Ogni tanto una buona notizia. Arriva dall’Inps che con la circolare n. 2540 del 3 agosto 2026 riconosce che possono aver diritto alla Naspi anche le lavoratrici che si dimettono perché vittime di violenza o di stalking.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire chi ha diritto alla Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego), sono i lavoratori e le lavoratrici che perdono il lavoro a causa di licenziamento. Non quelli e quelle che si dimettono, ma solo chi perde il lavoro non per suo volere. Ci sono poi, come è ovvio, dei requisiti che rendono possibile ricevere l’assegno. Occorre aver lavorato 13 settimane negli ultimi 4 anni. L’assegno verrà corrisposto per la metà delle settimane lavorate e può durare al massimo 24 mesi.

Le lavoratrici che firmano la lettera di dimissione perché vittime di violenza non sono licenziate dal datore di lavoro ed è per questa ragione che la circolare Inps del 3 agosto è così significativa. A sottolinearne l’importanza è Lara Ghiglione, segretaria nazionale della Cgil che in un post su Facebook scrive: “Da anni chiediamo che le donne vittime di violenza, e costrette a lasciare il lavoro per mettere in salvo la propria vita, non perdano anche il diritto a un sostegno economico”.

Anche la Cgil Roma e Lazio saluta positivamente la circolare dell’Istituto di previdenza: “Nessuna persona deve scegliere tra la propria sicurezza e il proprio reddito. Finalmente l’Inps riconosce che chi si dimette per proteggersi da violenza, stalking o atti persecutori può avere diritto alla Naspi, anche quando chi minaccia è estraneo all'ambiente di lavoro”. Arriva poi un riconoscimento non scontato e non banale: “È un passo in avanti che arriva anche grazie al lavoro delle donne della Cgil. In questi anni ci siamo mobilitati, assieme a tante realtà, affinché venisse garantita la continuità reddituale per potersi allontanare da situazioni di violenza”.

In realtà l’Inps non ha fatto altro che recepire la sentenza 269/2002 della Corte costituzionale, che stabilisce che quando sussiste una condizione di impossibilità di proseguire l'attività lavorativa, le dimissioni pur provenendo dalla lavoratrice, sono dal comportamento di un altro soggetto, “rendendo lo stato di disoccupazione involontario ai sensi dell'articolo 38 della Costituzione”.

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale e un’altra della Corte di Cassazione, la 1051/2015, secondo cui l'incompatibilità con la prosecuzione del rapporto di lavoro può dipendere anche da sopravvenute condizioni di salute della lavoratrice a prescindere da qualcosa fatta dal datore di lavoro, l’Inps ha chiesto al ministero del Lavoro cosa fare.

Per fortuna “Il ministero ha confermato che il verificarsi di atti persecutori o violenza di genere, anche se provenienti da soggetti estranei all'ambiente di lavoro, può integrare la situazione di oggettiva impossibilità di prosecuzione del rapporto richiesta dall'articolo 2119 Codice civile”.

Tutto risolto? Assolutamente no, affinché si possa accedere alla Naspi non è sufficiente ci sia violenza di genere, secondo il ministero “è necessario che ricorrano situazioni fattuali chiare, oggettive e documentate che: compromettano l'equilibrio psicofisico della vittima al punto da rendere impossibile lo svolgimento dell'attività lavorativa; oppure siano collegate alle abitudini della vittima connesse al lavoro, come nel caso di molestie subite lungo il tragitto casa-lavoro”.

Insomma anche in questo caso, come purtroppo in molti altri, occorre innanzitutto conoscere che il diritto esiste e poi occorre sapere come chiederlo. Per questo è ancora la Cgil di Roma e del Lazio a scrivere: “Il diritto alla Naspi non è automatico. Serve provare l’impossibilità di continuare a lavorare. Continueremo a mobilitarci e portare avanti proposte concrete perché questo principio sia pienamente riconosciuto. Se ti trovi in difficoltà o conosci persone che ne hanno bisogno, la Cgil c’è”.

La segretaria della Cgil guarda anche avanti sostenendo che quello di oggi “non è il traguardo ma è una conquista importante. Il nostro obiettivo resta ovviamente quello di garantire alle donne la possibilità di continuare a lavorare in sicurezza, senza essere costrette a scegliere tra il lavoro e la propria vita”.

In ogni caso è bene ricordare che da oggi questo strumento esiste, per ottenere la Naspi basta rivolgersi al patronato della Cgil.