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Covid

Inca Cgil, la priorità è informare i lavoratori contagiati

G. S.
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Da marzo a maggio, nei mesi peggiori della pandemia, le denunce per infortunio sul lavoro sono aumentate del 326 per cento rispetto allo scorso anno. Per il patronato adesso la priorità è che tutti siano a conoscenza dei propri diritti. Gli operatori dell'Istituto di assistenza sono a disposizione di chi si sia ammalato

“Non ci siamo mai fermati. Perché curare il prossimo per noi resta una missione”. Eccolo, nelle parole di Massimiliano Rizzuto, operatore sanitario, il coraggio che ha salvato il Paese nei momenti più duri. Il coraggio di chi ogni giorno ha continuato a recarsi al lavoro, cosciente del pericolo che correva e del rischio per la sua famiglia, mentre vedeva, uno dopo l’altro, oltre ventimila colleghi contrarre il covid. Non malattia, in questo e in molti altri casi, ma infortunio sul lavoro.

È in questa testimonianza che si declinano le ultime cifre diramate dall’Inail. Ed è nei numeri spaventosi svelati dall’Istituto che si comprende la battaglia dell’Inca Cgil, in prima linea, fin dall’inizio della pandemia, a sostegno di tutti quei lavoratori che sono stati contagiati. Per spiegare loro che restare a casa e risultare positivo al tampone per covid non può essere liquidato come un’assenza per malattia, ma deve essere trattato come un infortunio sul lavoro. Le cifre rese note il 30 giugno parlano chiaro e ci dicono che, solo nel settore sanità e assistenza sociale, nei primi cinque mesi del 2020, l’incremento delle denunce di infortunio in occasione di lavoro ha registrato un più 194 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Un dato che lievita, su base trimestrale – da marzo a maggio – fino a un più 326 per cento. Si passa dagli oltre seimila casi registrati dodici mesi fa ai quasi 27 mila attuali. E parliamo solo della sanità e dell’assistenza sociale. Negli altri settori, le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all'Inail nei primi cinque mesi di quest’anno sono state 432. L’aumento è di 41 casi rispetto ai 391 registrati nello stesso periodo del 2019 (più 10,5 per cento). Un’impennata influenzata dal numero dei decessi avvenuti e protocollati al 31 maggio scorso a causa dell’infezione da Covid-19 in ambito lavorativo.

“Le denunce registrate al 15 giugno, parlando di infortunio da coronavirus, sono quasi 50 mila”, ci ha detto Silvino Candeloro, del collegio di presidenza del patronato della Cgil. L’urgenza adesso è che tutti siano a conoscenza dei propri diritti, anche perché i dati attuali sulla circolazione del virus, seppure notevolmente più bassi rispetto a quelli del lockdown, ci raccontano che di covid ci si ammala ancora. E si continua a morire. E non tutti sanno che contrarlo sul lavoro dà diritto alla denuncia all’Inail e a tutte le tutele connesse.

“Fondamentale, per noi e per la nostra opera di informazione – ci dice ancora Silvino Candeloro – è il supporto dei lavoratori contagiati, affinché ci aiutino a ricostruire i loro casi. Perché laddove alcuni di loro, come quelli della sanità, hanno una presunzione rispetto al riconoscimento dell’infortunio, per quanto riguarda tutti gli altri, soprattutto nel settore privato, non c’è la presunzione e quindi ci dobbiamo far carico noi di dimostrare che c’è una relazione tra il contagio e i problemi legati alla salute pregiudicata dal virus. E poi è fondamentale valutare i postumi: rivolgetevi al patronato Inca perché continueremo a seguirvi anche dopo il rientro al lavoro. Se c’è una responsabilità del datore di lavoro, noi ci faremo carico anche di un risarcimento civilistico, il cosiddetto danno differenziale”.