dopo un ictus subito durante un periodo di riposo in Unione sovietica.

“La mattina del 13 agosto 1964 - ricorderà anni dopo Nilde Jotti - Togliatti si sentiva affaticato, ma il pomeriggio volle andare lo stesso al campo dei pionieri di Artek. Ci andammo a piedi camminando per la pineta. Notai che era pallido, ma non mi parve in condizioni preoccupanti. Si sentì male durante lo spettacolo dei pionieri”. 

Visitando il campo dei pionieri di Artek Togliatti è invitato a pronunciare un saluto ai giovani ospiti della colonia marina. 

In lingua russa pronuncia queste parole che costituiscono, di fatto, il suo ultimo discorso pubblico:

Cari amici, pionieri e pioniere. Poche cose potrò dirvi perché, in realtà,  le nostre lingue sono diverse. Ma  compagni, identici sono i nostri cuori. Nel vostro cuore e nel mio vivono gli stessi pensieri, gli stessi ideali. Tra noi non esistono differenze perché noi lottiamo per gli stessi obiettivi. Voi e noi assieme ci battiamo per gli stessi fini. Voi e noi assieme lottiamo per la pace, lottiamo per la felicità dei popoli, per la fratellanza tra i popoli, per il progresso, per il socialismo. In questa nostra unità sta la garanzia della nostra vittoria, giovani, pionieri. Voi siete noi, benché noi in diverse condizioni e con mezzi diversi, conduciamo una stessa lotta. E in ciò è la sicurezza del nostro successo, della vittoria sui nostri avversari, della vittoria della pace in tutto il mondo, della vittoria del socialismo e del comunismo.

Morirà, diciotto ore dopo l’ultimo intervento chirurgico, otto giorni più tardi.  Scriveva l’Unità uscita in edizione straordinaria con la prima pagina listata a lutto

Erano le 13.20 al campo di Artek quando il cuore di Palmiro Togliatti ha cessato di battere. Dopo una mattinata di sole, il cielo si era coperto di nubi. Un momento di tensione disperata gravava sulla palazzina dove Togliatti era stato ricoverato in questi giorni. Il silenzio era rotto solo dalle voci soffocate dei medici, dai singhiozzi dei familiari, dal rapido spostamento di qualche infermiere. Dopo otto giorni di accanita resistenza contro la morte, ancora non ci si rassegnava alla tragedia. Nessuno parlava più. Ma i dottori non avevano ancora alzato le braccia. Tante volte, in questa terribile settimana, si era stati sul punto di pensare che non ci fosse più nulla da fare. Eppure, con sforzi disperati si era riusciti a evitare il peggio.  (…) Al terribile annuncio, tutto il campo di Artek si è impietrito nel dolore. Il silenzio è tornato assoluto. Tutti erano sconvolti. Accanto a Togliatti erano rimasti fino agli ultimi istanti la sua compagna, Nilde Jotti, e la figlia adottiva Marisa. In tutti questi giorni entrambe avevano seguito con coraggio e decisione la difficile battaglia contro la morte. Ne erano state loro stesse partecipi. Nel loro dolore esse avevano vicini i compagni della direzione del Partito che con loro avevano vissuto l’angoscioso alternarsi di allarme e di speranze. Longo, Natta, Colombi, Lama erano presenti al momento della tragedia.

L’annuncio della sua morte fa il giro del mondo ed è accolta con costernazione dal popolo comunista. Al rientro della salma in Italia la camera ardente viene allestita presso Botteghe oscure, mentre i funerali solenni si tengono il 25 agosto a Roma in Piazza di San Giovanni in Laterano, punto d’arrivo del corteo funebre partito dalla sede nazionale del Pci. 

Racconterà anni dopo Giorgio Amendola:

Venne il momento della partenza del corteo. Alla bara furono resi gli ultimi commossi saluti. Una donna inginocchiata continuò a pregare, quando già la salma era stata portata a braccia fuori dal palazzo. Quarantotto ore era continuata la lenta, ordinata, reverente sfilata. I comportamenti diversi indicavano la vastità del tributo reso da donne, fanciulli, uomini così diversi, per condizioni sociali, orientamenti politici e ideali e fedi religiose, eppure uniti in uno stesso cordoglio. Accanto al giovane operaio, ancora in tuta, dritto nel saluto proletario del pugno chiuso (ignaro, evidentemente, di quanto quel gesto fosse sgradito a Togliatti, che amava piuttosto la mano tesa, da amico ad amico), vi erano le donne e gli uomini che esprimevano, malgrado le vane scomuniche, il loro sentimento coi gesti naturali della religione cattolica, fino al bacio dato al drappo rosso o al nastro tricolore. E quanti bambini recati dai genitori a dare quel tributo, perché crescessero col ricordo di quel giorno, nel quale anch’essi avevano partecipato alla manifestazione nazionale che concludeva non solo la vita di un uomo, ma un grande periodo della storia nazionale (…) Davanti alla salma di Togliatti, si era avuto l’incontro, da lui preparato, tra operai ed intellettuali, tra la gente semplice del lavoro e gli uomini della scienza e dell’arte, quell’unità della nazione che era stata lo scopo al quale aveva dedicato la sua vita, perché quella unione è la condizione dell’ascesa e del progresso dell’Italia verso il socialismo. La bara fu sollevata ed uscì alla grande luce del pomeriggio romano, nel contrasto acutissimo tra il silenzio della grande folla, rotto soltanto dai singhiozzi e dalle preghiere, e il giuoco violento dei colori, le rosse bandiere, i tricolori, le bianche camicie degli uomini e le vesti policrome delle donne. C’era anche il nero di un gruppo di suore. Il cielo, man mano che il corteo procedeva lento verso piazza San Giovanni, si tingeva di rosso, ed il verde scuro dei pini si stagliava netto. Roma si era tutta raccolta per salutare Togliatti. Dicemmo poi che eravamo un milione. Moltiplicata per cento e per mille era la stessa folla che era passata davanti alla salma di Togliatti, nell’atrio del palazzo di via delle Botteghe oscure, la stessa per comportamento e gesti naturali, con una più marcata affermazione regionale, da parte degli uomini e delle donne venuti dal Nord o dal Sud, dei modi con cui da sempre si esprime in ogni famiglia il dolore per la perdita di un padre. E questo era il sentimento che accomunava tutti, la coscienza di essere diventati orfani, di avere perso una guida ed una protezione.