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L'eccidio

I morti di Licata, morti per mano dei fascisti

Ilaria Romeo
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Il 5 luglio 1960 le forze dell'ordine reprimono nel sangue una manifestazione unitaria di braccianti e operai, sparando contro il corteo guidato dal sindaco Dc Castelli. Ci sarà un morto, Vincenzo Napoli, la prima vittima del "luglio della memoria"

Il 5 luglio 1960 a Licata, in provincia di Agrigento, durante una manifestazione unitaria di braccianti e operai, polizia e carabinieri caricano e sparano contro il corteo guidato dal sindaco Dc Castelli uccidendo Vincenzo Napoli - primo, purtroppo non ultimo,  morto delle giornate di luglio ’60 - che, si racconta, cercava di difendere un bambino tenuto fermo a un muro e picchiato dai celerini.

I licatesi erano scesi in piazza per protestare contro la cronica mancanza di acqua, per richiedere condizioni economiche e di vita migliori. Una manifestazione operaia e popolare contro il carovita, contro la gravissima crisi economica, per il lavoro, la terra, il pane, contro il governo democristiano di Tambroni. Dopo Genova e Roma, la polizia spara ancora una volta. E questa volta uccide. Le cause dell’incidente costato la vita a Vincenzo Napoli non saranno mai chiarite, ma i giornali dell’epoca parleranno di violenza gratuita ad opera dei militari, avallati dal governo. È il primo di sei omicidi effettuati in Sicilia dalle forze dell’ordine e che verrà poi definito “luglio della memoria”.

L’8 luglio a Palermo il centro è presidiato fin dalle prime ore del mattino dalla celere per disturbare lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per i fatti di Reggio Emilia del giorno precedente. Negli scontri con la polizia restano uccisi: Francesco Vella, 42 anni, sindacalista; Giuseppe Malleo, 16 anni; Andrea Gancitano, 18 anni; Rosa La Barbera, 53 anni, casalinga; 36 manifestanti sono feriti da proiettili; 400 sono i fermati, 71 gli arrestati. Sempre l’8 luglio a Catania rimane ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia Salvatore Novembre, giovane lavoratore edile di 20 anni.

Le testimonianze riportano che mentre Salvatore si accasciava a terra sanguinante e perdeva i sensi, un poliziotto gli sparava addosso ripetutamente. Quattro colpi, il quarto sparato al volto, rendendolo irriconoscibile. Morirà dissanguato sul selciato della piazza, dopo una lunga agonia. Ottavio Terranova, già presidente dell’Anpi di Palermo, quel giorno era in piazza.

Avevo 24 anni ed ero segretario della Camera del Lavoro di Augusta, incaricato da Pio La Torre, allora segretario della Cgil Sicilia. Mi avevano licenziato dai cantieri navali di Palermo, nonostante fossi un operaio specializzato, saldatore elettrico, molto bravo. L’8 luglio avevamo indetto uno sciopero e una manifestazione di protesta per i fatti e i morti di Reggio Emilia del giorno prima (…) In Sicilia non si è combattuta la Resistenza ma il 20% dei partigiani italiani sono siciliani. La componente politica delle mobilitazioni era fortissima. Come in tutto il Paese, da Nord a Sud, si chiedevano le dimissioni del governo Tambroni con i suoi esponenti del Msi. Palermo è una città dove l’antifascismo viene da lontano, da fine 800 con i Fasci siciliani, ed è fortemente sentito ancora oggi (…) Palermo nel 1960era un immenso cantiere a cielo aperto. La mafia controllava il territorio, si sparavano tra clan per aggiudicarsi aree edificabili, appalti e manodopera. Ai cantieri navali solo 2.800 erano regolari, gli altri erano assunti a tempo determinato da ditte o cooperative gestite dalla malavita organizzata. L’8 luglio con uno sciopero generale ci si mobilitò per la democrazia e per dire basta a tutto questo. Non ci aspettavamo una partecipazione così numerosa, spontanea. Nella centralissima piazza Politeama, come viene chiamata dai cittadini, c’erano soprattutto giovani delle borgate, operai metalmeccanici, netturbini, tantissimi edili. Portavano le magliette a strisce, divenute ormai simbolo della rivolta, bandiere di libertà. Ricordo Pio La Torre cominciare il comizio, riuscire a parlare appena una decina di minuti perché la folla era incontenibile e prese a sfilare in corteo. La celere presidiava la zona fin dalla mattina presto e immediatamente caricò. Poi gli agenti tirarono fuori le armi da fuoco, sparavano ad altezza d’uomo.

“Compagno, cittadino, fratello, partigiano - canterà Fausto Amodei - teniamoci per mano in questi giorni tristi. Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia, son morti dei compagni per mano dei fascisti. Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento e infuria la bufera”.