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Gig economy

Rider e driver: la nuova frontiera siamo noi

Foto: Marco Merlini
Martina Toti
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Nel giro di poche settimane in Italia i lavoratori delle app hanno prima lottato e poi ottenuto una serie di vittorie. È per questo che anche il Financial Times riconosce il ruolo del sindacato e vede nel nostro Paese uno dei luoghi chiave dove si gioca la partita dei diritti del lavoro

Una nuova frontiera aperta grazie alla forte sindacalizzazione. È così che il Financial Times, non proprio un giornale di sinistra - legge gli eventi italiani dell'ultimo mese, a partire dallo sciopero Amazon, il primo che a livello globale abbia investito così pesantemente il colosso dell'e-commerce.

Non solo Amazon, però, perché il principale giornale finanziario del Regno Unito, considerato tra le fonti più autorevoli al mondo, cita anche le lotte dei rider e le loro rivendicazioni, ma soprattutto i loro successi. I ciclofattorini italiani, infatti, sono riusciti a incassare una serie di vittorie affatto scontate in un universo dove la regola generale è quella dettata dall'algoritmo e quindi dal profitto, come l'accordo con JustEat per l'assunzione di 4000 rider e la decisione dell'Ispettorato del lavoro secondo il quale tutti i rider non sono lavoratori autonomi e vanno dunque assunti.

Andrea Borghesi, segretario generale del Nidil Cgil, interpellato dal Ft spiega, infatti, che "Il rischio è che la gig economy venga percepita come marginale mentre genera profitti sempre più ampi per le aziende. I lavoratori di questo settore devono essere protetti e sebbene i lavoratori Amazon abbiano dei contratti, condividono con i rider lo stesso ritmo pressante di lavoro".

La battaglia che il Financial Times rappresenta è quella di sempre tra chi ha il potere e chi in qualche modo lo subisce. In altri tempi si sarebbe detto tra padroni e operai. Oggi, e nello specifico della gig economy, diciamo tra app e lavoratori digitali. In questo contesto - sottotitola il giornale -  "Politiche occupazionali aggressive e una forte sindacalizzazione rappresentano una minaccia per gruppi come Amazon e Uber".


Se è vero che le parole hanno un peso, è pur vero che in questo caso il termine "minaccia" equivale a una medaglia perché a essere in pericolo non sono né il benessere economico né la produttività delle multinazionali in questione, ma il modello di sfruttamento e di precarietà assoluta che questi gruppi hanno imposto al mercato e che finalmente inizia a scricchiolare proprio grazie all'impegno delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno  avuto il coraggio di ribellarsi al sistema e al sindacato che non si è mai arreso.

"Al sindacalismo italiano - commenta il segretario generale dello Spi Cgil Ivan Pedretti dal suo profilo facebook rilanciando l'articolo - viene quindi riconosciuto un ruolo di primo piano a livello globale per la costruzione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici delle piattaforme digitali. Vengono citate le lotte contro lo sfruttamento, il caporalato e le paghe basse, il primo sciopero in Amazon di qualche giorno fa e la decisione di JustEat di assumere tutti i suoi fattorini, fino ad ora considerati autonomi. Il nostro sindacato sta lavorando duramente per ricomporre la frammentazione nel mondo del lavoro. Lo fa con le lotte e con la contrattazione. I risultati sono importanti e cominciano a vedersi".

 

Per leggere l'articolo originale: https://www.ft.com/.../6bf8ea68-d035-4cc0-a367-a545c2814355