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Riconversioni

Dai mattoni ai migranti: l'evoluzione degli affari

Foto: Marco Merlini
Carlo Ruggiero
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Il focolaio di Treviso mette in luce il problema del gigantismo dei centri d'accoglienza italiani, spesso amministrati da aziende profit. L'ex Caserma Serena è in mano a una srl nata dalle ceneri di un grande gruppo edile: vende energia elettrica e servizi immobiliari, ma gestisce 4 Cas ed è arrivata anche all'hotspot di Lampedusa

Ha fatto un gran rumore la notizia di un focolaio di coronavirus esploso nella Caserma Serena di Dosson di Casier, il più grande Cas (centro di accoglienza straordinaria) della provincia di Treviso. Sulla vicenda sta indagando anche la Procura che ha aperto un fascicolo, ad oggi senza iscritti nel registro degli indagati né ipotesi di reato. Ad alimentare il dibattito c’è anche la storia della società che gestisce il centro: la Nova Facility, una Srl che nel giro di qualche anno ha cambiato completamente pelle, passando dall’istallazione di tubature per il gas e pannelli fotovoltaici, all’accoglienza massiva per i richiedenti asilo.

Quei 233 migranti e 11 operatori risultati positivi al Covid, in ogni caso, hanno mostrato per l’ennesima volta quanto quella sanitaria sia un’emergenza nell’emergenza all’interno dei centri di accoglienza presenti su tutto territorio italiano. Una minaccia costante, per gli ospiti e per tutti i cittadini, che in questi mesi di pandemia è stata sostanzialmente ignorata dalle istituzioni. Il sistema italiano di gestione dei flussi migratori, così com’è uscito dalla mannaia dei decreti Salvini del 2018, ha infatti palesato in tempo di Covid tutti i propri limiti, diventando un unico, enorme potenziale focolaio di contagio. Così come successe al Pampuri di Brescia, oggi succede anche alla Caserma Serena di Treviso.

Ex caserme e hotspot
L’ex caserma epicentro del contagio, 284 ospiti complessivi, è in mano a un’azienda profit: la Nova Facility. E la storia di questa srl, oggi nell’occhio del ciclone delle polemiche, appare davvero paradigmatica. Nata nel 2003, come Nova Marghera Facility, è al 75% di proprietà di un imprenditore residente in Toscana: Gian Lorenzo Marinese. Il restante 25% è di un’altra Srl, la Cm, che secondo i codici Ateco si occupa di gestione di alberghi e strutture simili. Oltre a quello di Casier, la Nova Facility gestisce dal 2016 anche il secondo Cas più grande della provincia di Treviso, l’ex Caserma Zanusso a Oderzo, dapprima grazie a due bandi aggiudicati, poi in forza della rinegoziazione delle convenzioni per effetto del decreto Salvini. Dal 1° maggio 2019 queste due strutture vengono gestite tramite una rete temporanea di imprese con la sola società che fornisce i pasti e con accentramento di tutti gli altri servizi. La Nova Facility però è anche uscita dalla Marca, conquistando nuovi territori: l’anno scorso ha vinto il bando per il controllo della ex Caserma Mattei di Bologna, e per l’ex Caserma Monti di Pordenone. Anche in questo caso, si tratta di vecchie gendarmerie composte da grandi camerate, riadattate in giganteschi centri per l’accoglienza da centinaia di posti.

Ma c’è di più. Sebbene la società di Marinese da un anno e mezzo a questa parte abbia smesso di amministrare il Cas nell’ex Hotel Winkler di Vittorio Veneto (una scelta, secondo l’ultima relazione sulla gestione al bilancio, “operata nell’ottica di concentrare i servizi nelle due principali ex caserme, con risparmio di costi”), ha comunque ottenuto dal comune di Treviso la gestione della casa alloggio, della mensa di solidarietà e del dormitorio notturno municipali. Per conto del comune, poi, dal marzo 2020 e fino a fine emergenza, gestirà anche un “Centro Covid” che ospita circa 44 senzatetto. Il capolavoro di Marinese, in ogni caso, è arrivato all’inizio di quest’anno, a gennaio, quando è riuscito ad ottenere dalla Prefettura di Agrigento addirittura la gestione dell’hotspot di Lampedusa, la porta d’accesso d’Italia per tutti i migranti provenienti dal Nordafrica.

Dal gas ai Cas
La Nova Facility, insomma, nel giro di qualche anno è diventata un vero e proprio gigante nel business dell’accoglienza. Eppure la Srl trevigiana mantiene ancora un piede in settori più consoni alla tradizione della famiglia Marinese. Oltre ad accogliere migranti infatti, statuto alla mano, s’interessa anche di “installazione di impianti elettrici, idraulici e per la distribuzione del gas” e “amministrazione di condomini e gestione di beni immobili per conto terzi”. Non è quindi un caso se il suo sito internet sia perfettamente diviso a metà: da una parte i Cas, dall’altra il gas. L’azienda, tra l’altro, dal 2011 detiene anche il 17,5% delle quote di Vega energie, una srl che si occupa di vendita di gas naturale e di energia elettrica. Il restante 82,5% è controllato dal colosso cooperativo modenese dell’energia Cpl Concordia.

D’altro canto la Nova Facility nasce dalle ceneri di un altro gigante, ma dell’edilizia, la Pio Guaraldo Spa, che ne è stata la controllante fino al 2 agosto 2012. Il gruppo Guaraldo era di proprietà della famiglia Marinese, l’amministratore era Lorenzo, il padre di Gian Lorenzo. Dopo sei anni di concordato, nel 2017 è fallito, lasciando sul terreno una pletora di creditori. Alla domanda di concordato, il capitale sociale di 5 milioni apparteneva interamente alla “Nova Marghera Spa”, società immobiliare guidata dalla stessa famiglia Marinese. Infatti, all’atto della richiesta del concordato, stando a quanto affermò il commissario giudiziale, il gruppo Guaraldo era riconducibile anche alla moglie di Lorenzo Marinese, Adriana Manaresi, e ai tre figli Rugiada Camicina, Vincenzo (oggi presidente di Confindustria di Venezia e Rovigo), e Gian Lorenzo, proprietario di Nova Facility. Non a caso, nel 2015 in piena emergenza sbarchi, la Nova Facility offrì alla Prefettura di Treviso degli alloggi nei palazzi sfitti della Guaraldo a Quinto, un paesino poco lontano. Ma subito si alzarono le barricate, e scoppiò la rivolta di alcuni residenti e degli esponenti di Forza Nuova. Il prefetto, quindi, optò per la Caserma Serena, l’epicentro dell’attuale focolaio. Poco dopo, la gestione venne affidata proprio alla Nova Facility.

Tra tutti i bandi di gara fatti per vendere le proprietà direttamente riconducibili al gruppo Guaraldo, inoltre, c’era anche una parte del parco scientifico-tecnologico Vega di Mestre, di proprietà proprio di Nova Marghera Spa, l’azienda gestita dalla madre di Gian Lorenzo Marinese: la signora Manaresi. La società aveva costruito dei condomini extralusso nel parco, tentando poi di venderli. Evidentemente l’operazione non riuscì, visto che anche la Nova Marghera oggi è fallita. Nonostante tutto però, Gian Lorenzo, attraverso Vega energie (sebbene non abbia dipendenti a libro paga) continua a fornire elettricità al Parco, grazie agli impianti fotovoltaici installati sugli edifici del complesso immobiliare. Nel verbale dell’assemblea ordinaria di Vega energie del 28 aprile scorso, tra le altre cose, si legge: “La procedura concordataria del cliente nel corso dell’esercizio ha ceduto alcuni immobili compresi negli assets del Vega Pst (il parco scientifico tecnologico ndr) e ha soddisfatto alcuni creditori privilegiati”. La procedura sta continuando “con l’esperimento di aste per la vendita degli altri immobili”. Nonostante le previsioni di cessione degli immobili a garanzia dell’esecuzione del piano concordatario, però “non ha ancora raggiunto i risultati di liquidazione previsti”.

É da questo groviglio che nasce la Nova Facility. La Pio Guaraldo e la Nova Marghera appaiono diverse volte nella storia societaria, così come raccontata dalla visura camerale. Gian Lorenzo Marinese, quindi, ha deciso di reinventarsi nel sistema di accoglienza italiano, e qui ha trovato terreno di conquista. Nel bilancio 2014, la Nova Facility dichiarava ricavi dalle vendite per 719mila euro, mentre in quello chiuso il 31 dicembre 2019 nella stessa casella dichiara oltre 6 milioni e mezzo, con una flessione rispetto all’anno precendete. Una galoppata, comunque. E anche le prospettive future appaiono alquanto rosee. Nell’ultima relazione sulla gestione al bilancio si legge: “Ci si aspetta nel corso del 2020 un apprezzabile aumento del fatturato, in forza dell'auspicabile aggiudicazione di almeno parte delle numerose gare cui la società ha partecipato in tutti i settori aziendali e delle quali si è in attesa dell'esito”. Soprattutto “grazie al proprio mix funzionale tra competenze tecniche nella gestione, razionalizzazione delle risorse e capacità organizzative che le consentirà di partecipare ai futuri bandi di gara ed appalti, presentando offerte non solo economicamente vantaggiose ma anche tecnologicamente avanzate”.

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Il profitto e l’accoglienza
In realtà, sebbene in maniera meno drammatica rispetto alle piccole coop del Trevigiano, i tagli del decreto Salvini hanno creato qualche problema anche alla Nova Facility. Tra maggio e luglio 2019, sono stati licenziati 30 dipendenti “nel ramo di accoglienza”, e oggi risultano 77 lavoratori a libro paga. “Erano tutte altissime professionalità, educatori, mediatori culturali, insegnanti di italiano, psicologi. La Nova Facility ci ha convocato dalla mattina alla sera per dirci che non erano più in grado di mantenerli, e che il nuovo decreto non prevedeva quelle figure. Hanno fatto i loro calcoli e hanno valutato che erano un costo che non riuscivano più a sostenere”, racconta Marta Casarin, segretaria generale della Fp Cgil Treviso. “L’anno scorso - continua - nella cooperazione sociale di tutta la provincia abbiamo perso circa 100 addetti. Eppure alcune cooperative più piccole hanno trovato il modo di reimpiegare questi professionisti”.

Nei giorni scorsi, circa il caso della Caserma Serena, il presidente di Nova Facility Gian Lorenzo Marinese ha dichiarato alla stampa locale di essere “vittima e non responsabile” del focolaio e che dopo otto giorni dal primo contagio la caserma era stata dichiarata covid-free dalle autorità sanitarie, senza che nessuno avesse però effettuato dei tamponi. Ma anche di “aver rispettato tutte le disposizioni della Usl 2”, “di aver segnalato i fatti e avanzato denunce ufficiali”, e che il centro era sotto scacco da parte di “una decina di facinorosi che non hanno consentito di rispettare la direttiva sanitaria”. Marinese, che abbiamo contattato telefonicamente, conferma tutto. Ma è in silenzio stampa “per rispetto alla magistratura, avendo appreso che è in corso un’indagine giudiziaria”.

“La politica italiana ha chiuso un’esperienza all’avanguardia, quella dei piccoli centri di accoglienza, e ha fatto proliferare grandi strutture aperte per profitto, che sono vere e proprie bombe sociali pronte a esplodere. Perché si sono ridotti all’osso i servizi di integrazione per i richiedenti asilo. Oggi, poi, quei centri sono anche bombe sanitarie”. A dirlo è Abdallah Kherzaji, responsabile di origini marocchine della cooperativa sociale Hilal. Nel Trevigiano, nonostante i tagli, riesce ancora a gestire due centri di accoglienza medio-piccoli: uno a Treviso presso l’Hotel Ferro, con 50 migranti, l’altro per 30 a Mogliano Veneto. In entrambe le strutture non si è registrato nessun contagio. “Siamo riusciti ad assicurare le precauzioni igieniche necessarie perché abbiamo pochi ospiti. Gestire un centro con centinaia di persone - continua - è praticamente impossibile. Noi, nel periodo di massimo flusso, siamo arrivati anche ad accogliere 70 persone. Eravamo in piena emergenza, e abbiamo dovuto installare delle tende esterne. Ma già così,e sebbene ci lavorassero in 52 tra operatori e volontari, era davvero complicato portare avanti la struttura. Con numeri maggiori e con il rischio contagio è impossibile”.

“Sul focolaio alla Caserma Serena indagherà la magistratura – conclude Marta Casarin – ma più in generale strutture così grandi non sono in grado di permettere una reale integrazione dei richiedenti asilo. Manca una certa visione del mondo, così l’accoglienza rischia di essere più un business che altro. Oggi abbiamo il più grande focolaio d’Italia in un Cas, ed è il frutto di una gestione totalmente sbagliata del fenomeno delle migrazioni, sia su questo territorio che su scala nazionale. La colpa è anche di chi ha la memoria troppo corta. Il decreto Salvini e la gestione del caso di Treviso lo dicono chiaramente: per motivi puramente elettorali hanno costruito un sistema che non funziona, e ora gli è scappato di mano”.