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Il voto con cui il parlamento europeo ha deciso questo pomeriggio di rinviare alla Corte di giustizia dell’Unione l’esame dell’accordo commerciale tra Ue e Mercosur non è un incidente di percorso né un espediente procedurale, ma un atto politico di rilievo che riporta al centro del dibattito europeo il nodo irrisolto del rapporto tra commercio, diritti e democrazia.
Con una maggioranza risicatissima (334 voti favorevoli contro 324 contrari) l’Eurocamera ha scelto di chiedere un parere giuridico sulla compatibilità dell’accordo con i trattati Ue, sospendendo di fatto per almeno 18-24 mesi il voto finale su un’intesa che da anni divide istituzioni, governi e società civile.
Una vittoria tra gli applausi
Una decisione accolta con applausi in aula dai promotori della mozione e vissuta come una sconfitta pesante dalla commissione europea e dai governi più apertamente favorevoli all’accordo, che vedono nel Mercosur uno strumento geopolitico per rafforzare i legami commerciali dell’Unione e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.
Non a caso, poche ore prima del voto, la presidente della commissione Ursula von der Leyen aveva lanciato un ultimo appello ai parlamentari, rivendicando la necessità di moltiplicare i partner commerciali per rafforzare l’autonomia strategica dell’Ue. Ma l’argomento non è bastato a superare le molte perplessità politiche, sociali e giuridiche che circondano il trattato.
Difesa di diritti, lavoro, ambiente
Il rinvio alla Corte di Giustizia nasce infatti da una richiesta che la società civile europea e latinoamericana avanza da anni: verificare se l’accordo Ue-Mercosur rispetti davvero i limiti imposti dai trattati, o se invece finisca per comprimere la capacità dell’Unione e degli Stati membri di legiferare in materia di diritti sociali, lavoro, ambiente, salute e sicurezza alimentare.
Tra i sostenitori della sospensione figurano organizzazioni come Fairwatch, Foodwatch e le reti europee per la giustizia commerciale, che da tempo denunciano l’assenza di clausole sociali e ambientali realmente vincolanti e l’asimmetria tra la forza delle norme sulla liberalizzazione degli scambi e la debolezza degli impegni su lavoro e sostenibilità.
Sindacati contrari all’accordo
Sul fronte sindacale, la contrarietà all’accordo è altrettanto netta e di lunga data. La confederazione europea dei sindacati, Ces, ha più volte espresso forti riserve sul Mercosur, denunciando il rischio di dumping sociale, la mancanza di meccanismi efficaci di applicazione delle convenzioni Oil e l’impossibilità di garantire che la liberalizzazione commerciale non avvenga a scapito dei diritti dei lavoratori, sia in Europa sia nei Paesi sudamericani. Posizione condivisa da Effat, la federazione europea dei sindacati dell’alimentazione, dell’agricoltura e del turismo, che ha messo in guardia contro gli effetti dell’accordo sui lavoratori agricoli, sulla sicurezza alimentare e sulla tenuta dei sistemi produttivi europei, già sottoposti a forti pressioni competitive.
Le preoccupazioni sindacali si intrecciano con quelle provenienti dall’America Latina. Oltre 140 organizzazioni dell’area Mercosur, comprese chiese, organizzazioni indigene, movimenti contadini e sindacati, hanno chiesto negli anni la sospensione del trattato, denunciando il rischio di un’accelerazione della deforestazione, dell’espansione dell’agroindustria intensiva e della marginalizzazione delle comunità rurali e indigene. Un modello di sviluppo che produce profitti per pochi e costi sociali e ambientali altissimi, in aperta contraddizione con gli impegni climatici e sociali che l’Unione europea dichiara di voler promuovere.
Rischio concorrenza sleale
Il voto di Strasburgo è maturato anche sotto la pressione di una mobilitazione agricola senza precedenti. Migliaia di agricoltori e rappresentanti delle organizzazioni agricole e datoriali hanno circondato pacificamente la sede del parlamento europeo, denunciando la concorrenza sleale che l’accordo Ue-Mercosur rischia di innescare, soprattutto nei settori più esposti come carne, zucchero e soia.
Una protesta che ha inciso in modo determinante sugli equilibri politici del voto e che ha spinto anche il gruppo dei Patrioti a sostenere la richiesta di rinvio alla Corte, contribuendo in modo decisivo alla vittoria della mozione.
Chi ha votato contro
Di segno opposto la scelta del Partito democratico italiano, che ha votato contro la richiesta di esame giuridico insieme a Fratelli d’Italia e Forza Italia. Una posizione condivisa dal gruppo dei Socialisti e Democratici europei, che in una nota diffusa a pochi minuti dalla sconfitta ha liquidato il rinvio alla Corte come un semplice “espediente dilatorio”.
Una lettura che ha suscitato forti critiche, perché ignora il fatto che la richiesta di controllo giuridico proviene in larga misura proprio dalla società civile organizzata, dai sindacati e da quei settori produttivi che più rischiano di pagare il prezzo dell’accordo.
Questione istituzionale
Sul tavolo resta ora una questione istituzionale di enorme portata. Nei corridoi di Bruxelles circola con insistenza l’ipotesi che la commissione europea possa comunque decidere di applicare provvisoriamente le misure di liberalizzazione commerciale contenute nel trattato, appellandosi al mandato ricevuto dal consiglio e alla firma già avvenuta in Paraguay. Una scelta che aprirebbe uno scenario senza precedenti, esautorando di fatto il parlamento dal potere di approvare o respingere un accordo commerciale, prerogativa che il trattato di Lisbona gli attribuisce esplicitamente.
Se questa ipotesi dovesse concretizzarsi, si creerebbe un unicum nella storia delle relazioni tra le istituzioni europee, con una compressione grave delle prerogative parlamentari e un colpo diretto alla legittimità democratica dell’Unione.
È per questo che il voto di Strasburgo va letto non solo come una battuta d’arresto per l’accordo Ue-Mercosur, ma come una difesa del ruolo del parlamento e, più in generale, del principio secondo cui le scelte che incidono su lavoro, diritti e ambiente non possono essere sottratte al controllo democratico.
In gioco la credibilità della Ue
Per la credibilità dell’Unione europea e per la sua tenuta democratica è fondamentale che le forze politiche democratiche, a partire da quelle che si richiamano ai valori del lavoro e della giustizia sociale, si oppongano in ogni modo a questa ulteriore restrizione delle prerogative parlamentari.
Il rinvio alla Corte di giustizia non è un ostacolo ideologico al commercio internazionale, ma un atto di responsabilità che riafferma un principio essenziale: senza diritti, senza tutele e senza democrazia, non può esserci alcun commercio equo e sostenibile.
Monica Di Sisto, responsabile dell’osservatorio italiano su clima e commercio di Fairwatch






















