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Coronavirus

La guerra sporca delle maquiladoras

Foto: Sandro Rosi Agenzia Sintesi
Davide Orecchio
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Dal Messico all'America centrale, nei primi mesi della pandemia sono saltate le regole. Fabbriche rimaste aperte nel lockdown. Fabbriche chiuse per mancanza di ordini dagli Stati Uniti. E, tra i lavoratori, contagi e povertà

Il 9 aprile 2020, a Ciudad Juárez, nello Stato messicano di Chihuahua, al confine con gli Stati Uniti, è morto un operaio. Si chiamava Pablo Frausto Roque, aveva 38 anni ed era impiegato presso la maquiladora della Lear Corporation, fabbrica esternalizzata in Messico che produce componenti (sedili per auto e sistemi elettrici) per la casa madre statunitense. Si è sentito male un lunedì, ha raccontato sua madre al quotidiano messicano El Diario: “È andato dal medico aziendale, che però lo ha reintegrato al lavoro”. Ha continuato a lavorare per l’intera settimana, ma, arrivato al venerdì, le sue condizioni si erano talmente aggravate che, grazie all’intervento di un compagno, i responsabili dell’azienda lo hanno lasciato andare a casa. Ricoverato in ospedale, è morto dopo pochi giorni per complicazioni legate al Covid-19 senza che la famiglia potesse visitarlo o avesse sue notizie.

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La morte di Frausto Roque ha attirato l’attenzione dei responsabili dell’Imss (l’Istituto di previdenza sociale messicano), che hanno in seguito scoperto altri tredici decessi tra i dipendenti della maquila collegandoli al coronavirus, anche se “ufficialmente” le morti erano state attribuite a generiche “complicazioni polmonari”. Immediatamente i dipendenti - e parliamo sempre di metà aprile - sono scesi in sciopero contro l’assenza di misure igieniche e sanitarie adeguate. Il 16 aprile scorso, dopo varie esitazioni, il governo Obrador ha esteso fino al 30 maggio, su base nazionale, il lockdown iniziato il 31 marzo. La Lear (56 mila dipendenti in tutto il Messico, 24 mila a Ciudad Juárez) ha interrotto la produzione. Eppure, rispondendo a una sollecitazione del Business and Human Rights Information Center, ha declinato ogni responsabilità riguardo al contagio dei lavoratori, sostenendo di avere seguito, prima della chiusura, “le migliori pratiche conosciute per proteggere dipendenti e comunità locali”.

Bassa California, se lavori ti ammali
Quello della Lear è solo un esempio, eclatante, tra molti. Perché da marzo a oggi, in tre mesi di pandemia, molte maquiladoras del Messico settentrionale sono diventate oggetto di attenzione e denuncia. Non è probabilmente un caso che in Bassa California, all’estremo ovest della frontiera, una delle aree con maggiore intensità di maquilas, si registrino le percentuali di contagio tra le più alte di tutto il Paese.

Statistic: Number of confirmed cases of novel coronavirus (COVID-19) in Mexico as of May 24, 2020, by state | Statista
Fonte: Statista

Hanno lavorato rischiando il contagio, e spesso ammalandosi. Sono entrati nei vari stabilimenti tessili, di componentistica elettronica o automobilistica, oppure nei birrifici o negli impianti di confezionamento della carne, accompagnati dalla paura costante di prendere il virus. Un’intera economia e comunità asservita, funzionale alla committenza delle aziende Usa, ha operato sotto ricatto. Un reportage di Truthout riassume i tanti, troppi casi di lavoro “esposto”, di scioperi, proteste, illegalità, di operai ammalati e in alcuni casi morti. Tra le aziende coinvolte - e citate da Truthout -, Plantronics, Schneider Electric e Skyworks. Mentre il presidente Obrador ordinava la chiusura delle fabbriche messicane, escludendo solo le produzioni essenziali (sanità, alimentare, energia) e decretando la corresponsione dei salari anche nelle attività chiuse, molte maquiladoras si autodichiaravano essenziali e restavano aperte. Oppure fingevano di chiudere ma costringevano i lavoratori a recarsi in fabbrica, magari usando la minaccia del licenziamento.

Nel frattempo - ricorda sempre Truthout - l’amministrazione Trump veniva in aiuto delle fabbriche chiuse, esercitando una “pressione enorme sul governo e sull'economia messicana”. A fine aprile il governo degli Stati Uniti ha preteso di far valere il nuovo accordo commerciale tra Usa, Messico, e Canada, che entrerà in vigore il prossimo luglio. Anche se il Messico è in piena esplosione di Covid-19, quello che conta è far funzionare la catena di approvvigionamento che serve l’industria statunitense, ora in fase di riapertura, soprattutto nella filiera automobilistica. Così, a inizio maggio, circa quaranta maquiladoras chiuse sono state riaperte dal governo messicano. Per oltre tremila chilometri lungo il Muro di Trump, al confine tra Messico e Stati Uniti, lavora quasi un milione di persone. Nessuno di loro, adesso, si sente al sicuro. Gli esseri umani non possono passare il confine, ma le merci sì.

Coahuila e Tamaulipas, né sapone né soldi
La gravità della situazione è confermata da un Rapporto del Comité Fronterizo de Obreras (Cfo), che “presenta un quadro desolante per i lavoratori”, commenta il Maquila solidarity network, che ha rilanciato il dossier: “Lavoratori che sono o sospesi, con una frazione del loro salario, oppure costretti a continuare a lavorare in condizioni di insicurezza e con un alto rischio di rimanere contagiati dal virus. Il Cfo descrive anche come l'isolamento in casa abbia portato a un aumento della violenza domestica e come la chiusura della frontiera con gli Stati Uniti abbia comportato la mancanza di accesso a cibo a prezzi accessibili”.

Il Rapporto Cfo si concentra sull'industria della maquila a Coahuila e Tamaulipas, all’estremo nord orientale lungo il confine con gli Stati Uniti. Ma le informazioni raccolte non cambiano. Fabbriche che non hanno rispettato le ordinanze di chiusura, lavoratori confusi davanti ai cancelli, incapaci di decidere se entrare o no. Quanto a sicurezza e precauzioni sanitarie, denuncia sempre il Cfo, dentro le fabbriche ad aprile “i lavoratori non hanno visto alcun cambiamento. Le linee di produzione hanno continuato a operare ad alta velocità per soddisfare gli ordini. Questo richiede inevitabilmente che gli operai lavorino in stretto contatto tra loro e si sfiorino”. Quanto ai Dpi, non c’erano nemmeno le saponette per lavarsi le mani: “I dipendenti di alcune aziende hanno denunciato che il sapone non era disponibile né nei bagni delle fabbriche, né nelle mense”.

Poi ci sono le maquilas che, invece, hanno sospeso le attività, e pagano in media ai lavoratori il 50% della retribuzione di base. “Alcune fabbriche hanno incoraggiato i lavoratori ad utilizzare il tempo di ferie accumulato o hanno offerto un anticipo sui giorni di ferie, così da portare le retribuzioni al 100%. Ma se i lavoratori rifiutavano - si legge sempre nel Rapporto -, venivano sospesi col 50% dello stipendio”. Redditi e bilanci familiari sono crollati: il Cfo stima che i lavoratori non ricevano più di 700-800 pesos a settimana (l’equivalente di 28-32 dollari). Una paga da fame.

Foto: FOS

E se non lavori...
È il rovescio della medaglia della pandemia: non lavorare, e non guadagnare, per chi si ritrova nell’economia delle maquiladoras, e in comunità che non forniscono reti sociali e tutele sufficienti, può essere un pericolo più grave del coronavirus. Ma la scelta spetta sempre a qualcun altro, lontano dalla frontiera.

Le maquilas non si trovano solo in Messico, ma in buona parte dell’America Latina. Come spiega un dossier diffuso da Solidar, dopo l’esplosione della pandemia le fabbriche dell’America centrale, ormai prive di ordini dagli Stati Uniti, hanno chiuso tutte o quasi, lasciando la manodopera senza nulla. L’elenco dei soprusi innescati dalla “gestione” economica del coronavirus in quest’area è lungo, e purtroppo non sorprende: licenziamenti senza giusta causa, sospensione del lavoro senza retribuzione, anticipazione obbligatoria delle ferie, dimissioni volontarie, violazioni delle condizioni di sicurezza e salute.

“Il principale acquirente dei nostri prodotti sono gli Stati Uniti, ma chi pensa a comprare vestiti adesso?”, spiega Evangelina Argueta, dirigente sindacale della Central general de trabajadores (Cgt) e coordinatrice delle maquilas in Honduras: “Le nostre fabbriche stanno chiudendo. Tuttavia, non siamo solo preoccupati per quello che sta succedendo ora, che è già critico perché la nostra gente viene a chiedere aiuto per procurarsi il cibo, ma abbiamo anche paura per il futuro. Cosa succederà quando la crisi sanitaria sarà finita? E se i marchi e le aziende chiudono e lasciano il Paese?”. “Riusciamo a malapena a sopravvivere per due settimane. I nostri iscritti ci contattano, soprattutto le madri single, e dicono che non hanno abbastanza soldi per pagare il cibo, l'affitto, l'acqua”, le fa eco Nahum Rodriguez, presidente del sindacato che rappresenta i lavoratori Gildan in Honduras.

Foto: FOS

Anche in El Salvador - rendiconta il dossier di Solidar - le maquilas hanno licenziato in massa, trasgredendo alla normativa del governo: “I sindacati riferiscono che circa 83 mila persone nella zona di libero scambio hanno perso il loro reddito”.

E in Nicaragua - stando alle stime elaborate su 44 maquilas dal Movimento delle donne lavoratrici e disoccupate Maria Elena Cuadra (Mec) - 9.700 lavoratori hanno sospeso le attività con permessi speciali, ricevendo solo la metà del salario minimo, 2.771 hanno perso il lavoro a causa della cancellazione dei contratti, e solo 5.430 hanno continuato a lavorare. Alcune aziende hanno riaperto i battenti dal 21 aprile “per realizzare maschere e cappotti per gli Stati Uniti. La chiamata a lavorare in queste aziende è stata volontaria”. Nelle maquilas esaminate il 56% della manodopera è composto da donne, “l'81% sono madri single, e sono senza speranza”, denuncia Solidar.

Ma forse qualcosa si muove. È di pochi giorni fa la notizia che i sindacati dell’industria tessile dell'America centrale si stanno organizzando per chiedere “1,7 miliardi di dollari di stipendi arretrati e un ulteriore sostegno finanziario” ai grandi marchi di moda e rivenditori statunitensi che, durante la pandemia, hanno annullato ordini per centinaia di milioni di dollari. Si tratta di un’iniziativa simile a quella avviata ad aprile contro i distributori, come il britannico Primark, che hanno interrotto gli ordini dal Bangladesh. Il consorzio sindacale comprende la Coordinadora Regional de Sindicatos de Maquila, il sindacato Usa Afl-Cio, Maquila solidarity network, il Workers’ rights consortium e il belga Fos. Nel mirino della campagna entrano bersagli grossi come Walmart, Target e PriceSmart. La potremmo definire una causa geosindacale: se avesse successo, sarebbe un’importante novità, oltre che un atto di giustizia internazionale.