I prossimi dieci anni saranno attraversati da trasformazioni profondissime, in realtà già cominciate, che cambieranno nel profondo il mondo delle produzioni e la società nel suo complesso. Queste trasformazioni non solo vanno accompagnate, ma indirizzate. Il mondo del lavoro, i sindacati non possono che avere un ruolo determinate essendo portatori di interessi generali. Il decreto Semplificazioni, accogliendo emendamenti di Cgil Cisl e Uil, riconosce la strategicità delle parti sociali nel processo di governance del Pnrr: ora spetta al governo avviare il confronto per definire il Protocollo nazionale che dovrà stabilire regole e modalità di partecipazione. Gianna Fracassi, vice segretaria generale della Confederazione di Corso di Italia, invita a fare presto. E bene.

Marco Merlini

La scorsa settimana è stato approvato dal Parlamento il decreto Semplificazioni, quello al cui interno è definita la governance del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Rispetto al testo approvato dal Consiglio dei ministri, quello varato dal Parlamento contiene delle novità: novità che colgono le richieste delle tre confederazioni sindacali, cioè quello di un ruolo anche per le parti sociali nel definire e nel gestire i progetti del Pnrr. Siete soddisfatti?

Sicuramente l'emendamento che il Parlamento ha approvato è un passo in avanti. Avevamo provato, unitariamente, a indicare un percorso che potesse rafforzare il modello di confronto e di relazioni sindacali nell'ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ben oltre, come dire, la contingenza di questa fase. Occorre, infatti, tenere presente che il Piano condizionerà anche le politiche ordinarie dei prossimi sei anni, quindi non c'è soltanto la scelta dei progetti e le decisioni sulle riforme. Quello che occorre definire e governare è qualcosa di un po’ più complesso, per questo noi abbiamo insistito molto e abbiamo presentato l'emendamento unitario affinché il lavoro, come è giusto che sia, avesse un ruolo. Il Parlamento ha accolto questa nostra richiesta capendone e condividendone le ragioni. Ora si tratta di approvare un protocollo nazionale per definire le modalità del confronto tra governo, istituzioni che hanno un ruolo nei progetti del Pnrr a tutti i livelli e le organizzazioni sindacali. Confronto che dovrà essere preventivo e non soltanto informativo a decisioni già prese. Ci tengo a sottolineare: questa relazione dovrà essere sia col governo che con i singoli dicasteri e, soprattutto, con le istituzioni territoriali, che hanno gestione e spesa di una parte dei progetti. Ora, è evidente che occorre attuare quanto previsto dall’emendamento parlamentare e divenuto legge. Chiediamo, innanzitutto, di avviare il confronto sul protocollo nazionale. Ci auguriamo che il governo proceda rapidamente, noi siamo pronti.

 

 

 

Questa richiesta delle confederazioni italiane non è una “stranezza”. Come funziona negli altri paesi europei?

No, non è affatto una stranezza italiana. In altri Paesi europei sono previsti tavoli e confronto preventivo con le parti sociali anche sulle politiche ordinarie. E per quanto riguarda la governance dei piani per il Next generation Eu la presenza dei sindacati è prevista, per esempio, nel piano nazionale spagnolo piuttosto che in quello tedesco. Aggiungo, proprio per le sfide che il Paese ha di fronte, è assolutamente necessario un livello di confronto di questa natura. Penso soltanto alla riconversione verde: prevede processi complessi e profondi che non si fanno con una politica scoordinata, anche nella relazione con le organizzazioni sindacali. Anzi, proprio perché il decennio che abbiamo di fronte modificherà in maniera pervasiva il modello produttivo è necessario un quadro di regole certe e una modalità di confronto definito con il sindacato.

Questo proprio è uno dei due punti che vorrei sottoporre alla tua attenzione. Il Pnrr, la contingenza causata dalla pandemia, ma non solo, anche le enormi trasformazioni che il digitale impone, modificheranno e hanno già in parte modificato il sistema produttivo e il mondo del lavoro in Italia, in Europa e non solo. Servono politiche di indirizzo, ma serve anche accompagnare una transizione del mondo del lavoro. Si può fare senza sindacato?

No, è esattamente questo il punto. Il prossimo sarà un decennio di profonde trasformazioni, già le vediamo in atto. Adesso assisteremo a una spinta in avanti di questo processo determinata, da un lato, dalle politiche espansive messe in campo da Next Generation Eu, che non a caso sono in parte vincolate alla digitalizzazione. Dall'altro, si è in presenza di un processo che comunque non si arresta ed è legato a delle scelte, delle indicazioni che prescindono, come dire, dalla volontà dei singoli governi. Penso a una riorganizzazione internazionale dell'economia e quindi del lavoro. Allora, in questo quadro di profonda trasformazione credo sia assolutamente rilevante lavorare per definire regole, protezioni del lavoro. Peraltro, in passato, in altri momenti di svolta nel nostro Paese questo è stato fatto: mobilitare tutti i soggetti, a cominciare dalle parti sociali, per definire insieme regole e indirizzi. Oggi questo serve ancora di più. È necessario proteggere il lavoro, non soltanto dagli effetti della pandemia, ma per quello che potrebbe arrivare dalla da una dinamica economica che è più grande di noi e che condiziona anche il nostro Paese. Contemporaneamente c’è bisogno di creare nuova occupazione, soprattutto per i giovani e per le donne. Queste questioni non posso essere gestite unicamente dal versante politico-governativo. Inoltre, lo dico sommessamente ma con molta forza, c'è bisogno di comprendere, che la stagione della disintermediazione è definitivamente morta.

 

 

 

Il Paese ha affrontato la crisi post 2008 con delle scelte assolutamente sbagliate nel rapporto con le organizzazioni di rappresentanza, immaginandosi che potevano essere tranquillamente bypassate. Nella fase più acuta della crisi, l'effetto è stato quello di mettere in campo provvedimenti sbagliati come il Jobs act. Oggi è arrivato il momento di qualificare il lavoro con interventi seri: da una legge sulla rappresentanza alla contrattazione, dalla formazione permanente alla riforma degli ammortizzatori sociali e alle politiche attive. E queste riforme sono indispensabili anche per il Pnnr. È pensabile fare tutto ciò senza i sindacati? Peraltro è stato proprio il presidente del Consiglio a chiamare alla “mobilitazione collettiva” tutte le forze e le organizzazioni del Paese

Il Pnrr ha come obiettivo quello di utilizzare risorse messe a disposizione dell’Europa: certo, si tratta di individuare come indirizzare gli investimenti. Ma c'è anche un problema di riduzione dei divari e diseguaglianze territoriali e sociali. Anche su questo versante il ruolo del sindacato è strategico.

La riduzione delle diseguaglianze è il terzo pilastro del Pnrr. I primi due riguardano innovazione e obiettivi verdi. Il terzo è esattamente questo, il pilastro sociale. Questi i tre grandi obiettivi del Piano: quel che è necessario si colga, però, è che il Pnrr non è un piano di investimenti, ma un piano per lo sviluppo del Paese. Allora la questione è politica, al netto delle cabine di regia, delle segreterie tecniche eccetera: occorre definire norme per la scelta dei progetti e per l'utilizzo delle risorse. Scelta che non può essere né casuale, cioè lasciata a chi prima arriva, a chi prima accede al bando. Serve programmazione. Su questo fronte, è bene ricordare, esiste un problema storico e cronicizzato in alcuni territori, di capacità o incapacità, amministrativa che rende difficile anche l’utilizzo delle risorse europee ordinarie. Insomma occorre un “forte governo” del processo e del percorso, a tutti i livelli, per questo chiediamo che si apra al più presto la discussione con il governo su cosa, come e dove collocare le risorse. Altrimenti, non solo i divari territoriali e le diseguaglianze sociali non si ridurranno, ma rischiano di approfondirsi. Insomma programmare dove aprire asili nido o dove istituire presidi sanitari non è una scelta neutra. Così come non lo sono scelte di politica industriale. Per noi, ad esempio il tema delle aree di crisi è rilevantissimo. O ancora, da dove si intende partire per la rigenerazione urbana? Ho fatto solo alcuni esempi che però sono utili a capire il senso e le ragioni della nostra richiesta di essere parte del processo decisionale del Pnrr. Tra l’altro, sono scelte che non riguardano solo i fondi europei ma anche e soprattutto le politiche ordinarie e quindi la spesa corrente.

Torniamo da dove siamo partiti. Il governo aveva fatto un decreto, quello semplificazioni, senza il protagonismo delle parti sociali nella governance del Pnrr, il Parlamento ha modificato quel testo, accogliendo emendamenti proposti da Cgil Cisl e Uil. La palla torna al governo, e ora?

Ora si apra immediatamente il confronto sul protocollo nazionale. Si tratta di una legge e tra l'altro è una delle richieste che avevamo fatto, istituzionalizzare il modello di confronto che non può essere una gentile concessione, ma deve essere una garanzia per tutti gli interessi. Gli interessi portati avanti dalle confederazioni sono interessi generali, lo ricordiamo per noi, ma soprattutto per chi forse non ha compreso il senso di questa richiesta. Noi siamo pronti, dobbiamo farlo molto rapidamente. Il Protocollo nazionale che deve essere anche l'occasione per regolare il modello di partecipazione e di confronto rafforzato delle organizzazioni di rappresentanza sociale sulle ricadute economiche e sociali e sulle filiere produttive e industriali, sulle conseguenze dirette e indirette sul lavoro di riforme e investimenti. Abbiamo sempre detto che sarà proprio il lavoro il nostro metro di giudizio, quindi in generale le misure per la creazione di occupazione di qualità: così valuteremo l'esito positivo o negativo dei singoli provvedimenti, di ciascun progetto del Pnrr. Il Protocollo nazionale è sicuramente uno strumento cruciale per affrontare una fase economica e sociale complessa. Un segnale non solo importante, ma direi necessario e imprescindibile.