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Diario di un prof

Vestaglie & Mascherine

Foto:  Marco Merlini
Emiliano Sbaraglia
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I contagi avanzano, il freddo pure, e gli studenti e le studentesse si proteggono lasciando andare la propria fantasia, in attesa di un clima migliore

Non pretendo la fantasia al potere, per carità, non vorrei essere bollato come cattivo maestro. Certo però che i nostri allievi, le nostre allieve, in alcune circostanze ci offrono inattese lezioni in materia. La prima riguarda l’utilizzo della mascherina, per gli studenti non obbligatoria. Situazione paradossale, visto che dappertutto lo è: eppure ultimamente hanno iniziato a indossarle di più, e lo fanno a modo loro.

Le mettono e le tolgono, in base alle indicazioni e alle circostanze, creando in questo modo una sorta di nuovo linguaggio fatto non tanto di parole, ma di gesti e sguardi. Per esempio quando le abbassano leggermente portandole tra pollice e indice sotto la bocca solo per dire “buongiorno”, con ironia, accompagnandosi con un mezzo inchino, e poi ritirarle su. Oppure quando non ne possono più della voce stridula della prof, o sono stanchi di essere seduti sempre sulla stessa sedia, ricreazione compresa, per l’intera mattinata. Allora ti guardano, mescolando un accenno di sfida alla richiesta di comprensione, e la mascherina se la portano agli occhi, prima di abbassare la testa sul banco, incastrata tra le braccia. Lasciatemi in pace, non ci sono per nessuno. 

A volte invece la mascherina finisce direttamente sulla fronte, diventa un segnale di protesta, lo strumento per avvertire che è cominciata la battaglia. I guerrieri si riconoscono, appartengono alla stessa tribù, il loro obiettivo è quello di ribellarsi allo stato delle cose, non arrendersi a una realtà che ogni giorno sembra diventare sempre più cupa e opprimente. E allora sparigliamo le carte, alziamoci, puntiamo i corridoi e manifestiamo il nostro disagio, perché dentro questo casino ci avete messo voi, voi adulti, con i vostri atteggiamenti irresponsabili e il vostro fottuto egoismo.

Alla protesta, però, per fortuna spesso subentra la fantasia, la creatività, la voglia di vivere malgrado tutto. E allora capita una mattina, da un momento all’altro, che la maggior parte delle ragazze si presentino in vestaglia. Sì sì, proprio in vestaglia. All’inizio non la indossano, la tengono nello zaino, ma a un certo punto la tirano fuori. Da qualche giorno, infatti, una delle ultime disposizioni è quella di tenere aperte le finestre per la circolazione dell’aria; e in classe, specialmente nelle prime ore, il freddo si fa sentire.

Così, come per incanto, ti trovi di fronte queste vestaglie dalle soluzioni cromatiche più varie, rosso porpora o maculate, bianco panna e blu notte, a righe o a pois, che scendono fino alle caviglie, legate in vita come fossero accappatoi. Non c’è stato neanche il tempo di chiedere da dove provenissero o di chi fosse l’idea, la risposta arriva laconica: “Ci siamo messe d’accordo ieri sera sulla chat”. Intanto i maschietti corrono ai ripari, corre voce che presto si presenteranno con dei plaid. Ne vedremo delle belle.

Dietro la cattedra, a debita distanza, osservo questo spettacolo improvvisato con malcelato stupore, la mia mascherina aiuta a nascondere un sorriso di compiacimento, mentre le loro completano alla perfezione il travestimento, decorate da tratti che richiamano l’abito d’occasione.

Forse si potrebbe approfittare per una bella lezione sulle origini della nostra Commedia dell’arte, o su Carlo Goldoni, addirittura cercare di volare alto parlando di Living Theatre; ma socchiudendo appena le palpebre, mentre nell’aula un fugace e innocuo caos regna sovrano, per un attimo la sensazione è di essere trasportati nel bel mezzo di una sfilata al Carnevale di Venezia, e interrompere questa immagine sarebbe poco poetico, a ben pensarci anche poco educativo. Non si può negare un soffio di libertà, in questi giorni sempre più avvolti da un cappa che incombe. L’unica cosa da fare è cercare un armadio che nella notte custodisca i costumi di scena, in attesa che arrivi domani, quando sarà più freddo ancora.