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Infrastrutture

Reti, serve un «campione nazionale»

Foto: The Digital Artist (www.pixabay.com)
Walter Schiavella e Barbara Apuzzo
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Pubblicata la roadmap del governo per colmare i gap infrastrutturali in tema di connettività e utilizzare al meglio le risorse del Pnrr. I limiti sono evidenti: prevale una logica mercatista che punta alla frammentazione dei servizi di telecomunicazione

È stata pubblicata sul sito del Mitd (il ministero dell'Innovazione tecnologica e della transizione digitale) la roadmap che il Governo immagina di seguire per portare l’Italia a colmare ritardi e gap infrastrutturali in tema di connettività entro il 2026, anticipando la data fissata dalla strategia europea Digital Compass, il 2030. Questo permetterebbe di sfruttare appieno le risorse del Pnrr (6,71 miliardi di euro), destinate alle reti ultraveloci (banda larga e 5G) e che riguardano nello specifico: 

Piano Italia 1 Giga
"Connettività a 1 Gbps a circa 8,5 milioni di famiglie, imprese ed enti non ancora raggiunti e che risulteranno nelle aree grigie e nere Nga a fallimento di mercato a valle delle mappature sulle coperture di rete attuali e sugli investimenti previsti dagli operatori, puntando su neutralità tecnologica fissa e Fwa".

Piano Scuola Connessa
“Completare la connettività a 1 Gbps di tutte le scuole pubbliche” (9.000 edifici scolastici).

Piano Sanità Connessa
“Assicurare connettività adeguata agli oltre 12.000 punti di erogazione del Servizio sanitario nazionale da 1 Gbps fino a 10 Gbps simmetrici".

Piano Collegamento Isole Minori
“Dotare 18 isole minori di un backhauling sottomarino in fibra ottica”.

Piano Italia 5G
“Incentivare lo sviluppo e la diffusione dell’infrastruttura 5G nelle aree mobili a fallimento di mercato ovvero le zone dove ci sono solo reti 3G e non è pianificato lo sviluppo di reti 4G o 5G".

Come abbiamo avuto modo di evidenziare nel documento Valutazioni sul Piano nazionale di ripresa e resilienza del 10 maggio le scelte adottate tradiscono un’impostazione generale fortemente mercatista, che guarda ad una frammentazione dei servizi di telecomunicazione. Esattamente l’opposto di ciò che serve al Paese. L’Italia, al pari di altri grandi paesi europei, avrebbe infatti bisogno di realizzare la propria grande rete di telecomunicazioni con la presenza di un “campione nazionale”, un soggetto forte con una partecipazione “pubblica” significativa, in grado di indirizzare le politiche nazionali in tema di digitalizzazione, in un contesto regolatorio che garantisca il libero mercato.

Al netto delle valutazioni politiche, che ci vedono preoccupati per la direzione scelta, va segnalato anche che le prossime settimane saranno importanti perché vedranno l’entrata in vigore di un decreto che si preannuncia ricco di ulteriori semplificazioni normative per chi posa fibra e mette antenne, cui seguirà (entro il mese di luglio) la definizione della legge annuale per il mercato e la concorrenza. Entrambi i provvedimenti impatteranno sul tema e dunque sulle scelte che avranno ricadute non indifferenti sui territori.

Parallelamente il Mise (Infratel) sta avviando la mappatura delle reti esistenti e delle coperture previste dagli operatori nei prossimi cinque anni per stimare la velocità raggiunta in presenza di picco del traffico (per tecnologie fisse e wireless). 

Operazione, questa, che riteniamo positiva perché consentirebbe di scoprire quali sono le zone davvero coperte da banda ultralarga (velocità ad almeno 30 megabit) e quali già raggiungono gli obiettivi gigabit (tecnologie "Vhcn": fibra nelle case e misto fibra-fixed wireless 5G). Una volta mappata la situazione esistente, verranno assegnati i bandi per l’Italia Gigabit (2022), con l’obiettivo di realizzare i primi progetti nel secondo semestre 2023.

Anche su quest’ultimo punto esprimiamo le nostre preoccupazioni, perché è evidente che la modalità che verrà adottata per effettuare le gare non sarà indifferente ai fini del risultato, considerando l’eterogeneità dei territori su cui si dovrà intervenire: l’Italia sconta ancora gravi ritardi per la copertura delle “aree bianche” (quelle a fallimento di mercato), mentre nelle “aree grigie” e “nere” il rischio è che nella logica sopra citata si proceda con microgare, spezzettando un intervento che avrebbe dovuto avere invece un’unica regia a garanzia di successo. 

Su tutti questi aspetti, che riguarderanno anche la moltiplicazione dei punti trasmissivi del 5G, dovremo attentamente vigilare, a tutti i livelli, per essere certi che la realizzazione di quanto annunciato consenta di raggiungere tutti obiettivi prefissi, ben sapendo che senza le infrastrutture digitali sarà difficile, se non impossibile, realizzare quelle trasformazioni necessarie per eliminare divari e diseguaglianze territoriali e far decollare l’economia del nostro Paese.

Per questa ragione seguiremo con attenzione il lavoro di mappatura, che sarà utile per confrontarci e capire se i fabbisogni territoriali coincideranno con le previsioni e le decisioni del governo.

Barbara Apuzzo è la responsabile delle Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni della Confederazione

Walter Schiavella è il coordinatore dell Area industria e reti della Cgil nazionale