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L'analisi

Non armiamo la pace

Foto: Saed da Pixabay
Patrizia Pallara
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L'Italia approva per decreto l'invio di materiali militari a supporto del governo ucraino, alimentando un conflitto in cui a guadagnarci sono le aziende produttrici di sistemi antimissili e mitragliatrici. Una decisione che favorisce l'escalation del conflitto e pone la questione del ruolo della Nato e dell'Unione europea

Sistemi anticarro e antiaereo, mitragliatrici leggere e pesanti, mortai. Sono le armi da guerra che l’Italia manderà in Ucraina per difendersi dall’attacco di Mosca. Lo stabilisce il decreto legge approvato l’altro ieri all’unanimità dal consiglio dei ministri che prevede "un intervento per garantire sostegno e assistenza al popolo attraverso la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative ucraine". Per la seconda volta nella sua storia, lo Stato italiano decide di cedere gratuitamente (cioè regalare) missili Spike e Stinger, fucili Browning e Mg, oltre a giubbotti antiproiettile, munizioni, caschi e robot per lo sminamento, finanziando così un conflitto per 12 milioni di euro.

La prima è stata nell’agosto del 2014, quando il Parlamento venne richiamato dalle ferie ferragostane per approvare la fornitura di armi ai guerriglieri peshmerga curdi in Iraq, per fermare l’avanzata dell’Isis e la strage della popolazione yazida. Anche in quel caso fu necessaria una preventiva risoluzione delle Camere, senza la quale non sarebbe possibile rendere legittimo un provvedimento che sembra andare contro la nostra stessa Costituzione, che la all’articolo 11 dice: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

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“Anche se la decisione sul piano normativo è legale, rimangono alcuni problemi di fondo – afferma Giorgio Beretta, ricercatore analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa di Brescia, che condanna l'invasione militare dell'Ucraina da parte delle forze armate russe -. Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’Italia negli anni scorsi ha inviato armamenti in Russia, anche dopo il 2014, anno in cui è entrato in vigore l’embargo di armi deciso a livello europeo per condannare l’intervento militare in Ucraina. Nonostante l’embargo, negli ultimi sette anni l’Europa ha continuato a esportare materiali bellici per 352 milioni di euro. Ciò dimostra che non è questo il modo per risolvere le crisi internazionali, come afferma la nostra Costituzione e ci pone un quesito sul ruolo diplomatico dell’Unione, di promozione della pace e della distensione”.

I dati ufficiali delle Relazioni annuali al Parlamento europeo riportano che dal 1998 al 2020 sono state autorizzate esportazioni di materiali militari dalla Ue all’Ucraina per quasi 509 milioni di euro e consegnati 344 milioni (con una crescita negli ultimi anni), mentre alla Federazione Russa ne sono stati autorizzati per ben 1,9 miliardi di euro e consegnati per 744 milioni di euro. Le aziende militari europee non disdegnano di fare affari sia con Mosca che con Kiev e lo stesso avviene negli Stati Uniti. “Basta guardare l’andamento in Borsa delle aziende militari statunitensi – riprende Beretta -: sono le uniche che stanno guadagnando dalla crisi ucraina. Ma anche quelle italiane stanno crescendo. E questo ci dice quanto sia potente l’influenza del complesso militare negli Usa e nei Paesi europei”.

Insomma, mentre da una parte si parla di pace, dall’altra si continua ad armare la guerra, usando una massiccia dose di ipocrisia. Perché la decisione dell’Italia (che è in compagnia di Germania, Olanda, Belgio, Lituania, Polonia e Svezia) di inviare materiale bellico all’Ucraina e uomini in Ungheria e Romania, nell’ambito del dispiegamento di forze Nato sul fronte dell’Est, imbocca la strada di un'escalation dei rapporti e non una de-escalation, come dicono gli esperti. “Da entrambe le parti sono state fatte dichiarazioni che vanno verso un’intensificazione del conflitto – spiega Maurizio Simoncelli, vicepresidente e cofondatore dell'Istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo -. L’ultima, sull’allerta degli arsenali nucleari, è preoccupante, anche solo per il fatto di aver detto di volerli usare. Il confine tra guerra convenzionale e guerra atomica oggi si è assottigliato perché esistono armi di minore entità e potenza, cosiddette di teatro, che potrebbero essere impiegate in conflitti come quello in Ucraina, eventualmente contro l’Europa occidentale”.

Nel mondo esistono 13.150 testate nucleari. Circa l’80 per cento è in mano agli Stati Uniti e alla Russia, un terzo è operativo, cioè pronto per essere utilizzato, il resto giace smontato nei depositi. A questa quota si devono aggiungere le 4mila bombe che sono state ritirate e devono essere smantellate. Un piccolo arsenale è detenuto anche da Cina, Francia, Gran Bretagna, Pakistan, India, Israele, Corea del Nord. Niente a che vedere con le circa 70mila testate atomiche che incombevano come una minaccia letale durante la Guerra Fredda, ma abbastanza per distruggere più volte la vita sul nostro Pianeta.

Sul territorio italiano sono presenti armi nucleari che non sono di nostra proprietà: 15 bombe statunitensi nella base militare aeronautica di Ghedi, vicino a Brescia, e una ventina nella base aerea americana di Aviano, in provincia di Pordenone. Si è sempre dichiarato che queste presenze hanno un significato politico, di deterrenza, ma se gli Usa stanno spendendo 12 miliardi di dollari per modernizzare le cento bombe che ci sono in tutta Europa e trasformarle in un modello più avanzato, vuol dire che non hanno soltanto una funzione deterrente.

Ghedi e Aviano potrebbero essere oggetto di bombardamento – spiega Simoncelli -. Se mandiamo sistemi antimissili, mitra e fucili a Kiev, questo ci espone come parte in causa, partecipiamo alla resistenza ucraina mentre dovremmo perseguire una politica di non escalation. Con le armi si uccidono vite umane, russe e ucraine, e l’Italia lo sta avallando. Le sanzioni sono certamente uno strumento alternativo. Poi bisogna tentare la strada della mediazione, impegnarsi negli aiuti umanitari, nell’accoglienza dei profughi, nella realizzazione di corridoi umanitari. I messaggi che stiamo mandando sono di aggressività e non certo tranquillizzanti. Anche affermare la superiorità della Nato rispetto al resto del mondo non è condivisibile. Se voglio essere più forte di te, se mi avvicino con un’arma in mano, non ti sto dando un segnale rassicurante. Questo non giustifica l’azione di Putin, ma bisogna capire gli effetti di quello che stiamo facendo”.

Quella in Ucraina è solo l’ultima guerra in ordine di tempo che dimostra come il mondo sia ancora diviso in “sfere di influenza”. I conflitti in Libia, Afghanistan, Siria, Yemen, Donbass, che lo Stockholm International Peace Research Institute ha definito “internazionalizzati interconnessi”, sono figli della stessa logica. “Con la caduta del Muro di Berlino non si è conclusa questa dottrina che ha pervaso il periodo della Guerra Fredda – dice Beretta –. Tuttora la Nato e gli Usa considerano all’interno della loro area di influenza tutti i Paesi del Sud America, l’Europa e altri Stati come Taiwan. Lo stesso vale per la Russia. Questa logica va smantellata. Va ripensato il ruolo della Nato, che dovrebbe essere chiusa mentre andrebbe creata una difesa europea non solo di carattere militare, ma con corpi civili di pace non armati e non violenti, in grado di intervenire nelle situazioni di crisi”. E l’Onu con i sui Caschi Blu? Non hanno ancora deciso niente, anche perché Russia e Stati Uniti sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza: “Qualsiasi risoluzione può essere fermata dal loro veto – conclude Beretta - e questo è un problema radicale che va risolto”.