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La resistente

Irma Bandiera, nome di battaglia Mimma

Ilaria Romeo
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Seviziata dai nazifascisti per una settimana, accecata, prima di essere mitragliata trovò la forza di sussurrare: "passeranno i morti, ma resteranno i sogni"

Irma Bandiera nasce nel 1915 in una benestante famiglia bolognese. Inizia ad aiutare i soldati sbandati dopo l’armistizio e a interessarsi di politica aderendo al Partito Comunista. Entra quindi nella Resistenza con il nome di battaglia Mimma nella VII brigata Gap Gianni Garibaldi di Bologna. La sera del 7 agosto 1944 viene arrestata. Ferocemente torturata dai fascisti della Compagnia autonoma speciale per sette giorni e sette notti resisterà senza parlare, preservando così i suoi compagni partigiani. Sarà fucilata, nei pressi della casa dei suoi genitori, il 14 agosto.

“Era ancora viva - raccontava Pino Cacucci - quando il 14 agosto gli aguzzini la scaraventarono sul marciapiede, al Meloncello, sotto la finestra dei genitori. Uno disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando”.

Scriveva Renata Viganò:

Un giorno il 7 agosto 1944, le mani di quella gente da galera afferrano il suo corpo, credevano, battendo a sangue la carne tiepida e pura, di spaventarne l’anima. Rimasero sconfitti, con i loro brutti visi arrabbiati. Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano, e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle del male, se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta. Quei nomi di compagni, di dirigenti, di responsabili che essi volevano tirare fuori dalla sua bocca, rimanevano lì, sconosciuti, inafferrabili, in mezzo agli urli e ai lamenti. Erano poche sillabe, e avrebbero denunciato tanta gente; i torturatori le promettevano la libertà, la salvezza, in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti. Si augurava di morire, che facessero presto d’ammazzarla, per smettere di soffrire. Gridava quando il dolore era più grande della sua forza, però non diceva niente. E Tartarotti e gli altri come lui, che prendendola si sentivano sicuri di un grande bottino attraverso le sue parole, ecco, erano sconfitti. Lei moriva, l’avevano ammazzata inutilmente, chiudeva gli occhi con gioia, dopo tanto male, e non aveva detto niente. Si trovavano con questo cadavere di ragazza, non sapevano dove metterlo, un dolce corpo giovane, un bel viso morto. Non sapevano più cosa farsene, adesso; l’avevano ammazzata a furia di torturarla, lei non aveva detto niente. La più ignominiosa disfatta della loro sanguinante professione si chiamava Irma Bandiera.

Due giorni dopo l’assassinio Bologna si riempirà di fogli battuti a macchina che iniziavano così: “Cittadini di Bologna, la valorosa staffetta della 7a brigata Gap di Bologna, Irma Bandiera, è stata barbaramente assassinata dagli aguzzini nazifascisti”. Alla sua memoria sarà intitolata la Prima Brigata Garibaldi Irma Bandiera, che opererà a partire da quell’estate nel bolognese.

Così quell’assassinio compiuto anche per scoraggiare pericolosi tentativi di emulazione finirà per produrre l’effetto contrario. Irma Bandiera diventerà il simbolo della lotta condotta da migliaia di donne che ne avevano seguito e ne seguiranno l’esempio. Alla fine della guerra Mimma sarà decorata della Medaglia d’Oro al Valor Militare, insieme ad altre 18 partigiane.

Prima fra le donne bolognesi a impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà, si batté sempre con leonino coraggio. Catturata in combattimento dalle SS. tedesche, sottoposta a feroci torture, non disse una parola che potesse compromettere i compagni. Dopo essere stata accecata fu barbaramente trucidata e il corpo lasciato sulla pubblica via. Eroina purissima degna delle virtù delle italiche donne, fu faro luminoso di tutti i patrioti bolognesi nella guerra di liberazione”. Per ricordarla, a Bologna c’è una strada a lei intitolata, via Irma Bandiera.

Lì è presente una lapide alla sua memoria: “Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte - recita - La libertà e la giovinezza offristi Per la vita e il riscatto del popolo e dell’Italia. Solo l’immenso orgoglio attenua il fiero dolore dei compagni di lotta. Quanti ti conobbero e amarono nel luogo del tuo sacrificio a  perenne ricordo posero”.

La grande lezione di Mimma è riassunta bene dalla frase di Sandro Pertini che campeggia sul murales delle scuole elementari Luigi Bombicci, dedicatole nel 2017: “La coerenza è comportarsi come si è, e non come si è deciso di essere”.

“È nella Resistenza - diceva Marisa Rodano alla Camera dei deputati in occasione del 70° anniversario della Liberazione - che le donne italiane, quelle di cui Mussolini aveva detto 'nello stato fascista la donna non deve contare'; alle quali tutti i governi avevano rifiutato il diritto di votare, la possibilità di partecipare alle decisioni da cui dipendeva il loro destino e quello dei loro cari, entrano impetuosamente nella storia e la prendono nelle loro mani. Nel momento in cui tutto è perduto e distrutto - indipendenza, libertà, pace - e la vita, la stessa sussistenza fisica sono in pericolo, ecco le donne uscire dalle loro case, spezzare vincoli secolari, e prendere il loro posto nella battaglia, perché combattere era necessario, era l’unica cosa giusta che si poteva fare”.

E Irma combatte, muore, e morendo vince. Muore sorridendo. Un sorriso consegnato alla storia. Un sorriso che le va restituito, provando anche noi a quotidianamente resistere. Perché la Resistenza continua.