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Mentre dalla Sicilia giunge l’ennesima pessima notizia di un ragazzo di sedici anni che colpisce a martellate un suo compagno di classe, per fortuna non in gravi condizioni, da Viale Trastevere arriva l’ultima lettera del ministro Giuseppe Valditara, ormai talmente prolifico nell’emanare circolari da perderne il conto, e sempre più affezionato nel cucirsi addosso la figura di padre-padrone della scuola pubblica, ben fornito di bastone e carota.
Dopo il metal detector per individuare coltelli e oggetti contundenti, dopo aver sostenuto il piano-Santanché sul calendario scolastico con l’obiettivo di favorire il settore turistico, dopo le ripetute raccomandazioni a non dimenticare di ricordare le foibe, arriva ora la richiesta esplicita rivolta ai dirigenti scolastici di “inserire nel Regolamento d’istituto e nel Patto educativo di corresponsabilità specifiche regole di comportamento finalizzate alla tutela del decoro degli ambienti scolastici, degli arredi e dei sussidi didattici, condividendole con studenti e famiglie”.
Tradotto in termini pratici, vuol dire che si costringono studenti e studentesse di curare e pulire la loro classe, in particolare alla fine dell’ultima ora, perché “dovranno lasciarla così come l’hanno trovata”. Un metodo che subito a molti ha ricordato quello giapponese, paese nel quale la pulizia della scuola da parte dei discenti rientra all’interno di un oliato meccanismo di formazione, basato su una ferrea disciplina. Ma noi, nel bene e nel male, non siamo giapponesi.
Questo naturalmente non vuol dire che il provvedimento in sé non contenga indicazioni su cui riflettere, soprattutto per quanto concerne quel Patto educativo convocato nell’occasione dal ministro stesso, che in questo modo vuole coinvolgere direttamente le famiglie: una corretta chiamata in causa, perché se gli alunni non sanno trattare nella maniera dovuta il luogo in cui passano circa la metà della loro giornata attiva, allora vuol dire che prima di tutto qualcosa non funziona quando si esce da scuola, e si torna a casa.
Ben venga dunque la circolare, come altre orientate in virtù di una visione della scuola tutta “ordine e disciplina”, nella quale il rapporto tra adulti e ragazzi appare sempre più orientato verso una nuova quanto vecchia imposizione di una marcata distanza tra i ruoli, tra chi è dietro e chi davanti una cattedra. Tra superiori e sudditi.
La volontà di una “pratica dell’educazione civica”, da affiancare a una teoria sulla quale Valditara sembra non far troppo affidamento, viene così proposta quasi fosse una minaccia, raccomandando “l’introduzione di una regola volta alla sistemazione dell’aula, degli arredi e del materiale didattico personale e condiviso al termine delle lezioni così come al riordino dei laboratori, degli attrezzi delle palestre e di ogni altro ambiente scolastico usato da più classi in avvicendamento”.
In attesa dunque che il provvedimento diventi operativo qualche domanda bisogna comunque porsela, la più immediata delle quali riguarda, come conseguenza, una diversa collocazione delle competenze dei collaboratori scolastici, un tempo bidelli, che sollevati da incarichi solitamente a loro destinati (e spesso oggetto di lamentela degli stessi), potranno ora essere occupati in altre funzioni, di certo più proficue, come ad esempio la manutenzione della scuola stessa.
Sì, perché se è vero che la maggioranza delle aule italiane è piena di scritte sui muri e sui banchi, di chewing-gum attaccati sotto le sedie, di briciole e cartacce che pullulano dopo la ricreazione, è altrettanto vero che il decoro di un’aula dipende anche dalla sua struttura, dal modo in cui viene tenuta anche durante l’estate, e da quanto viene investito per tutto questo, dato che i soldi ci sono, visto che per questa nuova iniziativa il dicastero si dichiara pronto a distribuire oltre trenta milioni di euro da elargire verosimilmente ai più virtuosi, a chi saprà far meglio utilizzare scopa e paletta ai propri studenti.
Intanto, per inciso, gli insegnanti dell’ultima classe della secondaria di primo grado, sono ancora in attesa delle indicazioni nazionali per poter comprendere se e come verrà per l’ennesima volta modificato l’esame di terza media, senza saper cosa rispondere alle famiglie e ai loro figli, ansiosi di iniziare una preparazione a dovere.
In classe non ci sono soltanto scolari maleducati, noncuranti dell’ambiente in cui vivono: al loro fianco c’è chi vorrebbe una scuola che funzionasse più e meglio, in molti altri settori. Come in Giappone.






















