Gabriele Nunziati ha 29 anni, da sette fa il giornalista. Un giovane, anagraficamente parlando e anche professionalmente, ma neanche troppo visto che il suo datore di lavoro, l’agenzia di stampa Nova, a marzo 2025 lo assume per collaborare prima nella redazione di Roma, poi lo invia a Bruxelles a seguire l’attività dei palazzi europei. Un incarico prestigioso, ma sempre con un contrattino di collaborazione, sempre a partita Iva. Insomma, un precario.

A ottobre scorso durante una conferenza stampa Gabriele pone una domanda sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione di Gaza alla portavoce della Commissione Ue Paola Pinho: “Lei ha ripetuto più volte che la Russia dovrebbe pagare per la ricostruzione dell’Ucraina. Credete che Israele debba pagare per la ricostruzione di Gaza, visto che hanno distrutto quasi tutta la Striscia e le infrastrutture civili?”.

Domanda scomoda

“Una domanda scomoda – ammette Gabriele -, per la quale i miei colleghi, lì per lì, mi fanno anche i complimenti”, racconta. Ma per l’Agenzia Nova essere un bravo giornalista, che fa le domande giuste, è una cosa sbagliata. E così decide di licenziarlo in tronco, o meglio interrompere il contrattino, 30 giorni di preavviso e lo mette alla porta. Lui impugna il licenziamento, fa causa all’editore e resta a Bruxelles.

Nel frattempo monta il caso mediatico, la ripresa video della domanda si fa virale, parte da X, gira sui social. “E finisce anche nei canali dei nazionalisti russi e nei media legati all’Islam politico – spiega Gabriele -, un uso del tutto strumentale, che non è certo mia responsabilità".

Battaglia per la libertà di stampa

La sua è una battaglia per i diritti che diventa una battaglia per la libertà di stampa, con lui si schierano, oltre ai sindacati dei giornalisti, Stampa Romana e Fnsi, anche Amnesty International Italia, Articolo 21, Rete No bavaglio, e poi Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, il comitato di redazione di Rai Approfondimento e tanti colleghi che come lui hanno subito attacchi.

Il 9 giugno si è tenuta la prima udienza al tribunale del lavoro di Roma, e in concomitanza si è svolto un presidio, una mobilitazione di sostegno, per portare attenzione sullo stato della libertà di espressione e del pluralismo dell’informazione nel nostro Paese.

“Non voglio dargliela vinta”

“Sono rimasto a Bruxelles, non voglio dargliela vinta – racconta Gabriele -. Adesso ho qualche collaborazione, pagano a pezzo, guadagno qualcosa, sopravvivo ma non ci campo. Ogni tanto un collega mi chiede di fare da assistente alla troupe, non è il mio mestiere ma pagano meglio. Ho anche un po’ di risparmi messi da parte ma stanno per finire. Per rimpolpare le casse inizierò a lavorare come cameriere, farò qualcos’altro, ancora non lo so”.

Quello che è certo è che se hai un contratto di collaborazione, giornalistica o meno, ti possono licenziare in qualsiasi momento, anche senza giusta causa, come è successo a Gabriele. E non è un caso isolato. Sei ricattabile, sei licenziabile. E nella lettera di benservito l’azienda non è obbligata a indicare o addurre alcuna motivazione, come è successo a Gabriele. Infatti non è chiaro che cosa abbia fatto di sbagliato o di male un giornalista che svolge il suo ruolo di informare.

Nessuna motivazione

Nella lettera di rescissione del contratto non era indicata la motivazione, che invece è stata precisata in una replica inviata dall’azienda a Fanpage: “Gabriele Nunziati, nostro collaboratore, ha posto alla portavoce della Commissione Europea una domanda tecnicamente sbagliata”, ha scritto l’Agenzia Nova, che ha aggiunto: “La differenza tra le posizioni di Russia ed Israele è stata più volte rappresentata al collaboratore il quale, tuttavia, non ha affatto compreso la sostanziale e formale differenza di situazioni, ed ha anzi insistito nel ritenere corretta la domanda posta, mostrandosi così ignaro dei principi fondamentali del diritto internazionale”.

Domanda giusta, anzi impeccabile

“L’errore rilevato nella domanda non c’era – spiega Gabriele -. Le argomentazioni sollevate dall’Agenzia Nova sono infondate e sono state di fatto smentite dalla stessa Commissione. L'Alto rappresentante Ue Kallas, rispondendo all'europarlamentare Tridico e altri colleghi, ha affermato che per il diritto internazionale chi provoca un danno è tenuto a pagare i risarcimenti, ma poiché non si ha accesso a Gaza non si conoscono i fatti. Quindi le premesse erano giuste. Il problema è che parlare di Israele e Palestina, di quello che sta accadendo, è molto difficile: se si può, si lascia in secondo piano, mentre la mia domanda ha avuto una risonanza inaspettata. E questa cosa non è piaciuta, evidentemente. Sono questioni che danno fastidio a molti, non solo alla mia redazione”.