Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Luglio 1960

L'inferno di Porta San Paolo

Ilaria Romeo
  • a
  • a
  • a

Roma vuole commemorare i martiri della Resistenza. La manifestazione viene impedita all'ultimo minuto. La polizia carica la folla. Dopo i fatti di Genova e Licata, e prima dei morti di Reggio Emilia, ancora un atto di repressione da parte del governo Tambroni

Il 6 luglio 1960 a Roma viene negata l’autorizzazione a una manifestazione in ricordo dei martiri della Resistenza. “A promuovere la manifestazione in ricordo dei soldati e dei cittadini caduti nel settembre 1943 per difendere Roma dai tedeschi - scrive Giuseppe Sircana - è il Consiglio federativo della Resistenza, un organismo presieduto da Leopoldo Piccardi e di cui fanno parte esponenti dei partiti comunista, socialista, repubblicano, radicale, socialdemocratico, delle associazioni partigiane e di massa. È previsto un comizio per il quale vengono designati come oratori l’avvocato radicale  Roberto Ascarelli, il comunista Paolo Bufalini, il socialista Federico Comandini e il repubblicano Oscar Marnmì.

Nel corso della serata del 5 luglio matura la decisione della Prefettura di revocare, per motivi di ordine pubblico, il permesso già concesso agli organizzatori della manifestazione. All’alba del 6 luglio Roma appare in stato di emergenza. Consistenti reparti di polizia e carabinieri in assetto di guerra presidiano i punti nevralgici della città e la maggiore concentrazione di forze è ovviamente nella zona di Porta San Paolo. In mattinata una delegazione composta da esponenti dei partiti di sinistra si reca in Prefettura dove fa presente che la revoca del permesso è arrivata troppo tardi e che non si fa più in tempo ad avvertire quanti si stanno già predisponendo per andare alla manifestazione. Il prefetto non recede dalla sua decisione e non accoglie neanche la proposta di compromesso avanzata dal deputato comunista Aldo Natoli,  che chiede venga almeno consentito a una delegazione di deporre delle corone di alloro ai piedi della  lapide commemorativa.

Venuti a conoscenza dell’arbitraria decisione della questura di revocare il comizio antifascista indetto a San Paolo, numerosi esponenti della cultura e dell’arte delibereranno un ordine del giorno di protesta contro il grave provvedimento: tra i firmatari Luchino Visconti, Alberto Moravia, Carlo Levi, Sergio Amidei, Corrado Cagli, Arrigo Benedetti, Lorenzo Vespignani, Renato Guttuso, Pierpaolo Pasolini, Giuseppe De Santis, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Antonello Trombadori, Mario Pannunzio, Carlo Lizzani, Marcello Conversi, Marcello Cini, Giorgio Salvini, Vasco Pratolini. Così, sfidando apertamente il divieto i romani scendono per le strade.

Porta San Paolo si presenta accerchiata da celerini e carabinieri, per la prima volta vengono utilizzati i carabinieri a cavallo (a comandare i carabinieri a cavallo è Raimondo D’Inzeo, che in settembre parteciperà alle Olimpiadi di Roma, conquistando la medaglia d’oro). Ricorderà anni dopo Aldo Natoli: “Si trattava di attraversare il breve spazio, meno di cento metri, che ci separava dalle schiere dei poliziotti che presidiavano la Porta e i varchi che davano accesso al piazzale retrostante. Il contatto e, forse, lo scontro sembravano inevitabili, poiché eravamo ben decisi ad affermare il nostro diritto, offeso, a rendere omaggio a quel luogo simbolico della resistenza antifascista. Su quella piazza, qualche centinaio di metri sulla destra, vicino alla caserma dei vigili del fuoco, mi ero trovato la mattina del 9 settembre 1943 e avevo sentito fischiare le pallottole; come potevano fermarci ora le camionette della Celere? In schiera ordinata, avevamo fatto pochi passi e ci trovavamo proprio in mezzo al guado, non vi era stato ancora alcun contatto con i cordoni polizieschi, quando avvenne la sorpresa; dalla sinistra, dove era stato ben coperto dietro l’angolo di case e muraglie, irruppe dritto su di noi uno squadrone di carabinieri a cavallo, al galoppo, mulinando in aria non sciabole bensì frustini".

Natoli racconterà ancora: "Ignoro se sia stato lo stesso mediocre avvocato di provincia che allora sedeva come capo supremo al Viminale, a escogitare questo espediente tattico nuovo per gli scontri di strada a Roma. Io mi ero trovato in una circostanza simile parecchi anni prima, nella campagna di Monterotondo, quando appoggiavo i contadini che occupavano le terre di una grande tenuta, e anche allora ero in compagnia di Lizzadri. In campagna è più facile salvarsi da simili attacchi, alberi, solchi profondi, canali, offrono ripari naturali. A Porta San Paolo eravamo totalmente allo scoperto e non ho dimenticato lo scroscio di nacchere degli zoccoli dei cavalli rimbalzanti sull’acciottolato di sampietrini. Ci sbandammo e gli eroici cavalieri guidati dai D’Inzeo finirono in mezzo alla folla che li accolse con un lancio di proiettili provenienti dal vicino mercato. Ma dietro i cavalieri si erano mossi i reparti motorizzati della Celere, che rastrellavano gli sbandati. Fra questi fu catturato Ingrao che solo più tardi, dopo essere stato identificato in questura, venne rilasciato. Io, insieme ad altri, ripiegai entro il quartiere Testaccio, dove le squadre di poliziotti ci inseguirono e mal gliene incolse, perché colà furono attaccate da ogni parte, anche da finestre e balconi”.

Dirà Marisa Rodano: “La decisione di andare in corteo a portare la corona alla lapide di Porta San Paolo, malgrado la manifestazione (...) in precedenza autorizzata, fosse stata vietata dal Prefetto di Roma solo mezz’ora prima dell’appuntamento - un’autentica e voluta provocazione! - era stata adottata durante una concitata riunione improvvisata, convocata da Paolo Bufalini, allora segretario della Federazione romana del Pci, non ricordo bene dove, forse nella sede della sezione del Pci di San Saba. Si era deciso, per 'forzare il blocco' - l’idea era stata proprio di Bufalini -, di mettere tutti i parlamentari in testa al corteo (...) Così ci muovemmo, preceduti dalla corona, lungo viale Aventino. Fatti pochi passi, prima ancora di raggiungere Porta San Paolo, cominciò il finimondo: la cavalleria, guidata da Raimondo D’Inzeo, caricò la testa del corteo, su cui si rovesciava il getto di acqua colorata degli idranti, e intervenivano le camionette della celere. La folla si disperse per i giardinetti dietro l’ufficio postale Ostiense, per le scale che salivano tra le case verso San Saba e per le vie del vicino quartiere Testaccio".

A quel punto spiegherà Rodano si scatenerà "una vera e propria guerriglia urbana: i manifestanti si difendevano dalle cariche gettando sulla polizia tutti gli oggetti che riuscivano a trovare. Franco Rodano, Ugo Bartesaghi ed io non so come ci ritrovammo illesi e asciutti in mezzo alla confusione. Pietro Ingrao però, e un parlamentare socialista di Bologna, l’on. Gian Guido Borghese, vennero feriti dalle manganellate e furono subito portati alla Camera: entrarono sanguinanti in aula, dove avvenne un vero putiferio. Quella decisione di portare la corona a Porta San Paolo avrebbe avuto conseguenze di non poco conto: gli eventi di Roma - l’attacco ai parlamentari che guidavano il corteo, il ferimento di alcuni di loro - scatenarono scioperi generali e manifestazioni in tutta Italia, innescando una serie di drammatici scontri”.

Raccontava in occasione del 50° anniversario degli avvenimenti una all’epoca giovanissima Bice Tanno (Un giorno e una vita. Roma 6 luglio 1960, a cura di Giuseppe Sircana, Ediesse 2011): “Ricordo una giornata difficilissima, di tensione, di botte e anche di sorpresa. Andai a Porta San Paolo con un gruppo di compagni de La Sapienza, della sezione universitaria del partito comunista. Non avevamo assolutamente idea di quel che ci aspettava. Eravamo ragazzi, studenti, impreparati ad affrontare gli scontri di piazza. Certo, sapevamo quel che era accaduto a Genova, leggevamo l’Unità ed eravamo consapevoli del momento difficile, dei rischi che correva la democrazia, però non prevedevamo assolutamente che potesse succedere quello che poi è successo. Insomma c’eravamo dati questo appuntamento e una volta arrivati a Porta San Paolo, ci siamo messi sulla destra della piazza dando le spalle alla Piramide.  strano, ma mi viene in mente soprattutto il grande chiasso, perché la gente era agitata, preoccupata. Ricordo i cavalli, le zampe dei cavalli, il rumore dei zoccoli sul selciato. Venivo dal paese e conoscevo bene gli animali, per cui rimasi molto colpita da quel rumore così strano, innaturale. E poi le urla, le aggressioni: era la prima volta che avevo a che fare con i manganelli e con poliziotti così violenti”.

Per Bice era la prima volta, per i lavoratori italiani - purtroppo - no. E la stessa celere che aveva agito a Genova ed ucciso a Licata tornerà a colpire il giorno seguente a Reggio Emilia. La polizia sparerà nuovamente contro i dimostranti e cinque persone rimangono a terra uccise: Lauro Farioli (22 anni), Ovidio Franchi (19), Emilio Reverberi (39), Marino Serri (41) e Afro Tondelli (36). Tutti e cinque operai e comunisti, alcuni ex partigiani. “Compagno, cittadino, fratello, partigiano, teniamoci per mano in questi giorni tristi - canterà Fausto Amodei - Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia, son morti dei compagni per mano dei fascisti. Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento e infuria la bufera".