La cosiddetta patrimoniale, nel nostro Paese, è un’opzione fiscale che scotta, e chi la utilizza nel vocabolario della comunicazione politica rischia di rimanerne bruciato, mettendosi contro un’ampia porzione di Paese. Eppure i ricchi, anzi i super-ricchi, coloro i quali dichiarano un patrimonio superiore ai 5-6 milioni di euro, sono appena cinquantamila. Ed è verso di loro che si dirige la proposta contenuta nel nuovo libro di Riccardo Staglianò, dal titolo Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri (“Le Vele” Einaudi, pp. 176, euro 13). Una proposta diretta e documentata, di cui abbiamo parlato con l’autore.

Il volume prende spunto da numeri precisi, ribadendo l’idea di tassare di più i 50.000 degli ultraricchi italiani, passando dall’attuale 1% al 3%.
Sì, il senso del libro ruota attorno allo sconcerto di fronte a una cosa che dovrebbe invece essere evidente: una tassa sui milionari, come indicato nel titolo. Perché se si dice “tassare i ricchi”, si dà una percezione di ricchezza varia, dove vengono toccati anche i benestanti. “Tassare i ricchi” è una frase che spaventa, che gode di cattiva reputazione. Sembra come fossimo tutti coinvolti, mettendo i benestanti a rischio. Il libro vuole chiarire che non è così, che si può decidere una forma di tassa patrimoniale, cambiandole nome, per non abusare di una formula ormai divenuta radioattiva.

Su quali studi si fonda questa tesi?
I dati si basano in particolare su una ricerca condotta da Oxfam Italia, riguardante l’ipotesi di una tassa unica per chi possiede dai 5,4 milioni di euro in su, e che nelle casse dello Stato porterebbe circa 13 miliardi di euro l’anno: in pratica una finanziaria intera, visto che l’ultima di questo governo è stata di18 miliardi. Nella ricerca poi mi sono avvalso degli studi di altri esperti, come gli economisti di “Sbilanciamoci”, che ogni anno redigono una loro “controfinaziaria”, più etica, dove vengono esposte numerose teorie di come o cosa farci di questi eventuali 13 miliardi.

Quali?
Prima di tutto ripensare la sanità, una sanità di vicinanza, anche attraverso l’assunzione di medici e infermieri che mancano all’appello. Dobbiamo tenere a mente che siamo un Paese che invecchia molto, più degli altri, ed è facile immaginare negli anni prossimi maggiori spese, soldi che da qualche parte devono arrivare. Da qui il piccolo contributo da parte degli ultraricchi, milionari e miliardari.

Piccolo contributo?
Sì, piccolo. perché se ai multimilionari, ai miliardari, tassiamo un 2% in più, se i commercialisti non li avvertono loro neanche se ne accorgono, e in realtà dovrebbero rinunciare a niente rispetto al loro consueto tenore di vita. Mi viene in mente il presidente spagnolo Sanchez, quando afferma che ci sono persone che hanno soldi per vivere cento vite... E si è anche è tenuto stretto: uno come Jeff Bezos di vite potrebbe viverne mille. Se pensiamo agli 800.000 miliardi di Elon Musk, se gliene togliamo 7 all’anno credo non gli cambi nulla.

E allora perché non si fa?
Credo si riscontri una certa afasia, da parte di una sinistra che ha interiorizzato alcuni atteggiamenti della destra nata dal binomio Reagan-Tatcher, un’ideologia che ritiene che di Stato meno ce n’è, meglio si sta. Ricordiamo tutti la famosa frase di Margaret Tatcher, quando affermava “non esiste la società, esistono gli individui”. Ma per dividere la civiltà dalla barbarie in tema di sanità, istruzione, diritto alla casa, servono soldi investiti proprio dallo Stato. Da qui la mia proposta di prendere 13 miliardi l’anno dagli ultraricchi, sacrificando pochissimo del loro patrimonio.

La patrimoniale però in Italia è un tema che spesso chi lo tocca finisce politicamente in difficoltà…
Per l’appunto. Il libro è un tentativo di demistificare i pregiudizi intorno a questa tassa, e a volte mi chiedo: cosa stiamo aspettando? Stiamo parlando di 50.000 persone su 59 milioni. Una battaglia che dovrebbe essere non ideologica, ma di buon senso. In fondo, anche la destra dovrebbe averla a cuore, nel nome della libertà, una libertà dalle tasse, o almeno un alleggerimento per tutti gli altri. Invece l’ideologia ha la meglio sulla sostanza.

E la sinistra?
Nel caso della sinistra ancor peggio, perché ha interiorizzato l’ideologia liberista. Clinton e Blair di fatto ne sono stati gli alfieri: arrivati dopo Reagan e Tatcher, nel concreto non hanno cambiato nulla dalle politiche che li hanno preceduti, guidati dalla convinzione che le elezioni si vincono al centro. Ma non è così: vince chi ha un’idea di un futuro possibile, di un futuro migliore.

Che tipo di ripercussioni hanno determinato queste scelte?
Interiorizzando tutto questo la sinistra ha così rinunciato alla propria missione originaria, di paladina delle classi lavoratrici, pensando che una maniera per non spaventare l’elettorato di centro fosse reclamizzare il fatto che anche la sinistra si pone contro le tasse. Da noi è stato emblematico l’avvento di Matteo Renzi, una terza via all’italiana fuori tempo massimo, depositario del mantra che con lui le tasse invece di alzarsi si sono abbassate: una frase sciocca, se mi è concesso. Perché il tema non è abbassare le tasse tout court, ma abbassarle al ceto medio alzandole ai più ricchi. La sinistra deve tornare a intraprendere questa strada, rifiutando i paradossi ai quali siamo giunti.

Quali sono?
Siamo arrivati al punto di accettare le tasse regressive per gli ultraricchi. Uno studio portato avanti da Milano Bicocca e dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ci dice che per il 7% dei più ricchi la tassazione è diventata regressiva, giungendo all’assurdità di vedere un miliardario pagare meno tasse di un insegnante, o di un infermiere, perché il grosso della sua ricchezza arriva non dallo stipendio ma dalle rendite, soprattutto quelle finanziarie, o da rendite immobiliari, tassate l’una al 26% sulla plus valenza, mentre se hai tante case punti alla cedolare secca del 21%, cioè circa la metà di quanto paga percentualmente un dipendente.

Davvero siamo arrivati a questo punto?
Siamo in presenza di una aberrazione totale, che ci dice quanto il generale sistema di tassazione avrebbe bisogno di un ripensamento, perché la patrimoniale non risolve tutto. Ci vorrebbe una misura di “pedagogia politica”, perché le diseguaglianze sono molto aumentate, la distanza tra ricchi e poveri a dismisura, in una maniera tale da non essere più accettabile.

In alcuni passaggi del libro viene evocato il sindacato. Quale potrebbe essere il suo ruolo?
Va detto che mentre il libro era in bozze è emersa la proposta di Maurizio Landini per una patrimoniale “di solidarietà” per chi dichiari oltre i due milioni di euro annui, e sono felice che anche la Cgil abbia verbalizzato l’urgenza di far pagare di più gli ultraricchi, una proposta che coinvolgerebbe non 50.000 ma 500.000 contribuenti, raddoppiando il gettito per una somma totale di circa 25 miliardi di euro l’anno. Ma rimanendo già difficile tassare ulteriormente quei 50.000 che navigano oltre i 4 milioni di euro, se ci mettiamo a ragionare su quelli che ne dichiarano due il rischio è che chi si sente solo sfiorato da tale provvedimento abbia ancora più timore. L’intenzione secondo me è molto buona, la fattibilità più complessa. Tra gli altri, lo spiega molto bene l’economista francese Gabriel Zucman.

Torniamo alla sinistra...
Penso che per tanti anni la sinistra abbia smesso di fare il suo mestiere, non avendo più come riferimento principale le classi lavoratrici, con la conseguenza di una sistema di diseguaglianze arrivato alle stelle, con i ricchi divenuti sempre più ricchi. Da qui la delusione delle classi subalterne, che in larga misura hanno smesso di votare a sinistra, certificando una sorta di “scollamento sentimentale”, dove questo elettorato deluso ha sfogato la sua rabbia e frustrazione in tanti modi. Basti ricordare, per fare un esempio, il grillismo delle origini. Qualcosa di simile si è verificato anche negli Stati Uniti.

Come?
Nel caso americano purtroppo il grande “vaffa” è stato Trump, figura per noi pazzesca e abominevole: come è stato possibile che gli statunitensi poveri abbiano creduto a un multimiliardario che durante il suo primo mandato aveva tagliato le tasse agli ultraricchi, come non accadeva dai tempi di Reagan? Nel libro ho intervistato degli psicologi americani che mi hanno detto “sì, è vero, hanno votato contro il loro interesse. Ma era tanta la rabbia contro chi c’era prima, che hanno preferito una colossale presa di distanza”. Il che, a ben vedere, è la fine del sogno americano stesso.

Quindi i poveri votano i ricchi?
Accade, e ci sono altri motivi per cui accade. Per esempio il fatto che i poveri debbano spendere energie psichiche per arrivare alla fine del mese. Un precario ha il pensiero fisso di come fare per sopravvivere, e queste persone sono quelle meno in condizione di mettere in discussione il sistema, perché per loro è un lusso pensare di cambiarlo, hanno ben altro a cui pensare. Su questo c’è un bel saggio di psicologia politica di John Jost, “Per una teoria della giustificazione del sistema”, dove si racconta di persone povere, che invece di dire “il sistema è sbagliato” dicono “siamo noi quelli sbagliati”, si autocolpevolizzano per non avercela fatta. E alla fine votano il miliardario, perché che lui è stato bravo, loro no.

Dunque bisogna non soltanto cambiare il sistema, ma anche la mentalità…
Credo di sì. Mi viene in mente una recente vignetta di Makkox, quando dice “La patrimoniale è una buona idea, ma se un giorno divento milionario anch’io?”. Ecco, c’è anche un recondito pensiero di questo tipo con cui fare i conti. Peccato che le statistiche siano impietose a tal riguardo: si tratta di una pia illusione, perché da noi la mobilità sociale è bloccata, da sempre. E sempre lo sarà.