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Diritti

La Pas non esiste, la violenza sì

Foto: Simona Caleo
Giorgia Fattinnanzi
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Nonostante la sindrome della madre malevola sia stata sconfessata dalla Cassazione e da tutte le autorità scientifiche, rimane l'accusa che, nella prassi dei tribunali civili e minorili, gli uomini violenti agitano contro le donne che hanno osato interrompere quella spirale di sopraffazione

Non basta. Non basta la convenzione di Istanbul, non bastano le varie sentenze della corte di Cassazione che la definiscono una teoria nazista che discrimina le donne in quanto donne, non basta il disconoscimento della comunità scientifica nazionale e internazionale, non è bastato il movimento contro il decreto Pillon che la rendeva legge in ben due articoli: la Sindrome da alienazione parentale (Pas) – o sindrome della madre tossica o madre malevola – rimane l’accusa che, nella prassi dei tribunali civili e minorili, gli uomini violenti agitano contro le donne che hanno osato interrompere quella spirale di sopraffazione.

Che gli uomini (e i loro avvocati) abbiano individuato questa strada semplice per invertire, nelle aule in cui si decide sull’affidamento dei minori, il ruolo di accusato e accusatore stupisce fino ad un certo punto. Quello che davvero colpisce è che alcuni giudici, e soprattutto molti consulenti tecnici del tribunale, prendano sul serio questa non-teoria.

Ideata da uno psichiatra forense americano che difendeva pedofili e uomini violenti negli anni ‘80, Gardner, la Pas si basa sull’idea che, se un figlio rifiuta di vedere il padre, la motivazione risiede solo ed esclusivamente nella manipolazione operata dalla madre. E la cura? L’allontanamento coatto dalla fonte della tossicità, la madre, il suo contesto sociale, la sua casa. 

È il caso di Ginevra a cui la figlia è stata tolta a poco più di un anno per una “tendenza istrionica” della madre che avrebbe potuto sfociare in alienazione parentale. Solo poche settimane fa, la madre ha ottenuto di rivedere una sola volta la bambina, ormai dodicenne, che non aveva più potuto contattare per decreto “provvisorio” del tribunale minorile che le vieta qualsiasi contatto, anche telefonico, con la figlia.

Stessa sorte la rischiano il bambino di Perugia, la cui consegna drammatica dei giorni scorsi in casa famiglia è stata documentata da Umbria24, il bambino di Pisa che due giorni fa in 11 hanno strappato dalle braccia della madre, il figlio di Laura Massaro, che da dieci giorni vive nel terrore dell’esecuzione del prelievo forzato stabilito dal tribunale minorile e la collocazione in casa famiglia. Questi sono alcuni dei casi che si sono concentrati in questi giorni e che vale la pena ricordare per il loro valore simbolico. Non tutte le accuse di alienazione finiscono con l’allontanamento dei figli, ma abbastanza da far tremare una donna con figli minorenni che si trovi a dover denunciare le violenze subìte.

La Pas non esiste mai, non esiste nei casi di violenza e non. Ma va detto che nella quasi totalità dei casi in cui questo spauracchio viene agitato, arriva da uomini accusati di violenza. È un’accusa semplice che non ha bisogno di essere dimostrata, a differenza della violenza domestica che necessita, come tutti i reati penali, di prove sostanziali che spesso si procurano con difficoltà proprio perché avviene senza testimoni.

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Giovedì 17 giugno Cgil e associazioni protestano a Montecitorio contro la Pas – la sindrome da alienazione parentale – che la Corte di Cassazione ha condannato per la terza volta ma che continua ad avere seguito in molti tribunali. Viene spesso usata da padri violenti per strappare i figli alle madri o convincerle a non denunciare violenze

Cosa succede poi? Nei tribunali civili e minorili tutto viene bollato come alta conflittualità tra i genitori, si nomina un Ctu (Consulente tecnico d'ufficio, ndr) a cui si formulano dei quesiti, tra cui se un genitore ha ostacolato nel figlio l’accesso all’altro genitore e nessuno sulla pericolosità, e a quel punto inizia un percorso durissimo per madre e figlio in cui la donna deve difendersi e sperare che il figlio non manifesti paura all’idea di vedere il padre. E il tutto ha dei costi altissimi, non solo emotivamente. Il prezzo complessivo di una Ctu si aggira intorno ai 10 mila euro, senza contare l’assistenza legale, le eventuali visite specialistiche. Ma noi sappiamo che, spesso, la violenza domestica porta con se anche quella economica.

Non possiamo più permettere che, una donna che si rivolge alle istituzioni per salvaguardare se stessa e suo figlio, si ritrovi in una condizione in cui la violenza viene reiterata proprio da quelle istituzioni a cui si è rivolta per essere salvata. Non si può nemmeno lasciare alla coscienza dei singoli magistrati la risoluzione di questo problema. Ci sono tanti magistrati che svolgono con responsabilità il loro lavoro, ma altri purtroppo non lo fanno abbracciando teorie che non esistono. Serve quindi un intervento legislativo che metta al bando la Pas da tutti i tribunali italiani - applicando la convenzione di Istanbul e le osservazioni del Grevio (il Gruppo di esperti/e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ndr) -  affinché nessuna donna e nessun bambino vengano più sottoposti a questa tortura.

Giorgia Fattinnanzi, dipartimento Politiche di genere della Cgil nazionale