Un intervento che corregge solo in parte una norma giudicata discriminatoria. È il giudizio della Cgil sulla modifica introdotta dal governo all’Assegno unico universale, dopo la procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea contro l’Italia.

Secondo il sindacato, si tratta di “un passo avanti”, ma insufficiente. “Continuano a rimanere esclusi i figli residenti nei Paesi extra-Ue di chi lavora in Italia, dando continuità a una discriminazione inaccettabile”, si legge in una nota.

La procedura europea e la correzione

Il cambiamento arriva dopo che Bruxelles ha contestato all’Italia la violazione del diritto europeo, in particolare per quanto riguarda i lavoratori mobili all’interno dell’Unione. La normativa sull’assegno unico, ricorda la Cgil, “introduce criteri discriminatori” che penalizzano chi lavora in Italia ma ha familiari residenti all’estero.

Per rispondere a queste contestazioni, il governo ha inserito un emendamento nel decreto Pnrr (D.L. 19/2026), modificando il decreto legislativo 230/2021. La novità principale è che i figli residenti in un altro Paese dell’Unione europea, se fiscalmente a carico, possono essere inclusi nel nucleo familiare ai fini dell’assegno.

Una modifica che per la Cgil “ha accolto solo parzialmente le nostre richieste”, nonostante le sollecitazioni arrivate negli ultimi mesi.

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Chi resta escluso

Il nodo principale riguarda i figli che vivono fuori dall’Unione europea. “Nulla viene previsto per i figli residenti nei Paesi extra-Ue”, sottolinea il sindacato, evidenziando come l’esclusione valga indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

In pratica, lavoratori italiani, europei o extra-Ue che operano regolarmente in Italia continueranno a non poter includere nel beneficio i figli residenti in Paesi terzi. Una situazione che colpisce anche i lavoratori frontalieri provenienti da Stati come Svizzera, San Marino o Principato di Monaco.

Una scelta per il sindacato “del tutto irragionevole”, perché lega il diritto alla prestazione al luogo di residenza dei figli, anche quando i genitori “versano regolarmente tasse e contributi previdenziali in Italia”.

“Discriminazione non superata”

Per la Cgil, dunque, la modifica non risolve il problema alla radice. “Si tratta di una modifica normativa che non elimina la discriminazione”, ribadisce il sindacato, chiedendo un intervento immediato per estendere l’assegno anche ai figli residenti nei Paesi extra-Ue.

La questione quindi resta aperta, con il rischio di nuovi contenziosi e di un ulteriore intervento europeo su una misura che, nata per essere universale, continua a lasciare fuori una parte dei lavoratori.