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La Baia dei porci

Hasta la victoria: quando Cuba sconfisse gli Stati Uniti

Che Guevara e Fidel Castro, 1961
Foto: Alberto Korda, Museo Che Guevara, Havana
Ilaria Romeo
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Quando da Washington decisero di armare gli anticastristi e tentare l'invasione dell'isola per fermare la rivoluzione comunista, tutto si sarebbero aspettati tranne che una disfatta. Invece vennero battuti. Due anni dopo arriva l'embargo totale, imposto dagli States, e ancora oggi in vigore

Il 10 marzo del 1952, con l’appoggio delle lobby dello zucchero e con il beneplacito di Washington, il sergente Fulgencio Batista instaura la dittatura nell’isola di Cuba con un colpo di Stato. Il 26 luglio dell’anno successivo, uno studente universitario - Fidel Castro - guiderà in opposizione al regime, insieme al fratello Raul ed alla testa di un centinaio di studenti, l’assalto alla caserma Moncada, avvenimento convenzionalmente indicato come inizio dei fatti svoltisi nello Stato durante gli anni Cinquanta. L’attacco fallisce ed i suoi esecutori vengono torturati, imprigionati, uccisi.

Dirà il 16 ottobre nella sua lunga auto arringa al processo il giovane Fidel: “Condannatemi, non importa, la Storia mi assolverà”. Condannato a 15 anni da scontare nella prigione sita sull’Isola dei Pini e rilasciato nel maggio 1955 grazie a una amnistia generale, Castro andrà in esilio in Messico e negli Stati Uniti.

A Città del Messico Fidel, tramite un gruppo di esuli compatrioti, conosce un giovane medico argentino, Ernesto Guevara de la Serna, idealista rivoluzionario che si appassionerà moltissimo alla vicenda cubana tanto da aderire al Movimento 26 luglio. Nella notte di Capodanno del 1959 i rivoluzionari liberano L’Avana costringendo alla fuga Batista e i suoi seguaci. Un mese dopo Fidel Castro viene nominato primo ministro.

Parte la riforma agraria, che nazionalizza tutti i possedimenti agricoli di estensione superiore ai 400 ettari ed il governo procede all’esproprio delle società straniere, riconoscendo la Repubblica popolare cinese e stipulando contratti commerciali con l’Urss ed i paesi del Patto di Varsavia. La reazione americana non si fa attendere ed alla iniziale sospensione delle attività di importazione dello zucchero segue, il 17 aprile 1961, lo sbarco nella Baia dei Porci di circa 1.500 anticastristi armati dagli Stati Uniti.

Chruščëv da Mosca, il 22 aprile, accuserà pubblicamente Kennedy in una lettera intitolata Di quale libertà state parlando?. “Un vecchio detto dice che la vittoria ha cento padri ma la sconfitta è orfana”, sarà il commento del presidente degli Stati Uniti nell’annuncio televisivo della sconfitta.

“L’invasore annientato dal popolo di Cuba” titolava l’Unità il 20 aprile aggiungendo: “II popolo di Cuba ha respinto l’invasore. L’annuncio ufficiale da parte del governo di Fidel Castro, preannunciato in un comunicato, viene atteso di ora in ora. Ma ormai tutte le notizie, comprese quelle che le agenzie riferiscono dalle basi dei mercenari negli Stati Uniti, non lasciano più dubbi. E all’Avana uomini e donne, soldati, 'miliziani' e civili affollano le strade inneggiando alia vittoria, a Fidel Castro, al governo rivoluzionario. L’entusiasmo sta diventando irrefrenabile. 'Ci siamo!Abbiamo vinto!', questo è il grido che si ode nelle vie e nelle piazze. La capitale di Cuba questa notte e in festa”. Sentendosi minacciati dalla vicina superpotenza, i cubani consentiranno all’Unione Sovietica l’installazione di batterie di missili nucleari sul proprio territorio.

Il 14 ottobre 1962, un aereo spia U-2 statunitense evidenzia la costruzione di una postazione missilistica. Kennedy ordina la ‘quarantena’ navale dell’isola: qualsiasi nave che tenti di forzare il blocco (effettivo a partire dalle 10 del 24 ottobre) verrà fermata anche con il ricorso armi. L’America viene a conoscenza della crisi in atto solo il 22 ottobre, quando Kennedy dirà in televisione: “La politica di questa nazione sarà quella di considerare ogni missile nucleare lanciato da Cuba contro qualunque nazione dell’emisfero occidentale come un attacco lanciato dall’Unione Sovietica contro gli Stati Uniti, che provocherà una rappresaglia con ogni mezzo nei confronti dell’Unione Sovietica”.

Il mondo è sull’orlo della guerra. Alle ore 12 del 25 ottobre un preoccupato Giovanni XXIII dirige ai popoli del mondo intero ed ai loro governanti un appello per la pace immediatamente diffuso in ogni continente dalla stazione Radio Vaticana.

Forse anche grazie all’intercessione del pontefice, come dicono alcuni, forse no, la guerra non scoppia ed il 26 ottobre Chruščëv avanza l’offerta di ritiro dei missili dietro la promessa degli Stati Uniti di non invadere l’isola.

Il 28 ottobre la crisi può considerarsi finita e la quarantena navale viene rimossa il 20 novembre. Kennedy però intensifica le sanzioni contro Cuba, proibendo anche il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero fatto tappa nei porti cubani e varando l’8 luglio 1963 i Cuban Assets Control Regulations (CACR). È il Bloqueo. È quell’embargo ancora in vigore, nonostante gli anni trascorsi, le sue inevitabili, drammatiche, conseguenze sulla popolazione, la pandemia, gli aiuti ricevuti.

“Noi siamo grati ai medici cubani - diceva lo scorso anno Susanna Camusso, responsabile delle politiche internazionali della Cgil nazionale - li ringraziamo, festeggiamo l’arrivo della seconda brigata Henry Reeves, ci sentiamo accuditi e coccolati da chi viene da molto lontano e lo fa senza spocchia, senza prezzo. Dobbiamo essere grati a loro e alla loro Isola e allora vogliamo - perché auspicare non basta - che si levi la voce del nostro Paese, per dire senza fronzoli fine dell’embargo, basta sanzioni ai popoli. In tempi in cui tutti raccontano del nuovo mondo che dobbiamo progettare, cominciamo da questo gesto, preciso, in verità semplice”.

“Siamo stati naufraghi e ci avete soccorso senza domandarci il nome né la provenienza - affermava sempre lo scorso anno Stefania Bonaldi, sindaca di Crema - Siete arrivati nel momento più drammatico e insieme a noi vi siete battuti per trasformare “il lamento in danza”, una danza collettiva, a riprova che le grandi battaglie non le vincono gli eroi solitari, ma le comunità, e ciò che è accaduto nella nostra terra ne è la prova, la dimostrazione. Siamo stati comunità, per questo abbiamo vinto, siamo stati, anche grazie a voi, uno schiaffo all’individualismo, l’alleato preferito delle avversità. Siamo stati una comunità, certo, multiculturale e umanissima. Uno schieramento che non ammetteva sconfitte e infatti non abbiamo perso”. Non abbiamo perso... Ne siamo davvero ancora convinti?