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Stati Uniti

La sfida più grande resta quella di Martin Luther King

Martin Luther King a Washington DC
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Il 2 novembre 1983 nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, il presidente Ronald Reagan firma una legge che istituisce una festività federale, da tenersi ogni terzo lunedì di gennaio per commemorare Martin Luther King

Vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1964, promotore delle battaglie per i diritti civili della popolazione nera degli Stati Uniti e simbolo della lotta contro la segregazione razziale, Martin Luther King viene assassinato nel pieno della sua battaglia il 4 aprile 1968 a Memphis da James Earl Ray, un criminale comune razzista, arrestato l’8 giugno successivo.

Come la maggior parte dei grandi eventi e degli omicidi politici del Novecento, il suo assassinio è ancora oggi circondato da misteri e circostanze non chiare che con ogni probabilità rimarranno tali per sempre. Ma la morte non ha cancellato e non potrà mai cancellare il suo esempio diventato mito, le sue azioni, le sue parole.

Il suo discorso pronunciato nell’estate del 1963 di fronte ad un corteo di oltre 200.000 persone che pacificamente aveva invaso il centro di Washington invocando la legge sui diritti civili e cantando black and white together è ormai diventato storia:

Io ho un sogno - diceva il pastore battista - che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. 
Ho un sogno, oggi!
[…] Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. 
[…]
Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
Ma non soltanto.
Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: 'Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente'.

“L’assassinio di Martin Luther King - scriveva l’Unità due giorni dopo la sua morte - legittima il dubbio che la società americana non abbia più margini democratici per affrontare e risolvere il problema negro. Luther King non era un ribelle. Non predicava la rivolta dei ghetti negri ma la non violenza, non il potere negro ma l’integrazione e i diritti civili. E tuttavia da qualche tempo ogni manifestazione da lui diretta si trasformava contro la sua stessa volontà, in rivolta. Suo malgrado, forse, egli era perciò diventato un simbolo: il simbolo della drammatica difficoltà di uscire pacificamente dalla condizione di negro negli Stati Uniti. L’ultimo episodio della sua vita è rivelatore. A Memphis, il 28 marzo, Luther King aveva capeggiato una pacifica marcia di negri per i diritti civili. La marcia si trasformò in rivolta, contro le disposizioni dei suoi organizzatori. Luther King la deplorò. Ma una settimana dopo è stato barbaramente assassinato. La sua vita, la sua sola presenza di apostolo di un’altra America alla testa di sterminate masse negre era dunque diventata qualcosa che l’America razzista non poteva ormai più tollerare. Adesso si dirà che l’assassino è un pazzo o un fanatico. La verità è che questo pazzo o questo fanatico ha fatto esattamente quel che una società senza più margini lo ha spinto a fare: eliminare ogni mediazione democratica tra negri e bianchi per affermare la sola legge della violenza. E la violenza verrà. Verrà ancora la barbara violenza dei bianchi alla quale risponderà la terribile ma sacrosanta collera dei negri. L’America razzista avrà così, quel che si è meritato (…) Qualcuno afferma che l’assassinio di Martin Luther King segna l’inizio della estate della paura. Più esattamente noi diremmo che i barbari del nostro tempo vengono chiamati alla resa dei conti. In America prima di tutto, dove il conto da pagare - il conto di cento anni di schiavismo - sarà estremamente elevato. Nel mondo in secondo luogo, in un mondo che comprende, ormai, come il fenomeno nazista si possa riprodurre, sebbene in forme diverse, ogni volta che una grande potenza che nutre al suo interno il cancro del razzismo pretende al tempo stesso di imporre la propria legge con la forza delle armi o con una politica di intimidazione, di violenza, di ricatto, di corruzione”.

Parole di un’attualità disarmante che richiamano alle nostre menti, forti ed immediate, le immagini che testimoniano l’uccisione di George Floyd e le giornate ad essa successive. Parole sulle quali riflettere, anche oggi, soprattutto oggi e che ciclicamente si traducono in fatti terribili dei quali non smetteremo mai di parlare, perché parlarne vuol dire mettere in discussione un sistema che prima o poi dovrà essere definitivamente abbattuto.

A Trayvon Martin spararono a bruciapelo il 26 febbraio 2012. Aveva 17 anni. Michael Brown di anni ne aveva 18, fu ucciso il 9 agosto 2014. Contro Laquan McDonald scaricarono sedici colpi di pistola. Lui aveva 17 anni. Tamir Rice era solo un dodicenne, aveva una pistola giocattolo. E’ morto. E l’elenco degli assassinii è lunghissimo. La polizia americana ha commesso, tra il 2017 e il 2018, ben 2.311 omicidi, oltre tre al giorno. Il tasso di afroamericani assassinati dagli agenti è tre volte superiore a quello dei bianchi. Black lives matter! Non smetteremo mai di urlarlo.