La Corte dei Conti ha messo nero su bianco quello che in pochi hanno il coraggio di dire: il sistema fiscale italiano continua a funzionare male. Nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di euro di imposte accertate, nelle casse dello Stato sono entrati soltanto 12,8 miliardi. L'indice di riscuotibilità si ferma così al 17,7%, in calo rispetto al 20,7% del 2022.

Il quadro diventa ancora più sconfortante se si guarda alle iscrizioni a ruolo, cioè le cartelle esattoriali vere e proprie: qui l'incasso non supera il 3,1%. Su 40,7 miliardi accertati, l'erario ha effettivamente incassato appena 1,3 miliardi. Una percentuale ridicola che, secondo i magistrati contabili, è “altamente probabile” sia legata alle “radicate aspettative di successive rottamazioni” o alla convinzione che l'azione esecutiva dello Stato possa essere facilmente elusa.

Un fisco che passa ogni 71 anni

Il vero tallone d'Achille resta la capacità di controllo. Nel 2024 l'Agenzia delle Entrate ha effettuato controlli sostanziali – cioè quelli che prevedono accessi e ispezioni, non solo verifiche documentali – su appena 1,4% dei contribuenti con attività imprenditoriali, professionali o autonome. In pratica, un contribuente su 71. Con questi ritmi, servirebbero 71 anni per passare al setaccio l'intera platea.

La frequenza varia per settore, ma resta comunque bassissima: tra l'1,3% e l'1,7% nel commercio, nella ristorazione e nella sanità, mentre nelle costruzioni i controlli si alzano a uno su 20 e tra gli intermediari immobiliari a uno su 50. Troppo poco per incoraggiare chi vuole sottrarsi al fisco. Non a caso, la Corte sottolinea che il rapporto tra numero di contribuenti e numero di verifiche è determinante per la deterrenza, e oggi quel rapporto non produce alcun effetto significativo.

Le falle nei recuperi

La fotografia della Corte dei Conti si fa ancora più nitida analizzando le comunicazioni di irregolarità sulle dichiarazioni dei redditi e sull'Iva. Nel solo 2021, ai contribuenti persone fisiche sono stati inviati 2,1 milioni di comunicazioni per circa 4,5 miliardi di euro contestati. Di questi, i versamenti effettivi sono stati appena 448 milioni, meno del 10%. Il resto è finito nelle cartelle esattoriali, con percentuale di riscossione altrettanto modesta.

Il quadro non cambia per società di persone e di capitali: nel primo caso, a fronte di 53 milioni di imposta irregolare, solo l'8,42% è stato versato; nel secondo, su 2,1 miliardi contestati, è stato incassato appena il 9,63%. Anche l'Iva mostra numeri stimolanti: tra il 2019 e il 2021 l'Agenzia delle Entrate ha inviato 1,4 milioni di comunicazioni, per quasi 9,6 miliardi di euro contestati. Ma i versamenti si sono fermati a 1,7 miliardi, appena il 17,26%. Alla fine, su 30 miliardi di imposte irregolari contestate, solo 5,2 sono stati incassati.

Rottamazioni che incoraggiano i furbi

Il meccanismo delle rottamazioni, nato per alleggerire i debiti e favorire la regolarizzazione, rischia così di diventare un incentivo all'evasione. La Corte rileva che molti contribuenti aderiscono solo per guadagnare tempo ed evitare misure esecutive, senza alcuna intenzione di pagare davvero. Emblematico il dato della rottamazione-quater: 11,2 miliardi di rate scadute nel biennio 2023-2024 non sono stati versati.

Di fatto, chi vuole evadere sa che la probabilità di essere controllato è minima e che, anche in caso di accertamento, esiste sempre la possibilità di una nuova sanatoria.

Chi paga davvero?

In questo contesto, la macchina fiscale sembra funzionare soltanto con chi ha commesso errori in buona fede e vuole rimediare. Nel 2024 gli introiti da “ravvedimento operoso” hanno portato 4,5 miliardi nelle casse pubbliche. Meno di quanto recuperato dalle misure straordinarie, come le rottamazioni e le definizioni agevolate, che si sono fermate a 3,5 miliardi.  È una conferma: i meccanismi che favoriscono i contribuenti onesti funzionano, quelli che ammiccano ai furbi no.

Una questione di equità

Il giudizio della Corte dei Conti è netto: con un tasso di controllo dell'1,4% e riscossioni ferme al 17,7% degli importi accertati, il sistema non può esercitare alcuna deterrenza. Dietro le cifre si nasconde però un problema più grande: l'iniquità di un fisco che colpisce chi non può sfuggire, cioè lavoratori dipendenti e pensionati, mentre lascia ampi margini di manovra a chi ha più strumenti per evadere.