In un’epoca che sembra avviarsi verso un dominio schiacciante e in più di un tratto pericoloso delle intelligenze artificiali, parlare del valore della persona umana, della sua presenza, e ridiscutere le forme di partecipazione all’interno del cambiamento sociale e culturale che stiamo attraversando può assumere un significato dirimente, alla luce del rischio di una sua progressiva dissolvenza, giorno dopo giorno. Lo abbiamo fatto con Elena Ferro, segretaria confederale della Camera del lavoro di Torino, autrice di un agile e denso volume dal titolo La partecipazione come agente trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni, edito da DeriveApprodi (pp. 104, euro 13).

Come mai questo libro, proprio ora?
Perché mai come adesso c’è un rischio molto grande determinato dalla distanza delle persone dall’agire sociale, la mancanza di assunzione di responsabilità, il desiderio di chiamarsi fuori, a cui si aggiungono le responsabilità di chi oggi ha una qualche leva, piccola o grande, per intervenire in modo da arginare questo processo di individualizzazione, di ritiro dall’agorà, dal tessuto sociale. Bisogna toccare l’anima delle persone, per far comprendere quanto sia necessaria la presenza e la loro partecipazione attiva. Mai come ora il tema è urgente, e necessita di andare alle radici di questa realtà, capire come reagire. Una reazione che dipende dal contributo di ciascuno di noi.

Sin dalle prime pagine si individuano tre fattori determinanti per un ragionamento profondo sul tema: ascolto, contesto, azione. In che modo vengono declinati?
Quando si parla della responsabilità di un dirigente, in qualunque ambito o processo, si tocca un tema cruciale. Lo dico da dirigente sindacale ma non solo, e immagino che per chiunque abbia una posizione da dove sia possibile cambiare le cose il primo aspetto sia l’ascolto, inteso come rovesciamento della prospettiva. Oggi il leaderismo viene portato all’estremo, un rischio per la democrazia e il vivere comunitario, mentre dobbiamo ascoltare coloro che vorremmo rappresentare. Per me, ad esempio, rimane essenziale l’ora di assemblea, uno spazio conquistato insieme, deputato a garantire la partecipazione reciproca, di cui un pezzo è mio, un pezzo è tuo.

Poi c’è il contesto.
Sì, una lettura complessiva e complessa, che deve aiutare a capire i bisogni inespressi delle persone. Siamo in una fase in cui mi sembra di percepire una mole di bisogni inascoltati, motivo per cui molti reagiscono in maniera istintivamente violenta e oppositiva. Naturalmente il conflitto rimane elemento base di una democrazia, ma quando il conflitto stesso sia consapevole, quando so dove collocare le esigenze di una comunità, gli elementi che condizionano la loro vita quotidiana. Da qui la partecipazione come tema generale, trasversale: l’effetto opposto del leaderismo.

E l’azione?
L’azione è la terza lente. Nulla di quanto si può esprimere, leggere, ascoltare, ha senso se non in una pratica concreta che ne segue, da cui nasce un grande interrogativo: come faccio a recuperare le persone che si chiamano fuori? Dobbiamo richiamare ciascuno di noi alla nostra responsabilità, all’azione concreta, a quel faber che semplifica, e si attua. Un processo di ribaltamento, forse di rivoluzione, rispetto alle dinamiche sociali di oggi.

C’è un passaggio in cui si legge: “Nella nostra cultura collettiva le emozioni trovano sempre meno spazio. Siamo portati a reprimerle, a nasconderle, a neutralizzarle”. Perché accade?
Quando esprimiamo un’emozione, una forte empatia con le persone con cui dialoghiamo, di questo elemento ormai quasi sempre c’è la restituzione di un giudizio in negativo, per essersi lasciati “troppo andare”, che genera uno scollamento dalle reali emozioni, dai pensieri, da una certa autenticità, in luogo di quella che è volontà di rappresentazione, il politicamente corretto, di quello che sia giusto per un dirigente sindacale, nel mio caso. Invece le emozioni sono strumento importantissimo per costruire relazioni forti tra esserei umani. Se neghiamo questo aspetto escludiamo una parte fondamentale nel rapporto stesso con le persone. Le emozioni sono il pane quotidiano, l’espressione autentica di quanto sentiamo. Quando emerge nei contesti sociali, questo è l’aggancio con chi ci ascolta. L’elemento di empatia è l’apertura di un canale privilegiato, unico.

Cosa si intende nell’invito a cambiare la “grammatica del potere”?
Come donna sono ben consapevole di tutte le difficoltà presenti nel raggiungere e portare avanti il proprio ruolo. Ma riscrivere le regole attraverso le quali uomini e donne, e le altre identità che si autodefiniscono, possano avere le stesse possibilità, non significa conquistare degli spazi per poi utilizzare gli stessi strumenti a disposizione, e non mi riferisco non soltanto alla forma del linguaggio, certo il più potente, ma anche alle modalità per cambiare la descrizione di noi stesse, e delle nostre organizzazioni. Non mi interessa che una donna conquisti le regole del patriarcato, ma che le cambi; e ciascuno deve essere interessato a questo, per costruire un modello sociale diverso.

Il libro è rivolto, in particolare nella parte conclusiva, a varie tipologie di organizzazioni, non soltanto sindacali ma anche imprese, istituzioni, terzo settore, al mondo dello sport. Quale ruolo assumono oggi, nell’era dell’ipertecnologia?
Si tratta di un invito a modificare le rispettive organizzazioni, che occupano un ruolo strategico nell’intero sistema sociale. La tecnologia ha come riferimento, per definizione, gli aspetti tecnici, mentre le organizzazioni organizzano le persone, e l’impronta del fattore umano è fondamentale, in tutta la sua interezza e complessità. Per esperienza sindacale e personale, credo che soltanto recuperando il valore dei contributi singoli e collettivi possa tornare l’umanizzazione in una società che rischia di dimenticare chi siamo, e la nostra esistenza stessa. A questo proposito, vorrei raccontare un episodio.

Prego.
Pochi giorni fa mi ha telefonato un’amica, che aveva chiesto lumi a Chat Gpt su come comportarsi sul lavoro in seguito a una sua malattia. Ma alla fine, dopo alcuni suggerimenti, anche l’intelligenza artificiale le ha consigliato comunque di rivolgersi al patronato. Questo ci racconta che neanche l’intelligenza artificiale può fare a meno di quella umana, e che l’intelligenza collettiva è insostituibile. Dobbiamo valorizzare tutto questo, e trasformarlo in una battaglia politica.