Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Osservatorio Futura

Le paure dell'homo pandemicus

Lamborghini, manifattura 4.0 © Marco Merlini Sant'Agata Bolognese (Bo), 3 luglio 2020 La linea di produzione Urus della Lamborghini
Foto: Marco Merlini
Paolo Andruccioli
  • a
  • a
  • a

Il 28% degli intervistati dichiara di aver dovuto cambiare il suo modo di lavorare. Le percentuali di aumento dello smartworking si attestano al 70%. Da noi il blocco (temporaneo) dei licenziamenti, ma all'estero il 45% delle aziende ha licenziato. In Italia il 31% del campione considerato vede come molto probabile la perdita del posto di lavoro

Più tecnologici, ma anche molto più insicuri e preoccupati per il futuro prossimo venturo. È questa in estrema sintesi la fotografia che emerge dallo studio dell’Osservatorio internazionale sul lavoro curata dalla società Geca per conto di Futura. Nei panel che affrontano le questioni economiche e finanziarie generali (crollo del Pil, curve degli investimenti) e in quelli più strettamente tarati sulle trasformazioni del lavoro nell’epoca del Covid 19 emergono le tendenze principali, ma anche le ansie e le paure per quello che potrà succedere nei prossimi mesi. Lo studio è diviso appunto in due parti: una economica, l’altra dedicata al mondo del lavoro. Ci occuperemo ora di questa seconda parte.

Smart working, questo sconosciuto
Cominciamo dai trend, ovvero dalle tendenze in corso. Fa impressione vedere le percentuali relative all’uso delle tecnologie per rispondere alle nuove esigenze sociali dettate dal distanziamento sociale. Per quanto riguarda l’utilizzo delle app per lo smart working o il commercio online il dato clamoroso riguarda la cifra del +183,7% dell’aumento dell’uso dei download e delle applicazioni software per il lavoro da remoto. L’aumento, rispetto al periodo precedente alla pandemia, è molto evidente nelle percentuali giornaliere e settimanali, mentre si attenua leggermente nella media mensile. L’aumento giornaliero di app e software vari per lavorare da casa sfiora infatti il 70%, mentre il trend di aumento mensile rispetto a prima della pandemia si avvicina al 30%. Non è invece una novità, anzi è una conferma di quello che abbiamo visto e vissuto, il fatto che tutte le aziende private e pubbliche hanno dovuto far ricorso allo smart working. In particolare il boom del lavoro da remoto si è registrato nei settori della comunicazione con un +75%..

La classifica. Ecco chi sale 
Molto interessanti i dati – tratti dai sondaggi di Ogury (piattaforma innovativa in campo pubblicitario) – relativi all’analisi scorporata per tipo di gestori ai quali ci si affida per organizzare collegamenti con i colleghi, le videoconferenze, le riunioni a distanza. Si registra in questo campo un vero e proprio boom di Hongouts Meet che fa un balzo in avanti del 546,9%. Hangouts Meet è una la piattaforma per videoconferenze di gruppo (o di coppia) di Google che non nasce con la pandemia ma che con essa ha avuto il suo grande momento. Nella graduatoria di Ogury ripresa nell’Osservatorio internazionale di Geca subito dopo Hangouts Meet si piazza Microsoft Teams con un incremento del 235,6% rispetto al periodo precedente lo scoppio dell’epidemia. Al terzo posto Cisco Weber Meetings con un aumento del 114,1%. Quarto e quinto posto conquistati da Skype, con una crescita dell’11,5% di Skype for Business e un più 10,5% di Skype normale. Sarebbe interessante riflettere su queste tendenze perché mentre la crescita generale del ricorso a queste app è comprensibile vista la necessità di rimanere sempre connessi, non è immediato collocare i diversi piazzamenti. Come è stato possibile il boom di Hangouts Meet e una tendenza moderata all’aumento di Skype che magari nel campo delle videochiamate e videoconferenza aveva già una esperienza accumulata in anni di utilizzo da parte dei suoi utenti?

Niente sarà più come prima 
Legato all’utilizzo delle app è il discorso sulle modificazioni degli stili di vita. Basata sui sondaggi della Nielsen Survey e della GroupM emerge una notizia che conferma la cronaca che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, ma la quantifica. Gli italiani intervistati confermano di aver dovuto cambiare integralmente tutti i loro stili di vita. Ed è un fatto ovvio viste le restrizioni imposte dalle regole di sicurezza varate dal governo. Quello che è meno ovvio, anche in questo caso, riguarda la classifica delle percentuali. Gli italiani dichiarano di aver dovuto cambiare più le loro abitudini relative ai viaggi e all’intrattenimento che non quelle relative al lavoro. Il 45% degli intervistati dichiara di aver dovuto rivedere il suo modo di viaggiare. Il 38% quello di intrattenersi con gli amici, mentre la percentuale di quelli che dichiarano di aver dovuto cambiare il proprio modo di lavorare si attesta sul 28%. 

Quelli che licenziano
In Italia, per merito soprattutto dell’iniziativa dei sindacati, il governo ha varato le norme sugli ammortizzatori sociali e sul blocco (temporaneo) dei licenziamenti. Non è successa la stessa cosa in altri Paesi ed è quindi interessante andare a spulciare tra i sondaggi internazionali pubblicati nel rapporto dell’Osservatorio. Sulla base di un sondaggio curato dalla Gbta, (associazione internazionale, composta da 9mila membri che controllano direttamente spese di viaggi d’affari e meeting per 345 miliardi di dollari all’anno) scopriamo che nel pieno della pandemia il 46% delle aziende ha ridotto il suo staff e ha perfino licenziato i suoi dipendenti. Sempre dagli stessi dati apprendiamo (e questo è un risultato che si applica tranquillamente anche al nostro Paese) che il 45% delle aziende ha previsto la cassa integrazione per i propri dipendenti e il 44% ha deciso di ridurre lo stipendio dei lavoratori come misura di difesa e risposta alla crisi di mercato scaturita dall’epidemia. Un’altra finestra dell’Osservatorio, elaborata sui sondaggi realizzati tra marzo e aprile, suggerisce quello che i lavoratori desidererebbero dalle proprie aziende. Una grande maggioranza degli intervistati sostiene che le azioni più urgenti sono quelle relative alla protezione della salute degli impiegati (sanificazione dei luoghi di lavoro) e alla donazione benefica agli ospedali e alla ricerca scientifica. 

Le nostre paure
Basate sui sondaggi Swg e di numerose altre fonti demoscopiche, l’Osservatorio di Geca Italia, rilancia anche le impressioni psicologiche soggettive che però hanno un riscontro molto concreto nella realtà sociale ed economica. Alla domanda “quanto è probabile che lei (o un membro della sua famiglia) perda il lavoro a causa della crisi (in un range da 1 a 10) il 50% degli intervistati risponde che la cosa (ovvero la perdita del lavoro) è “probabile che accada” e il 31% risponde che è “molto probabile che accada”. Sempre sulla base dei sondaggi Swg scopriamo un andamento in crescita di queste paure. Mentre infatti a marzo la percentuale dei più impauriti si attestava sul 48% nel mese di aprile la tendenza all’aumento delle ansie ha continuato a crescere superando la soglia del 52%. Il discorso non è cambiato, anzi è perfino peggiorato tra maggio e giugno, mesi durante i quali gli intervistati che si sono dichiarati “molto preoccupati” o “abbastanza preoccupati” di perdere il lavoro sono passati da un iniziale 35% al 38%.

Molto interessante anche la comparazione della situazione italiana con quella degli altri Paesi del G7. Rispetto al Canada, alla Francia, alla Germania, Giappone e Gran Bretagna gli italiani sembrano meno preoccupati di ritornare ad una organizzazione del lavoro normale, cioè in presenza, dopo il lungo lockdown. Il 47% degli italiani intervistati da Kantar (leader mondiale nelle ricerche di mercato ad hoc e nella consulenza di marketing) si dice abbastanza a proprio agio rispetto all’idea di ritornare sul posto di lavoro e solo il 5% si dice preoccupato contro il 10% della media dei Paesi G7. Sembrano molto più preoccupati gli inglesi, i francesi e i giapponesi. Le percentuali di quelli che pensano che dopo la pandemia si lavorerà molto più da casa si attestano su una media del 20%. Tra le ansie e le paure c’è poi da considerare il fatto che le aziende (non solo in Italia) sembrano molto più intenzionate e ridurre ulteriormente la quota di lavoro stabile. Dall’Osservatorio risulta infatti che il 32% delle organizzazioni sta sostituendo (o pensa di sostituire) gli impiegati full-time con lavoratori a contratto a scadenza.