La seconda puntata dei “120 anni di storia della Cgil” indaga sul periodo storico che va dal 1915 al 1919.

1915 – Prima guerra mondiale e mobilitazione industriale

È l’aprile 1915, a Torino un operaio si dirige a piedi verso lo stabilimento Fiat di via Dante. Il clima è mite, ma soffiano venti di guerra. Da quasi un anno le potenze europee si sfidano sui campi di battaglia e già da tempo non si producono più auto, ma motori per l’industria bellica. La Cgdl insiste nel chiedere di mantenere l’Italia neutrale, mentre l’aria che si respira è quella di un Paese pronto all’intervento bellico. E infatti il 24 maggio 1915 il Governo italiano dichiara guerra all’Impero austro-ungarico, nonostante la voce dei lavoratori che chiedono la neutralità, diventa un Paese belligerante e le industrie devono adeguarsi di conseguenza, trasformando profondamente il sistema produttivo. Con l’istituzione del Sottosegretariato per le Armi e Munizioni lo Stato assunse il coordinamento della produzione bellica. Le principali imprese private furono dichiarate “stabilimenti ausiliari” e sottoposte a controllo militare. Le fabbriche aumentarono rapidamente la produzione di armi, munizioni e materiali strategici. Gli operai vennero vincolati a una disciplina speciale, con forti limitazioni al diritto di sciopero. La mobilitazione rafforzò il legame tra Stato e grande industria, segnando una svolta nei rapporti economici e sociali dell’Italia liberale. La Cgdl, così come il partito socialista, assunse una posizione di compromesso, riassunta nella formula "né aderire né sabotare", tentando di tutelare i lavoratori senza ostacolare direttamente lo sforzo bellico, anche per evitare la militarizzazione sindacale. Nel corso degli anni di guerra dovette gestire la difficile situazione dei lavoratori inquadrati nelle fabbriche ausiliarie, spesso operando in clandestinità o attraverso le Commissioni Interne. La Cgdl visse la guerra come un momento di grande difficoltà, divisa tra l'ideologia pacifista e la necessità pratica di proteggere la classe operaia in un contesto di repressione, preparando il terreno per la forte crescita organizzativa del dopoguerra.


1916 – Il socialismo si divide: il convegno di Kienthal

Aprile 2016, a Kienthal nel cuore della Svizzera si incontrano i leader socialisti di mezza Europa. Siamo nel mezzo della prima guerra mondiale, e la Svizzera è un porto franco vista la sua neutralità. Già a settembre del 1915 i leader socialisti si erano incontrati a Zimmerwald sempre nei dintorni di Berna. Il movimento socialista europeo era profondamente diviso. Durante i lavori si verificarono scontri verbali estenuanti e feroci accuse reciproche tra la maggioranza e i bolscevichi. Il documento uscito al termine dei lavori, che raccolse comunque anche la firma di Lenin per la condanna che esprimeva verso il "social patriottismo", risultò particolarmente duro nel condannare la guerra e invitò la classe operaia a battersi per conseguire una pace senza indennità, fondata sul diritto dei popoli all’autodecisione. La mozione di Lenin, che intendeva “trasformare la guerra imperialista in guerra di classe” non fu tuttavia approvata. Il copione non cambiò a Kienthal. Le posizioni massimaliste si avvicinarono alle idee bolsceviche, ma il PSI e la Cgdl dopo confronti e discussioni estenuanti, rilanciarono il loro motto “né aderire, né sabotare”. Le due conferenze non cambiarono le sorti della guerra, ma segnarono un punto a favore di Lenin e un ulteriore avvicinamento tra massimalisti italiani e bolscevichi nella direzione della creazione della Terza Internazionale. In seno al Partito socialista italiano e alla Cgdl lo scontro proseguì per anni, con i massimalisti sempre più attratti dalla retorica idealista dei bolscevichi. Scontro che portò alla scissione di Livorno del 1921 che sancì la nascita del partito comunista d’Italia. Una scissione che però non intaccò la Cgdl, che continuò la sua battaglia unitaria a difesa dei lavoratori.


1917 – Le donne guidano gli scioperi a Torino

Dopo due anni di guerra, vivere a Torino è sempre più difficile: per una famiglia operaia il costo del cibo raddoppia in pochi anni, passando da poco più di venti lire nel 1914 a quasi quaranta nel 1917.. Le rivendicazioni economiche si intrecciano con la richiesta, sempre più esplicita, di porre fine alla guerra. A guidare le mobilitazioni sono soprattutto le donne. La rottura arriva il 21 agosto, quando finiscono le scorte di farina della città e il giorno dopo i fornai restano senza pane. Nei quartieri operai la protesta esplode spontaneamente, fuori dal controllo delle organizzazioni politiche e sindacali. Le strade si riempiono, si innalzano barricate e i cortei, spesso guidati da donne, attraversano le periferie. Il 23 agosto lo sciopero generale coinvolge gran parte delle fabbriche cittadine. Anche Torino diventa un campo di battaglia.

La risposta delle autorità è immediata e dura. Il potere passa ai militari, mentre l’esercito circonda i quartieri più caldi, come Barriera di Milano e Borgo San Paolo. Il 24 agosto è la giornata più violenta: gli scontri si intensificano, i tentativi di rompere l’assedio vengono repressi con la forza. Le barricate vengono abbattute, la rivolta soffocata nel sangue. Nei giorni successivi la protesta si spegne lentamente, fino al ritorno apparente dell’ordine.

Per la Cgdl quelle giornate rappresentano un passaggio delicato. La mobilitazione nasce senza una direzione organizzata, ma rivela la profondità della crisi sociale e il legame tra condizioni materiali e tensione politica. La repressione che segue - arresti, processi, invii al fronte - segna duramente il movimento operaio torinese.


1918 – Il Programma della CgdL

1918, mentre il Piave assisteva inerme al massacro di centinaia di migliaia di uomini e la Prima guerra mondiale volgeva al termine, la Confederazione Generale del Lavoro elabora un importante programma di riforme che rappresenta il tentativo più organico del movimento sindacale italiano di incidere sulla ricostruzione politica, economica e sociale del Paese. Il documento nasceva in un clima segnato da forti tensioni sociali, dall’influenza della Rivoluzione russa e dall’aspettativa diffusa di profondi cambiamenti dopo i sacrifici del conflitto. Sosteneva la necessità di una profonda riforma dello Stato e vedeva nell’Assemblea Costituente lo strumento per realizzarla in modo democratico e pacifico. L’obiettivo era superare l’assetto liberale e monarchico, per costruire un ordinamento più rappresentativo, capace di garantire diritti politici e sociali ai lavoratori. Inoltre, tra i punti centrali della proposta sindacale figuravano: l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore, il riconoscimento dei diritti sindacali, l’estensione delle assicurazioni sociali contro malattia, infortuni, disoccupazione e vecchiaia, una riforma fiscale progressiva, il controllo pubblico dei settori strategici dell’economia e una più equa distribuzione della ricchezza. Grande attenzione era riservata anche alla democratizzazione dello Stato, con richieste di suffragio più ampio, autonomia degli enti locali e maggiore partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Elemento chiave del progetto era la cosiddetta “commissionissima”, un grande organismo misto composto da rappresentanti dei lavoratori, degli imprenditori e dello Stato. La Cgdl immaginava questa commissione come sede permanente di confronto per governare la transizione dal tempo di guerra alla pace, affrontando problemi cruciali come la riconversione industriale, il reinserimento dei reduci, la disoccupazione e il carovita. Tuttavia, il progetto incontrò forti resistenze. Gli ambienti industriali e governativi guardarono con sospetto a un organismo che sembrava mettere in discussione la tradizionale separazione tra potere politico e interessi economici. Anche all’interno della sinistra emersero divisioni: mentre la Cgdl e la componente riformista del Partito Socialista puntavano a un cambiamento graduale attraverso le istituzioni, le correnti massimaliste giudicavano il programma insufficiente e vedevano nella collaborazione con lo Stato un pericoloso compromesso. Su questa distanza critica si giocò il ruolo del Segretario generale della CgdL Rinaldo Rigola, presto sostituito da Ludovico D’Aragona a guida della Confederazione. Di fatto, né il programma del 1918 né la commissionissima trovarono piena applicazione. L’Italia del primo dopoguerra fu travolta da scioperi, occupazioni di fabbriche e violenze politiche, culminate nel Biennio Rosso. L’incapacità di realizzare quelle riforme contribuì ad accentuare la radicalizzazione sociale e a indebolire il fronte democratico.


1919 – Rinnovo contratto dei metalmeccanici

Nelle officine il rumore dei martelli si spegne, le sirene segnano la fine di una giornata che non durerà più dieci ore. Fuori dai cancelli, il fiume dei metalmeccanici si raccoglie in una conquista nuova: il tempo, il salario, la dignità riconosciuta per la prima volta in un contratto nazionale. È il 1919, la firma della Fiom rappresenta una tappa fondamentale nella storia del movimento operaio italiano e delle relazioni industriali del primo Novecento. Nacque nel contesto del primo dopoguerra, segnato da inflazione, disoccupazione e forti tensioni sociali, che sfociarono nel Biennio Rosso del 1919-1920, caratterizzato da scioperi di massa, mobilitazioni operaie e occupazioni delle fabbriche.

In questo quadro, la Fiom seppe sfruttare la forza del movimento sindacale per ottenere conquiste senza precedenti. Il contratto sancì innanzitutto la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere, 48 settimanali, un risultato di enorme valore simbolico e pratico, che allineava l’Italia alle principali rivendicazioni del movimento operaio internazionale. Sul piano salariale introdusse aumenti retributivi e meccanismi di adeguamento al costo della vita, nel tentativo di contrastare gli effetti dell’inflazione sul potere d’acquisto. Furono inoltre riconosciute le Commissioni interne, organismi eletti dagli operai con funzioni di rappresentanza e controllo sulle condizioni di lavoro, segnando un primo passo verso forme embrionali di democrazia industriale.

Il contratto si collocava tuttavia in una fase di profonda trasformazione dell’organizzazione produttiva. In quegli anni, soprattutto nelle grandi imprese metalmeccaniche, si diffondevano i principi del taylorismo, basati sulla scomposizione delle mansioni, sulla standardizzazione dei tempi e su un controllo più stretto delle prestazioni. La Cgdl non era contraria alla modernizzazione in sé, ma contestava il taylorismo nei suoi aspetti più oppressivi: pur definendolo come “organizzazione scientifica dello sfruttamento”. Prevalse un approccio pragmatico: ottenere risultati immediati su orari, salari e riconoscimento sindacale, cercando di mitigarne gli effetti attraverso limiti al cottimo, tutela delle qualifiche e il ruolo delle Commissioni interne.

Il contratto regolava inoltre mansioni, licenziamenti e rapporti di lavoro, limitando l’arbitrio padronale e riconoscendo per la prima volta a livello nazionale il sindacato come interlocutore legittimo. Fu il prodotto di un equilibrio di forze favorevole al movimento operaio, ma anche una conquista fragile: negli anni successivi l’offensiva padronale e il fascismo smantellarono gran parte di quei diritti. Nonostante ciò, il contratto Fiom del 1919 resta un riferimento centrale nella memoria sindacale italiana e uno dei primi esempi di moderna contrattazione nazionale di categoria.


1919 – I braccianti si organizzano per un futuro migliore

Nel 1919 le campagne italiane diventano uno dei principali campi di battaglia del conflitto sociale. È l’apice del Biennio Rosso. E al centro di quelle lotte ci sono i braccianti agricoli, i lavoratori più poveri, ma anche i più organizzati. Alla fine della guerra l’Italia era stremata. I prezzi crescono, il lavoro manca, i salari non bastano più a vivere. Nelle campagne, per milioni di braccianti, la pace non porta sollievo: il lavoro è incerto, il potere dei grandi proprietari resta intatto, il caporalato continua a decidere chi lavora e chi no. È qui che entrò in gioco la Cgdl, e soprattutto la sua organizzazione agricola: la Federterra, una delle organizzazioni sindacali più potenti d’Europa, che già prima della guerra aveva costruito una rete capillare di leghe bracciantili, cooperative, Camere del lavoro. Nel 1919-1920 quella rete si riattiva e cresce rapidamente: centinaia di migliaia di lavoratori tornarono a organizzarsi. Nel 1920 le rivendicazioni erano chiare e radicali: salari più alti, giornate di lavoro garantite, contratti collettivi, ma soprattutto il controllo sindacale del collocamento. Non più il padrone, non più il caporale: deve essere la lega a decidere l’assunzione. In breve tempo gli scioperi agricoli si estendono in tutta la pianura padana, in Toscana, nel Lazio, nel Mezzogiorno. In molte zone la Federterra riesce a imporre i contratti: le leghe organizzano il lavoro, regolano i turni, difendono chi sciopera. Per la prima volta i braccianti sperimentano un potere collettivo reale. Ma proprio queste conquiste fanno scattare la reazione dei grandi proprietari che parlano apertamente di “sovversione” e tra loro cresce la convinzione che solo la forza possa spezzare quel potere sindacale. Dal 1921 in poi, le leghe della Federterra diventarono uno dei primi bersagli dello squadrismo fascista. Case del lavoro incendiate, dirigenti perseguitati, cooperative distrutte. La violenza colpisce prima di tutto il cuore dell’organizzazione sindacale agricola. In pochi anni, le conquiste del 1920 vengono cancellate. Ma quella esperienza non scompare, le lotte del 1920 restano una delle prove più alte della capacità del sindacato di organizzare anche i lavoratori più deboli. Un patrimonio di memoria e di pratica che tornerà centrale dopo il 1945, nella ricostruzione democratica e sindacale del Paese.

LA PRIMA PUNTATA

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