La Commissione europea serra i ranghi e spinge per una possibile firma del trattato di liberalizzazione commerciale Ue-Mercosur il 12 gennaio, dopo la riunione del Consiglio prevista per il 9 e un confronto straordinario tra i ministri dell’Agricoltura che si è tenuto ieri, 7 gennaio.

La giravolta di Meloni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con una giravolta, si allinea: dopo aver sostenuto circa un mese fa che l’Italia non avrebbe firmato l’accordo finché non fossero garantite condizioni adeguate per i produttori agricoli, ha detto di aver accolto positivamente le nuove proposte della Commissione europea, giudicandole un passo avanti significativo nelle richieste italiane e quindi confermando un sostegno politico verso il via libera dell’intesa.

45 miliardi di Pac

Nello specifico, Meloni ha dichiarato che l’anticipo di circa 45 miliardi di euro di fondi della politica agricola comune (Pac) messo in campo dalla Commissione, richiesto da Roma e finalizzato a sostenere il settore agricolo, rappresenta “una linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea portata avanti con determinazione” dal governo italiano e trova “sempre maggiore ascolto a Bruxelles”.

Tale disponibilità di fondi, che in realtà non sono risorse aggiuntive ma anticipazioni di stanziamenti già previsti nel bilancio pluriennale Ue, è stata letta da gran parte della stampa europea come lo strumento politico decisivo per rimuovere le resistenze italiane e sbloccare l’iter dell’accordo.

Il dazio verde

Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida, insieme al collega francese, ha chiesto alla Commissione anche “maggiori salvaguardie”, a partire dall’eliminazione del ‘dazio verde’ determinato dal meccanismo di aggiustamento delle emissioni di CO2 alle frontiere europee (il cosiddetto Cbam), per gli acquisti di fertilizzanti da Paesi terzi. Questo al fine di alleggerire i costi di produzione alle aziende del settore visto anche che l’Italia, con l’ultima manovra finanziaria, ha ritoccato al rialzo le accise sul diesel che è ancora il principale carburante di trazione per i mezzi agricoli.

Solo poche settimane prima, la stessa presidente del Consiglio aveva definito “prematuro” procedere alla firma dell’accordo senza garanzie concrete per l’agricoltura europea, insistendo sulla necessità di rafforzare i principi di reciprocità normativa e le clausole di tutela dei mercati interni.

La posizione italiana, condivisa in parte con la Francia, aveva contribuito a rinviare la firma prevista per dicembre 2025. Nonostante questo cambio di tono politico, l’accordo Ue-Mercosur continua a sollevare fortissime critiche tra agricoltori, organizzazioni di categoria e sindacati agricoli, perché mantiene elementi strutturali che rischiano di produrre danni duraturi ai produttori europei e italiani.

Danni duraturi

Il cuore della contestazione riguarda innanzitutto l’apertura del mercato europeo a importazioni agricole a basso costo, provenienti da Paesi in cui i costi di produzione sono inferiori e le economie di scala nettamente più favorevoli. L’accordo prevede consistenti liberalizzazioni tariffarie su prodotti altamente sensibili, come carne bovina, pollame, zucchero, riso ed etanolo, che eserciteranno una pressione diretta sui prezzi interni dell’Ue.

Anche se le quote di importazione rappresentano percentuali limitate del consumo complessivo europeo, diversi studi e analisi di mercato evidenziano come tali volumi siano più che sufficienti a comprimere i prezzi alla produzione, riducendo la redditività delle aziende agricole europee, già colpite dall’aumento dei costi energetici, climatici e normativi.

Diversi standard produttivi 

A questa dinamica si somma il problema, più volte denunciato, della divergenza degli standard produttivi. Nei Paesi del Mercosur sono ammesse pratiche e sostanze, in particolare nel campo dei pesticidi, degli antibiotici e del benessere animale, che l’Ue ha progressivamente vietato o fortemente limitato. Gli agricoltori europei sono quindi chiamati a competere con prodotti ottenuti a costi inferiori proprio perché realizzati in contesti regolatori meno stringenti.

Le promesse di “reciprocità” contenute nel testo dell’accordo vengono giudicate largamente insufficienti, anche perché molti standard di produzione non sono verificabili a posteriori attraverso i controlli alle frontiere.

Clausole di salvaguardia

Le clausole di salvaguardia, presentate dalla Commissione come uno strumento di protezione per i settori più vulnerabili, sono a loro volta considerate deboli e difficilmente attivabili. I meccanismi previsti richiedono soglie elevate e procedure complesse, che rischiano di rendere l’intervento tardivo, quando il danno economico è già stato prodotto.

Anche il recente accordo politico tra Parlamento e Consiglio europeo su alcune misure di tutela, che in realtà ribadiscono esclusivamente tutti i meccanismi ordinari già a disposizione dei Paesi membri, non modifica questa valutazione di fondo.

Effetti negativi 

Particolarmente controverso è poi l’uso dei fondi della politica agricola comune come leva compensativa. L’anticipo di 45 miliardi di euro e l’ipotesi di un fondo di crisi da 6,3 miliardi vengono percepiti da molte organizzazioni agricole come un’ammissione implicita che l’accordo produrrà effetti negativi sul settore.

In altri termini, invece di prevenire il danno attraverso una diversa impostazione della politica commerciale, si sceglie di utilizzare risorse pubbliche già scarse per attenuarne le conseguenze, senza affrontare le cause strutturali della perdita di competitività.

L’impatto in Italia

In Paesi come l’Italia, dove l’agricoltura è caratterizzata da aziende di piccola e media dimensione, fortemente radicate nei territori, l’impatto rischia di essere ancora più marcato. L’aumento della concorrenza esterna può accelerare l’abbandono delle campagne, la chiusura di aziende familiari e la perdita di occupazione agricola, andando in direzione opposta agli obiettivi dichiarati di sostenibilità, resilienza e sovranità alimentare, come gli stessi movimenti contadini europei e globali hanno ribadito a più riprese.

Critiche della società civile

Un ulteriore elemento di critica proviene dalla società civile organizzata dei Paesi del Mercosur, che ha espresso preoccupazioni analoghe ma per ragioni diverse. In un pronunciamento ufficiale la Frente Brasileira Contra os Acordos Mercosul-UE e Mercosul-Efta, composta da oltre 140 organizzazioni della società civile brasiliana, ha definito l’accordo “neocoloniale, asimmetrico e privo di reale partecipazione popolare”, sostenendo che genererà impatti socio-ambientali ed economici negativi nei Paesi del Mercosur, danneggiando agricoltori familiari, comunità indigene e tradizionali, lavoratori agricoli e territori già vulnerabili all’agrobusiness e all’espansione di monoculture.

La rete ha ribadito che nessuna giustificazione derivante da pressioni internazionali (come guerre tariffarie globali) può legittimare la firma di un accordo che non rafforza né la produzione industriale, né la creazione di posti di lavoro locale, né politiche di resilienza climatica. Il documento segnala inoltre un aumento dei pesticidi in Brasile e l’assenza di una discussione democratica sul trattato.

Equilibri negoziali

In conclusione, la recente apertura politica del governo italiano appare legata più a un equilibrio negoziale interno all’Unione europea che a un reale superamento delle criticità dell’accordo Ue-Mercosur. Le concessioni ottenute sul bilancio Pac non modificano il quadro competitivo sfavorevole per gli agricoltori europei e italiani.

L’Unione Europea, a più livelli decisionali, ha provato a difendere l’accordo Eu-Mercosur come necessario per trovare nuovi mercati di sbocco e una rinnovata alleanza coi Paesi dell’area a fronte, da un lato, dall’influenza crescente cinese e, dall’altro, dall’inaffidabilità dell’alleanza atlantica sotto la presidenza Trump. Nei fatti, però, l’influenza cinese nell’area, soprattutto per il protagonismo del Brasile nei Brics, è assai consolidata, e anche quella di Trump in Argentina assume la forma di un’alleanza strategica sin dall’insediamento di Milei.

Mercato ma non unità politica

Senza contare che quello che potrebbe entrare in vigore col solo assenso del Parlamento europeo sarebbe l’accordo di liberalizzazione economica, mentre l’accordo di partenariato, cioè quello politico, entrerebbe in vigore solo dopo una completa ratifica di tutti i Paesi membri, reiterando l’infelice tradizione che ha portato l’Unione stessa ad avere un mercato senza mai riuscire a condividere una vera unità politica.

Se parliamo, poi, di potenziali mercati sostitutivi, il reddito medio dei circa 280 milioni di cittadini dell’area non supera i 10 mila dollari annui medi nei Paesi più capienti, Argentina e Brasile, e non consente nemmeno di sognare di sostituire il reddito medio familiare da oltre 80 mila dollari l’anno dei 348 milioni di cittadini americani che sarebbero, sempre teoricamente, in fuga dai prodotti italiani rincarati per i dazi di Trump.

Export italiano da record

Perché rischiare danni sostanziali alla rete produttiva nazionale, inoltre, quando anche gli aggiornamenti Istat, vantati dal governo come risultato proprio, confermano che l’export agroalimentare italiano è da record in Europa e nel mondo, che i dazi di Trump non l’hanno pregiudicato, come pure anche chi scrive aveva ipotizzato a più riprese, e che l’assetto presente, che valorizza le filiere per la propria distintività, è cruciale per il mantenimento di questa posizione di vantaggio?

Mobilitazioni agricole

A conferma del clima di tensione che circonda l’intesa, le mobilitazioni agricole sono destinate a riprendere. In Francia, Polonia e Belgio i contadini, già protagonisti delle proteste che avevano spinto il presidente Macron e la premier Meloni a frenare sull’accordo nei mesi scorsi, hanno annunciato nuove giornate di manifestazioni contro il Mercosur. Delegazioni di oltre 40 associazioni agricole, con stime di circa 10.000 manifestanti, hanno già partecipato alle proteste di dicembre a Bruxelles contro l’accordo.

Anche in Italia è stata proclamata una nuova ondata di proteste con i trattori, con blocchi stradali a partire dal 19 gennaio. Mobilitazioni che rischiano però di arrivare troppo tardi per incidere su un’agenda commerciale europea che sembra ormai orientata verso la firma dell’accordo, nonostante l’opposizione e le criticità non risolte.

Monica Di Sisto, Responsabile dell’osservatorio italiano su clima e commercio di Fairwatch