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Da pochi giorni è iniziato un nuovo anno, e siamo già costretti a registrare la morte di donne per mano di un uomo, o di violenze subite e spesso taciute per paura, per quieto vivere, per il bene dei propri figli; un bene che facilmente si trasforma in disperazione, in una situazione di convivenza forzata e impossibile, sempre sull’orlo dell’ennesimo dramma.
Di questi temi, e di altri contenuti tra loro connessi, si occupa il libro di Lella Palladino dal titolo Che sia l’ultima. Femminicidi e violenza di genere (Donzelli editore, pp. 184, euro 15). L’autrice è un’esperta in tematiche di genere e attiva da molti anni nei centri antiviolenza, avendo fondato già nel 1999 la Cooperativa sociale E.V.A., presente in Campania come punto di riferimento per chi è vittima di soprusi da parte dell’altro sesso.
Lella Palladino è stata anche presidente dell’associazione D.i.Re, le donne in rete contro la violenza, e in virtù delle sue competenze le abbiamo chiesto da dove parta l’idea di questo nuovo libro, che segue la pubblicazione del 2020, sempre per Donzelli, dell’altro volume dal titolo Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi, che raccoglieva per la prima volta la sua esperienza di operatrice nei luoghi dedicati all’aiuto e all’ascolto delle donne, “trent’anni di ascolto - sottolinea Palladino - con l’intento non solo di raccontare la voce, ma il lavoro dei centri antiviolenza”; un lavoro dedicato non solo alle donne che muoiono, ma soprattutto a quelle che ce la fanno.
Accade così che nella scorsa primavera, appena dopo la tragica morte di Martina Carbonaro, lo stesso editore Donzelli, scosso dall’accaduto, dopo una riunione redazionale decida di chiederle di attualizzare il libro precedente, per fare il punto della situazione a cinque anni di distanza. Da qui la genesi di questo nuovo volume, scritto in breve tempo durante l’estate, mentre altre storie tragiche si accumulavano, come quella di Giulia Cecchettin. Storie tutte dannatamente molto simili tra loro, come il libro analizza con disarmante lucidità. Ma da dove arriva tutto questo?
La risposta alla domanda per certi versi viene fornita nelle ultime pagine del volume che il figlio dell’autrice, Roberto Graziano, giovane studioso di sociologia digitale, dedica al rapporto tra l’epoca social entro la quale siamo immersi e i comportamenti delle nuove generazioni in Italia, soprattutto quella maschile: perché se sempre più giovani sono le vittime, sempre più giovani sono anche i carnefici. Nella sua analisi sui complessi aspetti della “mascolinità tossica”, Graziano tra gli altri cita come esempio la dichiarazione di uno dei protagonisti della serie Mare Fuori, quando afferma che “questi video possono essere pericolosi perché i giovani prendono il malessere come modello. Noi nella fiction proviamo a mostrare alternative, ma non so se ci siamo riusciti”. Un tema, questo, su cui in molti dovremmo interrogarci.
Il libro di Lella Palladino però è anche un incoraggiamento verso la speranza, o almeno un’apertura alla speranza stessa, per il lavoro delle attiviste, e per quelle donne che si rivolgono ai centri di assistenza con una consapevolezza sempre maggiore, insieme alla possibilità di un cambiamento spinto anche dai passi in avanti compiuti in campo normativo, seppure si deve registrare un peggioramento nella cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, molto più presente di un tempo, perché “le donne temono di vedersi allontanati i figli minori dopo aver denunciato i padri-mariti, rischiando, e molto, di veder messa in discussione la propria genitorialità”.
Di certo, e per fortuna, è evidente che di questi argomenti si parla molto più di prima, anche per una maggiore competenza di chi si occupa di alcune specifiche normative, una platea di operatori di giustizia e sanitari, che a piccoli passi aumenta progressivamente le proprie conoscenze in materia. “Si tratta di uno scenario a più facce - aggiunge Palladino - nel quadro di una situazione di grande complessità, dove si può andare avanti, così come compiere passi indietro”.
All’interno del volume possono così ritrovarsi le tragiche vicende di Martina, Giulia, Giuseppina, Ivana, Ana, Giustina, Maria, Joy. E leggerle in fila, una dietro l’altra, produce sconforto e rabbia allo stesso tempo. E come scritto nella prefazione da Carola Carazzone, ci troviamo di fronte a una “doppia crisi – il disagio maschile e la violenza contro le donne – strettamente connessa. Entrambi sono sintomi di un sistema di relazioni di genere che sta implodendo, che non offre ai giovani maschi modelli di identità costruttivi, né strumenti emotivi per navigare in un mondo dove i privilegi storici del patriarcato vengono messi in discussione e, allo stesso tempo, intrappola ancora troppe giovani donne in un vicolo cieco che confonde l’amore con la gelosia, il controllo, la subordinazione”.
Per fare in modo che quei nomi siano veramente gli ultimi di una lunga, triste e interminabile serie, serve una presa di coscienza collettiva, unanime, senza suddivisione in generi.























