“Non voglio scegliere se essere madre o politica”. Con queste parole la ministra svedese per il Clima e l’Ambiente Romina Pourmokhtari ha spiegato la sua decisione di partecipare a un Consiglio dell’Unione europea accompagnata dal figlio di tre mesi.
Un’immagine che ha fatto il giro d’Europa e che riporta al centro una questione tutt’altro che risolta: perché ancora oggi una donna deve dimostrare che maternità e lavoro possono convivere?
Il punto, infatti, non è il bambino in braccio a una ministra. Il punto è che quel gesto continua a essere considerato eccezionale. E se in Svezia rappresenta soprattutto un’affermazione di normalità, in Italia assume inevitabilmente il valore di una denuncia politica: la difficoltà, ancora oggi, di conciliare lavoro, carriera e genitorialità continua a ricadere quasi interamente sulle donne.

L’Istat fotografa le difficoltà delle donne

I dati raccontano una realtà lontana dalla retorica della famiglia spesso evocata nel dibattito pubblico. Secondo l’Istat, 6,6 milioni di persone dichiarano di aver rinunciato ai figli desiderati. Tra le persone tra i 18 e i 49 anni che non prevedono di avere figli in futuro, oltre il 62 per cento indica motivazioni economiche, lavorative o sociali. Solo una minima parte afferma di non volere figli per scelta.
La crisi demografica, dunque, non nasce da un cambiamento culturale che allontana dalla genitorialità. Nasce soprattutto dalla precarietà, dai salari bassi, dalla mancanza di servizi e dall’impossibilità di immaginare un futuro stabile.

Leggi anche

In questo scenario il lavoro femminile continua a essere il terreno sul quale si scaricano le contraddizioni del sistema. Le donne guadagnano meno degli uomini, sono concentrate in un numero limitato di professioni e continuano a pagare il prezzo più alto quando arriva un figlio. La maternità resta uno dei principali fattori di rallentamento delle carriere e di uscita dal mercato del lavoro.
A tutto questo si aggiunge il lavoro di cura. Le donne dedicano ogni giorno quasi cinque ore alle attività familiari e domestiche, più del doppio degli uomini. Un divario che continua a riflettere una distribuzione profondamente diseguale delle responsabilità.
Non è un caso che l’Istat individui anche una componente culturale: laddove resiste l’idea che il sostegno economico della famiglia debba essere garantito principalmente dagli uomini, aumenta anche lo squilibrio nella divisione del lavoro di cura.

Congedi parentali, la strada è ancora lunga 

Per questo il dibattito sui congedi parentali non riguarda soltanto il welfare. Riguarda il modello di società che si vuole costruire.
Mentre gran parte dell’Europa va nella direzione di congedi più lunghi, meglio retribuiti e realmente condivisi tra i genitori, in Italia è stata respinta la proposta che prevedeva quattro mesi di congedo paritario per i padri e l’aumento dell’indennità del congedo parentale al 100 per cento per tre mesi.
Una scelta che pesa soprattutto sulle donne. Perché quando il congedo paterno resta limitato e quello parentale è economicamente penalizzante, la conseguenza è quasi sempre la stessa: sono le madri a ridurre il lavoro, rinunciare a opportunità professionali o interrompere la carriera.

Leggi anche

Eppure proprio i Paesi che investono maggiormente nella condivisione della cura mostrano livelli più alti di occupazione femminile e condizioni più favorevoli alla natalità. Non perché esista una formula magica, ma perché avere figli smette di essere una scelta che comporta costi quasi esclusivamente femminili.
L’Italia continua invece a muoversi dentro una contraddizione evidente. Si invocano più nascite, ma si investe troppo poco per rendere la genitorialità compatibile con il lavoro. Si celebra la famiglia, ma si continua a considerare la cura come una responsabilità prevalentemente femminile.
Il precedente di Licia Ronzulli, che nel 2010 entrò nell’aula del Parlamento europeo con la figlia di poche settimane, e quello più recente della deputata Gilda Sportiello, prima parlamentare ad allattare in aula dopo la modifica del regolamento della Camera, raccontano che qualcosa è cambiato. Ma raccontano anche quanto sia stato lungo il percorso necessario per ottenere diritti che altrove vengono considerati normali.
La ministra svedese ha semplicemente mostrato ciò che dovrebbe essere ovvio: una donna non dovrebbe essere costretta a scegliere tra il proprio lavoro e i propri figli.
È proprio questa normalità che in Italia appare ancora lontana.