È iniziata alla Camera la discussione sul disegno di legge delega sul nucleare, che dovrebbe arrivare in aula il 26 maggio. Ieri la presidente del consiglio Meloni ha annunciato che sarà approvato entro l’estate. A fine corsa il governo, tramortito dalla batosta elettorale del referendum sulla magistratura, incapace di affrontare la grave crisi economica e sociale, aggravata dalla chiusura dello stretto di Hormuz a seguito all’attacco di Usa e Israele all’Iran, non ha altra proposta che quella di diseppellire il nucleare.

Oltraggio alla volontà popolare

Proporre e approvare il disegno di legge per il ritorno del nucleare in Italia è un oltraggio alla volontà popolare espressa in due referendum, che hanno sancito la contrarietà degli italiani verso questa forma di energia. Oltre alla questione democratica, che non è sicuramente la priorità di questo governo, ci sono anche altre ragioni che dovrebbero spingere un esecutivo responsabile a fare scelte di politica energetica diverse, puntando tutto su efficienza, risparmio, economia circolare, elettrificazione, sistemi di accumulo, produzione da fonti rinnovabili e pianificazione dell’uscita dalle fonti fossili.

Questione economica

La prima questione è economica. L’Italia si trova in una grave difficoltà causata dalla forte dipendenza dalle fossili, pari a oltre il 75 per cento, e dal fatto che il prezzo dell’energia elettrica è determinato al 90 per cento da quello del gas, che subisce oscillazioni e rialzi provocati dalle instabilità geopolitiche e della speculazione.

In questo modo il costo dell’energia in Italia arriva a essere due, tre volte superiore a quello della Spagna, dove il gas determina il prezzo finale solo per il 15 per cento, considerato che Madrid negli ultimi anni ha investito sulle rinnovabili.

Un nucleare irrealizzabile

Il nucleare a cui pensa il governo, quello degli Smr (small modular reactors, piccoli reattori modulari) e degli Amr (advanced modular reactors, reattori nucleari di quarta generazione), presenta problemi che lo rendono inadatto a risolvere la questione del caro energia: si tratta di tecnologie non ancora commercializzate, che non saranno disponibili nel breve-medio termine e sicuramente non lo sono adesso nel momento del bisogno; necessitano di investimenti enormi e hanno un costo dell’energia quasi tre volte superiore rispetto a quello prodotto da fonti rinnovabili.

Una questione di tempi

Poi c’è la questione climatica, una crisi da affrontare con urgenza e per la quale il nucleare arriverebbe fuori tempo massimo rispetto agli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e al 2040, previsti dalla legge europea sul clima e per rispettare il limite di 1.5°C di aumento delle temperature.

C’è il problema delle scorie: negli anni numerosi governi non sono stati in grado di individuare un sito per realizzare il deposito dei rifiuti nucleari, per motivi sia di sicurezza che di accettazione sociale. Per rispondere agli obiettivi di energia nucleare previsti dal Pniec (piano nazionale integrato per l’energia e il clima) si dovrebbero inoltre individuare 50-100 siti in cui realizzare altrettanti piccoli reattori, e anche in questo caso non si è riusciti a trovarli.

Quale sicurezza?

C’è anche un problema di sicurezza e autonomia energetica: l’Italia non possiede né il combustibile né le tecnologie nucleari. Un’ipotetica scelta nucleare costituirebbe una nuova forma di dipendenza, con le stesse difficoltà di reperimento e di prezzo che stiamo affrontando con le fonti fossili. C’è un problema di sicurezza da attacchi ai tanti piccoli siti disseminati su tutto il territorio nazionale e al sistema di trasporto di materiale e scorie. Infine, il ritorno al nucleare, spinto dal governo, ha l'aggravante di non escluderne un eventuale utilizzo militare o dual use.

Politiche energetiche pericolose

Le politiche energetiche portate avanti dall’esecutivo sono pericolose: espansione di progetti e infrastrutture fossili, anche attraverso le grandi partecipate pubbliche Eni e Snam, spostamento del phase out dal carbone al 2038, contrasto a tutte le politiche europee per il clima, ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili, sostengo alle false soluzioni, fra cui quella del nucleare.

Sono scelte che contribuiscono a peggiorare i cambiamenti climatici, ma sono anche la causa strutturale di un’insostenibile dipendenza energetica fossile che determina instabilità, prezzi energetici fuori controllo, perdita di competitività e crisi del sistema produttivo, aumento della povertà energetica, inflazione causata dall’aumento dei costi di beni e servizi.

Giusta transizione

La Cgil si oppone alle politiche energetiche del governo, al nucleare e a tutte le false soluzioni che rallentando l'uscita dalle fonti fossili, ci opponiamo all'aumento della spesa militare e alla riconversione bellica dell’industria.
Lo facciamo con proposte articolate e alleanze consolidate perché una giusta transizione ecologica è l’unica strada per garantire lavoro di qualità, pace, diritti e sostenibilità.