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Il covid nel calcio

Stadio vuoto

Giorgio Sbordoni
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I lavoratori degli stadi fanno spesso parte di un sistema di appalti e subappalti che rasenta il caporalato. Con le partite a porte chiuse ora sono tutti a casa in Fis. Il racconto di un addetto delle pulizie allo Stadio Olimpico di Roma

Ci fu il disastro. Il lockdown. Il silenzio. E dopo, ma solo molto dopo, arrivò Torino-Parma, la madre di tutte le partite, il primo match dell’era post covid. Il 20 giugno, con un gol di N’Koulou e uno di Kucka, questo salomonico pareggio di fine anno – che mai avrebbe lasciato traccia nelle statistiche – è entrato di diritto nella storia del Pallone come il verdetto della prima gara disputata dopo lo scoppio ufficiale della pandemia. A porte rigorosamente chiuse. Mascherine in panchina, amuchina a fiumi, e schioccar di gomiti lì dove un tempo c’erano leali strette di mano tra arbitri e capitani.

È proprio seguendo con curiosità e una scorta di passione arretrata questo e gli altri malinconici incontri di queste settimane, che abbiamo finito per notare non, per una volta, quello che era al centro dei riflettori, ma quello che non c’era. Perché lo stadio è un ecosistema, neanche tanto piccolo, brulicante di tifosi, ma anche di lavoratori. E quasi subito ci è parso evidente che con i primi erano scomparsi anche i secondi.

Che fine avevano fatto i baristi? E i bibbitari (a Roma sono quelli che vendono snack e bibite direttamente sugli spalti, ndr)? E gli steward? E quelli all’accoglienza che controllano documenti e biglietti? E gli appalti delle pulizie? E chi compie le varie manutenzioni? E il servizio di guardiania? Centinaia di posti di lavoro, tradizionalmente espressione di settori e contratti tra i più instabili, moltiplicati per decine di grandi impianti, cancellati per tutta la seconda parte di questa stagione e, quasi sicuramente, anche per buona parte della prossima.

Così siamo andati a cercarli e non è stato facile. Ci siamo resi conto che anche stavolta il principio aureo per cui lotta da anni la Cgil, “stesso lavoro, stessi diritti”, si scontra con una realtà parcellizzata di appalti e subappalti in cui le società di vertice spesso allungano la catena per stringerla, con le ultime maglie, intorno al collo dei lavoratori, tenerli prigionieri nella morsa di un semi caporalato in cui pochi responsabili impongono il bello e il cattivo tempo a tutti gli altri, utilizzando ore e mansioni come un premio destinato a chi rompe meno le scatole. Tutto avviene alla luce del sole, in un contesto di generale distrazione in cui gli occhi della moltitudine dei presenti sono fissi sul terreno di gioco e il resto finisce per essere confusa cornice e rumore di fondo.

“Nella nostra azienda, la Gedis, siamo centinaia di dipendenti – ci racconta al telefono una fonte del settore pulizie che vuole restare anonima, a conferma del clima –. Sono una settantina quelli di noi che lavorano nell’appalto del Coni (il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, proprietario dello Stadio Olimpico di Roma, l’impianto dove giocano la Roma e la Lazio, ndr). Questo appalto, oltre all’Olimpico, comprende lo Stadio della Farnesina, lo Stadio dei Marmi, il Centrale del tennis, le piscine e la sala d’armi”.

Che cosa è successo ai primi di marzo, quando il campionato è stato interrotto? “Siamo rimasti a casa e non abbiamo lavorato. Qualcuno, a dire la verità, è stato chiamato a lavorare negli ospedali, in alcune strutture a rischio covid, magari la sera prima dell’incarico e di nascosto dagli altri”.

Come siete organizzati? “Sono due le ditte Gedis dalle quali dipendiamo: la Tecnopul che fa contratti di 14 o 25 ore settimanali, spalmate su un parametro di 6 giorni, e la Plurima, con contratti di 10, 18, 20, 30 o 40 ore, spalmate su cinque giorni. Prima della Gedis, c’era un’altra azienda e un altro capitolato da parte del Coni: si andava al lavoro tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 7 di mattina fino a fine parametro, non si facevano mai straordinari e non esisteva il banco ore. Ora invece esiste il banco ore. Significa che se hai un parametro di 4 ore al giorno, 20 settimanali, e ti fanno fare un turno di 6 ore, 4 te le pagano e 2 finiscono al banco ore, per poi essere pagate successivamente a fine anno, non come straordinario a fine mese. Ci sono persone che oggi vanno a lavorare, fanno un turno di 7 ore, ma gli vengono pagate solo le 2 ore e mezzo del parametro. Per le altre dovranno attendere fino a fine anno”.

Veniamo all’oggi. Come è andato il lockdown? “A marzo siamo entrati in regime di Fis. Per parlare chiaro, una persona che lavora circa 90 ore al mese ha uno stipendio di circa 650 euro lorde. Con il fondo di integrazione salariale a marzo ne ha prese poco più di 300, ad aprile circa 350, a maggio poco più di 200. Se oggi dovesse tornare a lavorare non avrebbe neanche i soldi per la benzina. A parte qualcuno che, come raccontavo, è riuscito a lavorare qualche ora negli ospedali, la maggior parte di noi è in una condizione difficilissima. Del resto, tra noi ci sono due fazioni sindacali e quelli che stanno con la Cgil, che danno più fastidio, pretendono il rispetto dei diritti e non vogliono sottostare a questa sorta di caporalato, sono i più penalizzati”.

In che modo? “A chi ha delle invalidità o delle limitazioni fisiche, ad esempio, sono state attribuite mansioni che non era in grado di svolgere e quando lo ha fatto presente ha ricevuto lettere di richiamo. E se uno fa gli straordinari per arrotondare a fine mese, se li vede pagare a fine anno, con la scusa che non c’è lavoro. E invece il lavoro ci sarebbe sempre, perché a luglio e agosto ci sono i concerti e gli eventi. I responsabili decidono chi premiare e chi no, chi far lavorare di più, a chi pagare gli straordinari a fine mese, a chi dare mansioni leggere. Ci sono lavoratori che vengono dalla stessa località fuori città e sono premiati con gli stessi turni agli stessi orari, in modo da potersi organizzare e dividere le spese di viaggio. Altri nella medesima situazione – persino con legami familiari – che hanno turni diversi e raddoppiano o triplicano la spesa per gli spostamenti”.

Le condizioni di lavoro come sono? “Pessime. Allo stadio, per dirne una, non abbiamo uno spogliatoio, quelli che ci sono non sono a norma, non c’è luce, areazione, una porta normale, non abbiamo una sala dove mangiare, si mangia sulle scalette o sugli spalti, costretti a subire il freddo, la pioggia o il grande caldo”.

Che succede il giorno della partita? “Si arriva un’ora prima dell’apertura dei cancelli e parte la pulizia dei seggiolini. Poi si prende il materiale per la pulizia del bagno. Quando finisce la gara chi fa il presidio va via insieme ai tifosi, mentre quelli che fanno il post partita restano anche la notte – fino a poco tempo fa venivano impegnati solo stranieri, ci sono stati anche controlli di massa in cui hanno trovato persone senza permesso di soggiorno –. Adesso la notte la facciamo solo noi.  C’è chi fa la notte e poi fa il turno il giorno dopo”.

E il prossimo anno cosa succederà? “Difficile dirlo adesso. Le voci sono impazzite. C’è persino chi ipotizza una parziale riapertura con ventimila persone. Quello che è certo è che la nostra condizione d’emergenza fa paura”.