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La scheda

Accoglienza, a che punto siamo

Carlo Ruggiero
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A sei mesi dal varo del nuovo decreto immigrazione, è troppo presto per un bilancio. Ma il sistema italiano non ha ancora cambiato faccia. I richiedenti asilo vivono sempre ammassati nei grandi Cas e si punta troppo poco sull'inclusione. Intanto, il rischio di morire durante la traversata del Mediterraneo cresce

Il 18 dicembre scorso è stata pubblicata in gazzetta ufficiale la legge 173/2020, che convertiva in norma dello Stato il nuovo decreto immigrazione firmato dalla ministra dell'Interno Lamorgese. Quel testo permette finalmente di superare i famigerati decreti Sicurezza voluti dal precedente ministro Matteo Salvini.

E' evidentemente ancora troppo presto per vederne gli effetti. Infatti il sistema italiano tuttora stenta a cambiare faccia, e si basa sempre sui Centri di prima accoglienza (Cpa), sui i grandi e affollati Cas, e punta ancora poco sull'inclusione e sull'accoglienza diffusa nei piccoli Siproimi, gli ex Sprar che col nuovo decreto vengono ribattezzati Sai.

Ma qual è la reale situazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Italia? Secondo i dati più recenti, quelli pubblicati dal Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, aggiornati al 31 dicembre scorso, oltre 54.000 persone (quasi un terzo del totale) risiedono nei centri di prima accoglienza. 25.574 (il 29%) vivono invece nei centri ex-Siproimi, mentre l'8% sono minori non accompagnati e alloggiano in strutture specifiche.

In ogni ogni caso il sistema italiano, soprattutto per quanto riguarda la prima accoglienza (in grado di assorbire 130.000 alloggi), non è sotto pressione. Nel biennio 2018-19 si è infatti assistito a un calo degli sbarchi. Frutto di una riduzione complessiva degli arrivi dal Mediterraneo e all'imporsi di altre rotte, come quella Balcanica, di cui sappiamo ancora molto poco. Nel 2017 i migranti approdati via mare in Italia erano più di 119mila, nel 2018 sono stati poco più di 23mila, nel 2019, 11.471 L'anno scorso si è registrato però un nuovo incremento: 34.154, determinato perlopiù dalla spinta migratoria della Tunisia in crisi e dalla bollente situazione libica.

Il Mediterraneo, in ogni caso, anche se meno affollato non è certo più sicuro. Come dimostrano le tragedie delle scorse settimane. Negli ultimi 10 anni, secondo l'Unhcr, durante la traversata sono morte oltre 22.000 persone. L'assenza di un sistema integrato di soccorso, insieme alla guerra dichiarata alle Ong ha portato anche a un amento del rischio di morire durante il viaggio: nel 2017 era del 2,62%, nel 2018 è schizzato al 9,68%, l'anno dopo addirittura all'11,57%. Nel frattempo, chi arriva trova sempre più difficoltà a farsi accettare la domanda d'asilo. Se nel 2012 gli esiti positivi erano il 76% del totale, nel 2020 sono calati al 21%.

I frutti marci dell'era Salvini, insomma, sono sotto gli occhi di tutti: i migranti rischiano di morire sempre più, vivono ancora ammassati in grandi centri e vedono quasi sempre respinta la loro domanda di protezione. Il nuovo decreto immigrazione è sicuramente un passo in avanti, ma va attuato in maniera concreta. Magari, come chiede il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, integrandolo in modo strutturale nel sistema di welfare nazionale e locale.