In evidenza:
Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

L'intervento

Landini: il mercato ha fallito. Servono più Stato e zero precarietà

MANIFESTAZIONE NAZIONALE CGIL ROMA ROMA,25/10/2014 MANIFESTAZIONE NAZIONALE DELLA CGIL CONTRO IL JOBS ACT



FOTO DI © DANILO BALDUCCI/SINTESI
Foto: Agenzia Sintesi
Maurizio Landini
  • a
  • a
  • a

Il dibattito aperto da Archibugi, Pennacchi, Reviglio ha evidenziato come sia necessario rovesciare il modello liberista per ridare centralità alle politiche pubbliche. Un'agenzia per lo sviluppo e il coinvolgimento dei lavoratori per coniugare lavoro e diritti, tutela dell'ambiente e dei beni collettivi, giustizia e uguaglianza sociale

L’appello di Daniele Archibugi, Laura Pennacchi, Edoardo Reviglio ha aperto su Collettiva un importante dibattito con tanti contributi di merito. Il tema su cui si sono concentrati gli interventi è il ruolo dello Stato o meglio “la capacità di ideazione e di progetto per la creazione di lavoro entro un nuovo modello di sviluppo, dando la priorità alla riconversione ecologica, alla domanda interna, ai consumi collettivi, ai bisogni sociali insoddisfatti”. Quindi un tema che ha una straordinaria complessità ma anche una straordinaria urgenza in questa fase in cui occorre avanzare un’idea complessiva di paese che colga le sfide della transizione ambientale, digitale, demografica, nel quadro drammatico che ci consegna la condizione economica e sociale, effetto della pandemia Covid-19.

La sfida che abbiamo di fronte ha bisogno di risposte radicali, innovative e coraggiose, nella consapevolezza che anche il quadro pre-Covid ci aveva consegnato l’urgenza di un deciso cambiamento di rotta verso interventi che ricucissero gli strappi sociali determinati da oltre un ventennio di ordo-liberismo e politiche di austerità che hanno impoverito e ridotto il welfare pubblico, in particolare sanità e istruzione. Proprio l’esplosione della pandemia ha reso evidente l’importanza delle politiche pubbliche diversamente da quanti continuano a invocare lo stato minimo e nuovi tagli in servizi e in beni collettivi. Anche sul versante delle politiche industriali la miopia e la scarsa capacità di progetto manifestata in questi anni rischiano di far perdere al nostro paese un’importante occasione di cambiamento del paradigma produttivo, che dovrebbe essere riorientato alla riconversione ecologica, all’economia circolare e alla digitalizzazione.

Questo passaggio storico, reso ancora più stringente dalla pandemia, non può essere gestito - come giustamente ricordano gli autori dell’appello – solo attraverso la pletora di incentivi e bonus che conosciamo. È evidente che è necessario in primis mettere in campo risorse per investimenti pubblici e privati che facciano recuperare al nostro paese quel gap sedimentato negli anni della crisi. In secondo luogo c’è bisogno di strumenti di governo che possano rendere esplicito un ruolo dello Stato quale protagonista delle politiche di sviluppo e non solo erogatore e soggetto passivo nei confronti del mercato. Aver lasciato, negli anni che abbiamo alle spalle, mano libera al mercato non ha prodotto né crescita economica né occupazione. Anzi, è proprio la rinuncia a un ruolo attivo dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, che ha prodotto, in particolare nel Mezzogiorno, una drastica riduzione degli investimenti e un preoccupante smantellamento degli insediamenti produttivi. Testimonianza di ciò sono le tantissime crisi industriali ancora senza soluzione.

È proprio questo quadro e questa urgenza che impongono una scelta che coniughi lavoro e diritti per tutti, tutela dell’ambiente e dei beni collettivi, giustizia e uguaglianza sociale: non è un’utopia, è un processo che cambia le priorità e afferma un modello di sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile.

Per questo pensiamo che lo Stato deve governare questo processo a partire dalle politiche industriali e di sviluppo: la proposta di una Agenzia per lo sviluppo va esattamente in questa direzione. Occorre un soggetto che coordini e orienti le scelte di politica industriale, che definisca progetti coinvolgendo le università e il sistema della ricerca che innovi la specializzazione produttiva e industriale del Paese. In questo senso l’Agenzia dello sviluppo deve declinare tali politiche in termini di filiera, superando le tante sovrapposizioni e duplicazioni, anche territoriali, coordinando l’azione dei diversi attori e dei diversi strumenti del sistema, coinvolgendo gli stessi attori economici a partire dalle grandi imprese pubbliche, incentivando scelte coerenti con gli obiettivi della politica industriale nazionale. In questa ottica c’è bisogno di ripensare il ruolo delle grandi imprese pubbliche e delle aziende partecipate nel campo del risparmio energetico, delle fonti energetiche rinnovabili, del sistema delle infrastrutture e della mobilità sostenibile, dello smaltimento dei rifiuti.

In una parola è necessario oggi più che mai, alla vigilia di un programma europeo ambizioso quale Next Generation Eu, progettare e pianificare lo sviluppo industriale del Paese. Da tempo, infatti, questo paese ha rinunciato a definire una politica industriale capace di guardare a un orizzonte temporale di medio-lungo periodo e su cui far convergere gli investimenti pubblici (leva per quelli privati) orientati verso grandi obiettivi strategici quali la sostenibilità sociale e ambientale. L’agenzia deve inoltre servire a evitare che le sovrapposizioni tra Stato centrale e regioni producano quei divari che oggi disegnano un paese diseguale anche sul versante produttivo oltre che sociale.

Infine occorre affrontare anche il perimetro nel quale si innesta l’azione “industriale” dell’agenzia, che non deve limitarsi ai settori tradizionali ma che deve ampliare il suo raggio d’azione anche ad alcuni settori dei servizi, a partire dal turismo, dei trasporti e dell’agricoltura. In questo senso occorre rideterminare e riconfigurare ruoli e funzioni dei tanti soggetti istituzionali che a vario titolo costruiscono elementi importanti delle politiche industriali e di sviluppo.

Questo quadro impone anche all’impresa privata una profonda riflessione e un grande cambiamento. Un modello di impresa e un modello economico che non persegua un approccio socialmente responsabile, sarebbe francamente incomprensibile, tanto più in una fase in cui il Paese rischia di sprofondare sotto il peso sociale di un recessione pesantissima. Per questo oggi temi quali la democrazia economica, la responsabilità sociale e la partecipazione dei lavoratori alle decisioni di impresa sono centrali e resi urgenti dalle grandi transizioni che caratterizzano il nostro tempo: la transizione ecologica e quella digitale.

Rovesciare il modello significa anche battersi per un fisco più equo e progressivo, che colpisca le rendite finanziarie e contrasti strenuamente l’evasione fiscale. Rovesciare il modello significa soprattutto affermare diritti e dignità nel lavoro: questa è una condizione fondamentale per garantire giustizia sociale e per affermare un nuovo umanesimo che, a partire dal lavoro, restituisca libertà e uguaglianza.

Il lavoro, la sua creazione e la sua tutela sono il nucleo centrale su cui si fonda un nuovo modello di sviluppo. Per questo occorre cambiare radicalmente le politiche realizzate nel corso degli ultimi venti anni. Non ci può essere sostenibilità senza il superamento della precarietà infinita, senza contrasto all’impoverimento di chi lavora per vivere, senza il riconoscimento della dignità dei lavoratori e delle lavoratrici.

Abbiamo di fronte a noi una sfida complessa, forse la più difficile dal dopoguerra a oggi. Vincerla o perderla dipenderà dalla capacità di fare sistema, di riprogettare e cambiare il Paese. Una sfida indubbiamente difficile ma che bisogna saper raccogliere altrimenti il rischio è un ritorno a politiche sbagliate che hanno reso fragile il paese e di cui oggi stiamo pagando prezzi assai salati.