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Agricoltura

Sicilia, tornare granaio d'Italia si può

Foto: Foto di © Sandro Rosi/Ag Sintesi
Roberta Lisi
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Nel 2020 il comparto ha perso l'8% del Pil e migliaia di giornate di lavoro. Il settore, però, è fondamentale per l‘economia siciliana e possiede le carte in regola per ripartire e crescere. Ma servono investimenti e strategie intelligenti

Sicilia granaio di Italia. Era vero già negli ultimi anni prima della nascita di Cristo, quando l’impero romano dominava il mondo e sfamava i propri territori peninsulari con i cereali prodotti nell’Isola. Oggi non è più così e i cereali soprattutto trasformati, vengono prodotti altrove e poi sfamano i siciliani.

Pardossi della storia. Come paradossale è che nel Secondo Dopo Guerra sindacalisti come Placido Rizzotto, Giuseppe Maniaci, Pio La Torre, Emanuele Macaluso e molti altri, si batterono, a volte rimando uccisi dalla mafia che proteggeva il latifondo, affinché la riforma agraria voluta dal ministro Gullo venisse attuata anche in quella terra. Ebbene ancora oggi in Sicilia ci sono 30 mila ettari di terreni pubblici non assegnati e il 65% del territorio è incolto.

E il coronavirus in Sicilia ha colpito duro un settore contemporaneamente fonte di ricchezza e però sottodimensionato rispetto a quel che potrebbe essere. Nonostante l’agricoltura sia un settore anticiclico, nel 2020 e anche quest’anno, in alcuni segmenti del comparto ci sono stati problemi enormi. Ristoranti e bar chiusi, enoteche con degustazioni di cibi senza più la possibilità di farlo, agriturismi vuoti, hanno fatto registrare meno 8% di Pil a questo settore strategico per l’economia isolana, significa due miliardi in meno di fatturato. Quanti siano i posti di lavoro persi ancora non si sa perché gli elenchi anagrafici saranno disponibili solo a fine aprile, ma la Cgil stima una riduzione di giornate lavorative significativa.

“Il prezzo più alto, sostiene Tonino Russo, segretario generale della Flai regionale, lo hanno pagato e lo continuano a pagare i lavoratori fragili che non sono stati ammessi al lavoro e sono stati dimenticati dal governo. Prezzo alto lo pagano i lavoratori degli agriturismi, per la maggior parte stagionali, considerati lavoratori agricoli e non del turismo e non hanno avuto proprio niente né il bonus per quelli del turismo, né la disoccupazione agricola. Stiamo parlando di 10mila persone circa”. E prezzo ancor più alto l’hanno pagato i migranti. Quelli regolari tornati nei propri paesi non sono più riusciti a rientrare, quelli irregolari sono diventati ancora più invisibili di prima e ancora più sfruttati. E la regolarizzazione ha funzionato davvero poco: “Non ci hanno creduto le amministrazioni, non ci hanno creduto le aziende”, riflette Russo.

“È grave - sostiene Alfio Mannino segretario regionale della Cgil - che i lavoratori agricoli siano stati esclusi da bonus e ristori. Con la Flai e altre organizzazioni di categoria di Cisl e Uil siamo in mobilitazione per chiedere al governo di provvedere anche a loro”. Che fare allora? Innanzitutto il governo Regionale dovrebbe utilizzare sia i fondi locali che quelli europei per assegnare i 30 mila ettari di terreni pubblici incolti e scommettere sui giovani. Esiste un potenziale enorme per fare agricoltura di qualità e va messo in campo. “Investire su ragazzi e ragazze, sulla filiera corta significherebbe non dico produrre tutto la frutta e la verdura che importiamo, ma almeno una parte di questa e aumentare l’esportazione di qualità”.

Ed occorre investire soprattutto nella trasformazione e nella commercializzazione dei prodotti. Tra diretti e indotto si potrebbero creare oltre 200mila posti di lavoro, stima Tonino Russo: “In questo territorio, afflitto dalla miseria, si può creare occupazione di qualità che farebbe bene all’economia”. Ovviamente servono infrastrutture, strade, ferrovie, che funzionino e siano efficiente, soprattutto nelle aree interne. Ma la vera infrastruttura che serve all’agricoltura è una rete idrica che serva tutti i terreni portando acqua per l’irrigazione. Oggi il 40% ne è privo e le reti esistenti sono ormai fatiscenti perdendo per strada moltissima acqua.

“Siamo nella fase di programmazione dei Fondi di sviluppo rurale - aggiunge il segretario Mannino - si tratta di 2 miliardi e mezzo di euro. Riteniamo che debbano andare soprattutto a quei progetti che consentano alla nostra agricoltura di chiudere la filiera. Siamo la seconda regione di Italia per produzione agricola ma solo la tredicesima per lavorazione e trasformazione dei prodotti agricoli. È qui che bisogna investire, soprattutto per quelle filiere che hanno grandi potenzialità come il settore agrumicolo, quello olivicolo o quello delle carni”. 

E c’è altro su cui indirizzare le risorse, anche quelle del Pnrr perseguendo uno degli obbiettivi principali del Nex Generation Eu, quello green. Occorre investire in progetti per infrastrutturare il territorio per la produzione e il trasporto dell’agro energia usando il recupero degli scarti agricoli e utilizzarli per la produzione di energia pulita attraverso le bio masse. La scommessa è aperta, la possibilità di vincere esiste, si tratta di giocarla, bene.