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Gli andamenti borsistici italiani e internazionali occupano in questi giorni di guerra le pagine dei quotidiani e dei siti di informazione e, se li osserviamo (magari aiutati da un esperto), possiamo vedere come ci confermino che la guerra è un grosso affare per chi la agisce e non la subisce.
Nel 2020, con l’epidemia da Covid 19, abbiamo visto il crollo delle Borse, con perdite pesantissime per tutti i titoli, fatta eccezione per i farmaceutici. Prima dimostrazione che durante le crisi c’è sempre qualcuno che ci guadagna a fronte delle gravi perdite dei comuni cittadini.
Non è stato lo stesso con la guerra scatenata in Ucraina dall’invasione russa, con il devastante conflitto israelo-palestinese e anche ora con la guerra allargata in Medio Oriente, perché vediamo invece che le Borse oscillano, ma non subiscono veri e propri tonfi.
Basti pensare che la chiusura annuale del 2025, con due guerre in corso che interessavano il cosiddetto Occidente (nel resto del mondo ne sono in atto una sessantina), ha registrato un record: “l Ftse Mib di Milano mette a segno un rialzo annuale del 31,5%, segnando la seconda performance migliore del Vecchio Continente”, solamente per citare uno dei titoli apparsi quasi tre mesi fa, mentre per gli Stati Uniti si scriveva che il Nasdaq aveva “sovraperformato” con un +20% circa da inizio anno.
“Nel caso della pandemia c'è stata una caduta della domanda globale. Non si spendeva più, non si produceva più, c'era un’incertezza generalizzata sulle possibilità delle attività produttive”, spiega l’economista Mario Pianta: “Nel caso della guerra c'è un’incertezza sul prezzo del petrolio, l'inflazione, l'effetto sulla recessione di alcuni Paesi, ma il grosso delle attività economiche non è colpito. Soprattutto la dimensione finanziaria, che caratterizza l'economia occidentale e gli Stati Uniti in particolare, è in grado di approfittare dell'aumento della spesa militare richiesta per realizzare la guerra”.
Qual è la situazione?
Abbiamo avuto il raddoppio delle quotazioni azionarie delle imprese militari sia in Europa sia negli Stati Uniti negli ultimi due anni, perché le aspettative degli investitori finanziari dalla guerra in Ucraina, soprattutto in Europa, e poi la guerra a Gaza e quella in Iran, nel caso degli Stati Uniti, sono che i profitti di queste imprese, le commesse, le produzioni, saranno destinati a crescere in modo estremo.
I costi della guerra non incidono sule perdite degli Stati?
Abbiamo visto che la guerra in Iran è costata agli Stati uniti, nei primi dieci giorni, 11,3 miliardi di dollari. Sono risorse pubbliche che vengono trovate attraverso la tassazione e il bilancio dello Stato e quindi sono sottratte ad altre spese, in particolare alle spese sociali, oppure sono risorse ottenute attraverso l'emissione di nuovo debito pubblico, e Israele e Stati Uniti sono estremamente indebitati anche con l'estero, con il debitore pubblico.
Ma questo non introduce ulteriori elementi di instabilità sul piano finanziario internazionale?
Economie fortemente dominate dalla finanza come quelle occidentali sfruttano le opportunità di crescita dei mercati delle armi, di super profitti e di espansione delle quotazioni azionarie delle imprese militari per ottenere guadagni speculativi. Questo paradossalmente continua a spingere in alto buona parte delle Borse e compensa le aspettative di effetti negativi su altre parti dell'economia a cominciare dagli effetti che l'aumento dei prezzi dell'energia può avere sull'insieme delle attività economiche.
Anche in questo caso abbiamo però lo stesso meccanismo: l'incertezza e la scarsità di accesso al petrolio e al gas fanno schizzare in alto in Borsa i valori degli energetici e delle grandi società petrolifere, perché ci si aspetta che i profitti siano gonfiati. Questo anche perché siamo in assenza di un intervento della politica che controlli i prezzi e i profitti, o che tassi queste imprese in modo particolare.
Torniamo al tema degli effetti di un’economia troppo strettamente legata alla finanza?
Vi sono aspetti estremamente negativi in un'economia dominata dalla finanza che utilizza eventi drammatici per gonfiare le attività speculative per le imprese sia militari sia energetiche. Il tema ritorna e sembra che non siamo in grado di imparare niente.
In alcuni suoi interventi lei parla di ‘caos sistemico”: cosa e quali sono le sue conseguenze?
Il modello dell'egemonia americana che aveva dominato il dopoguerra è diventato più fragile, sia sul piano economico sia sul piano politico, perché gli Stati Uniti non hanno più un consenso e un’egemonia sufficientemente estesa a livello mondiale. Quando c'è una situazione in cui l'ordine internazionale diventa più fragile, succede che si aprono spiragli per maggiori tensioni per un scivolamento verso l’instabilità.
In campo economico basti pensare a come il governo americano, con l'introduzione dei dazi, ha fatto saltare per aria il sistema commerciale internazionale, sostituendo regole certe con un braccio di ferro bilaterale in cui le relazioni con i singoli Stati venivano decisi sulla base di rapporti di forza legati ai concreti rapporti politici, militari ed economici tra un Paese forte come gli Stati Uniti e i Paesi più fragili.
Quindi, quando passiamo da un ordine internazionale condiviso con regole uguali per tutti a rapporti di forza bilaterali su tutti i terreni, abbiamo una situazione in cui l'instabilità si moltiplica e ogni Paese cerca di ottenere vantaggi di breve periodo in una situazione di forte incertezza, dove ci sono tensioni più forti.
Tensioni che portano al confronto bellico?
Senza dubbio l'occasione di usare la forza militare anziché rapporti economici e politici diventa forte, come i casi dei conflitti aperti oggi nel mondo, resi possibili anche dall'assenza di un ordine che è quello delle Nazioni Unite e dei trattati internazionali, che in altri momenti di maggiore stabilità costituiscono un freno alle guerre, o le impediscono, oppure assicurano che ci sia una maggiore pressione internazionale affinché durino poco e si eviti le spinte all'escalation che invece caratterizzano questi giorni in Medio Oriente. In sintesi: il “caos sistemico” descritto decenni fa dagli studiosi è la razionalità dell’azione degli Stati Uniti, ossia la creazione di un disordine internazionale in cui la scena è occupata da chi colpisce per primo e più forte.























