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Praga

Jan Palach: una protesta che s'infiamma

Ilaria Romeo
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Nel gennaio del 1969 uno studente cecoslovacco di ventuno anni decide di diventare una torcia umana. Il suo gesto estremo è un atto di denuncia contro l'Unione Sovietica

In Italia nel 1969 il presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat; presidente della Camera Sandro Pertini, presidente del Senato Amintore Fanfani. La Democrazia cristiana - primo partito per numero di voti e preferenze - cambia nell’arco di meno di un anno (dal 18 novembre 1968 al 9 novembre 1969) tre volte segretario; il Pci espelle il gruppo del Manifesto, Enrico Berlinguer diventa vice segretario, Giorgio Almirante sostituisce Arturo Michelini alla guida del Movimento sociale italiano.

In Europa l’anno si apre nel peggiore dei modi: il 16 gennaio a Praga, per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, Jan Palach, un ragazzo di ventuno anni, comunista e luterano, si dà fuoco. Il suo gesto estremo è un atto di denuncia contro l’Unione Sovietica che pochi mesi prima ha soffocato con le sue truppe le riforme socialiste di Alexander Dubček e della primavera di Praga. I passanti provano a spegnere le fiamme con i cappotti, senza però riuscire a salvarlo.

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione - aveva scritto - abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”. 

Morirà tre giorni dopo.

Le torce umane

Stando alle indagini condotte dalla polizia, il gruppo di “torce umane” di cui Palach scriveva non sarebbe mai esistito, ma numerosi saranno i tentativi di emulazione. Il più noto di questi fu Jan Zajic, studente presso un istituto per ferrovieri della Moravia, che il 25 febbraio 1969 raggiunge Praga assieme a tre amici cospargendosi di benzina e dandosi fuoco in piazza Venceslao. Prima di Zaijc, il 23 gennaio uno studente ungherese di sedici anni, Sandor Bauer, si era dato fuoco sulla scalinata del Museo Nazionale di Budapest. Ed il triste elenco potrebbe continuare, non solo in Cecoslovacchia.

In 600.000 da tutto il Paese si recheranno a rendere tributo a Palach in occasione dei funerali, diventando la sua tomba un luogo di pellegrinaggio tanto da spingere la polizia segreta cecoslovacca a esumarne il cadavere, cremarlo e restituirne le ceneri alla madre.

Il gesto di Palach nell'immaginario collettivo

“Dimmi chi sono quegli uomini lenti - cantava l’anno successivo Francesco Guccini - coi pugni stretti e con l’odio fra denti, dimmi chi sono quegli uomini stanchi di chinar la testa e di tirare avanti. Dimmi chi era che il corpo portava, la città intera che lo accompagnava, la città intera che muta lanciava una speranza nel cielo di Praga”.

“Mi è capitato di visitare Praga subito dopo l’autoimmolazione di Jan Palach - scriveva venti anni dopo Arthur Miller - un atto estremamente complesso di affermazione e disperazione. Ricordo che i cechi mi chiesero se pensavo che avesse fatto qualcosa di utile, o se fosse solo un altro gesto futile, forse persino un’esplosione di egoismo destinato a precipitare nel fondo della memoria della nostra epoca. Alla luce delle sofferenze di Palach, all’epoca era impossibile negarne la sua sublimità, ma col passare degli anni l’utilità politica della sua azione ha cessato di essere il punto, almeno per me. Quello che divenne molto più importante fu la manifesta autenticità della sua identità umana espressa nel suo sacrificio. Quale altra creatura sulla terra avrebbe potuto immaginare da sé la bellezza di un futuro di libertà e giustizia fino al punto dell’autoimmolazione per la sua causa? Nello sbuffo di fumo che per un breve istante si disperse sulla sua bella città, c’era un monumento molto più solido della pietra o dell’acciaio, incommensurabilmente più duraturo, perché l’uomo è nato per la libertà. È il suo diritto alla nascita, alla vita e alla morte”.