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“Il Maxiprocesso” è il nuovo documentario di Pasquale Scimeca. A quarant’anni dal maxiprocesso alla mafia siciliana nel 1986, il regista realizza un doc di montaggio di cinquanta minuti per tornare a mostrare quelle immagini. Proprio con lui ne abbiamo parlato.
Come nasce “Il Maxiprocesso”? Quali ragioni ti hanno spinto a realizzarlo?
Alla base ci sono due motivazioni: la prima è un piccolo finanziamento che abbiamo ottenuto nell’ambito del Pnrr – Next Generation, siamo partiti da quello. Ma il motivo più importante è che sono passati quarant’anni dall’inizio del maxiprocesso e volevamo raccontarlo.
A chi vi rivolgete?
Ecco il punto: il documentario è rivolto soprattutto ai ragazzi e alle ragazze di oggi. I giovani non conoscono il maxiprocesso perché ovviamente all’epoca non erano ancora nati. Questo il senso dell’operazione: avevamo a disposizione 1.400 ore di registrazione audio e video, abbiamo pensato a come ridurli a cinquanta minuti o al massimo un’ora. A quel punto abbiamo provato a costruire un racconto che è come un film.
Infatti c’è un protagonista.
È il presidente del maxiprocesso Alfonso Giordano. Io lo definisco un piccolo grande uomo: era fisicamente “piccolo”, ma il suo impegno è stato eroico e decisivo. Giordano non si era mai occupato di mafia, veniva dal diritto civile, si è ritrovato a presiedere un processo con 475 imputati perché nessuno voleva farlo. Proprio così: nessun giudice si rese disponibile, solo Giordano decise di accettare. Quindi il documentario è una riduzione del maxiprocesso che parte da un linguaggio cinematografico, ponendo Giordano come protagonista, questa è l’idea alla base.
Il tuo è un documentario di montaggio puro, senza altri inserti né riprese contemporanee. Come mai?
Non volevo fare interviste, come fanno molti, l’intenzione era lasciar parlare direttamente i protagonisti di quell’epoca.
Il film si apre con un momento particolare che colpisce molto: all’inizio del dibattimento i mafiosi protestano per i dettagli più vari, qualcuno dice che si sente sempre osservato e qualcun altro che è accecato dai riflettori… Perché hai incluso queste immagini?
Una delle strategie degli avvocati, ma soprattutto della mafia, era la seguente: sapendo che c’era una mole enorme di imputati si puntava a paralizzare il processo, a non farlo andare avanti passando giornate intere a discutere sui cavilli. Come potete vedere, si inventavano le proteste più allucinanti: perché non gli davano l’acqua minerale, perché le luci erano troppo forti… Era una strategia studiata e precisa per far arenare il processo. Anche in questo caso Giordano fu determinante, perché con polso fermo stroncava ogni tentativo.
A un certo punto interviene nel processo la figura del pentito Tommaso Buscetta.
Buscetta era una figura carismatica: un personaggio di livello superiore rispetto alla media, anche dei capi mafia, come evidente dalla lingua usata e dalla proprietà di linguaggio, insieme ai vestiti fatti dal sarto. Ma attenzione. Tra i pentiti la figura centrale del maxiprocesso fu Totuccio Contorno, che è l’esatto opposto di Buscetta: non sa parlare neanche l’italiano, a volte veniva perfino chiamato un interprete. Fu fondamentale perché Buscetta parlava per sentito dire, aveva lasciato la Sicilia parecchi anni prima, mentre Contorno stava lì dentro, era inserito nelle dinamiche mafiose fino a pochi mesi prima del processo. Contorno si pente prima di Buscetta: era un cosiddetto “confidente” di un grande investigatore palermitano, Ninni Cassarà. Ninni era il poliziotto a capo dell’investigativa che aveva costituito un piccolo gruppo di cinque poliziotti, tutti giovanissimi, e tutti verranno uccisi dalla mafia. Sono loro che fanno le indagini e scrivono un rapporto essenziale, aprendo per la prima volta una finestra su cos’è davvero la mafia in quegli anni. Consideriamo che ancora non si sapeva nulla dei nuovi leader della mafia siciliana, i Corleonesi, dunque la squadra di Cassarà con le rivelazioni di Contorno fu fondamentale. Da lì Falcone e Borsellino si basarono per istruire il maxiprocesso.
C’è poi un altro aspetto che mi è arrivato con forza. Dopo le scuse dei mafiosi, dopo le loro perdite di tempo, nel documentario arriva l’orrore: vengono descritti omicidi atroci, come quello di un bambino di dodici anni…
Proprio così. Durante il processo vigeva la cosiddetta “pax mafiosa”, non c’erano omicidi. Però prima del processo, fino al 1985, a Palermo ci sono stati più di mille morti; alcuni si uccidevano tra di loro, ma soprattutto colpivano i rappresentanti dello Stato. I mafiosi mostrarono una ferocia inconcepibile; uno degli elementi più simbolici della violenza è la cosiddetta “stanza della morte” in cui i corleonesi portavano i loro nemici, li facevano a pezzi e li scioglievano nell’acido. Ci sono immagini allucinanti di teste mozzate, in ogni via di Palermo veniva trovato un cadavere, spesso davanti alle caserme per dire “qui comandiamo noi”. Insomma, a Palermo ci sono stati gli stessi morti di una guerra: il pensiero che nella civiltà occidentale in una città ci fossero tutti questi delitti ancora oggi è sconcertante.
In conclusione, qual è il percorso de “Il Maxiprocesso”? Dove va il tuo film?
Noi abbiamo una nostra pagina, ma il film è pensato soprattutto per andare nei musei, nelle scuole, nel Tribunale di Palermo, nel museo Falcone-Borsellino e così via. Il percorso è già iniziato e continuerà, con particolare attenzione alle proiezioni a scuola, tra ragazzi e ragazze, per ricordare ciò che è stato. E per dire una cosa essenziale: il maxiprocesso fu la prima vera vittoria dello Stato contro la mafia, ciò dimostra che quando vuole lo Stato può davvero sconfiggere la mafia.
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