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“Il 19 e il 20 marzo, i capi di governo contribuiranno a definire la direzione dell’Europa. La competitività dell’Europa non si otterrà smantellando i diritti. Sarà garantita investendo in un’economia forte che offra posti di lavoro di qualità a tutti i lavoratori. Siamo noi a costruire l’Europa. Questa è la scelta. È tempo di scegliere con saggezza”.
Alla vigilia del Consiglio europeo, il movimento sindacale continentale, coordinato dalla Ces-Etuc, affida a queste parole un messaggio politico netto. Non è solo una presa di posizione, ma l’avvio di una piattaforma che accompagnerà l’azione sindacale fino al congresso del maggio 2027, in un contesto segnato da crisi geopolitiche, tensioni economiche e trasformazioni profonde del sistema produttivo.
In questo percorso ha pesato anche il lavoro della Cgil, che da anni richiama l’attenzione sui rischi di una “semplificazione” che si traduce in deregolamentazione e riduzione delle tutele. Un’impostazione che, intrecciata con l’enfasi sulla competitività promossa dal Piano Draghi per l’Europa, rischia di produrre un arretramento dell’architettura sociale europea. Tra i punti più sensibili – sottolineati sempre dalla confederazione di Corso Italia –, anche il rifiuto di un modello che privilegi il riarmo come principale leva di spesa fuori dai vincoli europei, sostituendo di fatto politiche industriali e sociali.
La lettera di Lynch: “Non si compete abbassando gli standard”
A rafforzare questa posizione è la lettera inviata dalla segretaria generale della Ces, Esther Lynch, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. “In un contesto di frammentazione geopolitica e incertezza economica – scrive Lynch - , è essenziale che le istituzioni dell’Ue rispondano con solidarietà e con un piano concreto. La Ces chiede un piano economico europeo guidato da una missione, costruito su un massiccio salto negli investimenti, che realizzi una politica industriale per ogni settore e ogni regione, con la creazione e la protezione di posti di lavoro di qualità come obiettivo centrale”.
Il passaggio decisivo riguarda il modello di competitività: “Chiediamo che la competitività europea sia costruita sugli investimenti per posti di lavoro di qualità, capacità produttiva, innovazione, competenze, sicurezza energetica e coesione sociale, non sull’abbassamento degli standard, la deregolamentazione o l’austerità”.
La piattaforma sindacale europea
La Ces delinea un’agenda precisa: una legge europea sui lavori di qualità, una politica industriale robusta sostenuta da investimenti pubblici su larga scala, anche attraverso strumenti comuni europei, e un rafforzamento del bilancio dell’Unione. “I salari non sono un costo da contenere”. Al contrario: salari più alti significano più domanda, più investimenti, più crescita. Allo stesso tempo, la Ces chiede strumenti di intervento rapido per proteggere occupazione e produzione nei settori in crisi e ribadisce un punto politico dirimente: “Respingere l’agenda della deregolamentazione e garantire che ogni iniziativa di semplificazione non comprometta i diritti e gli standard del lavoro”.
Due modelli a confronto
Il confronto a Bruxelles è tra due visioni opposte. Da una parte quella che punta sulla deregulation, nella convinzione che questo favorisca la competitività. Dall’altra quella che individua negli investimenti, nei salari e nel lavoro di qualità la chiave per rafforzare l’economia europea. Il contesto, del resto, è segnato da dati preoccupanti: negli ultimi due anni il settore manifatturiero europeo ha perso in media 27 mila posti di lavoro al mese, mentre i processi di ristrutturazione si estendono ben oltre l’industria. Per il sindacato europeo, la diagnosi è chiara: i problemi non derivano da un eccesso di diritti, ma da un deficit di investimenti e dall’assenza di una strategia industriale coordinata.
Salari, investimenti e futuro europeo
Da anni i sindacati mettono in guardia sui rischi legati alla carenza di investimenti in servizi pubblici, infrastrutture e politiche industriali. In questo quadro, l’approccio “Made in Europe” può rappresentare un’opportunità per orientare lo sviluppo verso occupazione di qualità e maggiore coesione territoriale, a condizione che includa anche equità fiscale.
Il nodo decisivo resta quello dei salari e della contrattazione. L’aumento delle retribuzioni è visto come leva per rafforzare il mercato interno e sostenere gli investimenti. Al contrario, la compressione salariale rischia di aggravare il deficit di domanda e indebolire l’intero sistema economico. Per questo una legge europea sui lavori di qualità viene indicata come uno strumento essenziale: non solo per migliorare le condizioni di lavoro, ma per rendere concrete le transizioni verde e digitale.
Una scelta politica
Alla vigilia del Consiglio europeo, il messaggio della Ces è quindi una chiamata alla responsabilità politica. Di fronte alla crisi globale, l’Europa deve imboccare la strada degli investimenti e dei diritti. “È tempo di essere uniti, determinati e decisivi e tracciare una nuova rotta che garantisca progresso sociale ed economico”, scrivono i sindacati europei. La posta in gioco non è solo la competitività, ma il modello stesso di Europa.




























