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"Sono un musicista, ecco cosa faccio di lavoro”. Fabio Morbidelli suona il controfagotto da molti anni nell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, e con una battuta trasmette tutta l’amarezza di chi ha dedicato la sua vita a un mestiere che in questo Paese, ancora troppo spesso, non trova il giusto riconoscimento.
Musicisti, coristi e maestranze delle fondazioni lirico-sinfoniche sono scesi in piazza questa mattina a Roma, “per protestare contro l’inaccettabile stallo voluto dal ministero della Cultura, che impedisce il rinnovo del contratto nazionale di lavoro non stanziando le risorse necessarie”.
Un contratto già scaduto in partenza, sia perché si tratta del biennio 2022-2024, sia perché questo rinnovo manca da venti lunghi anni. L’Inno d’Italia, il Và pensiero e altre composizioni memorabili della nostra storia operistica hanno risuonato nella piazza, intonate da orchestrali e coro, in una poetica esibizione a cielo aperto, un piccolo gioiello della mattinata.
A piazza Santi Apostoli, per la manifestazione promossa da Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil e Fials Cisal, sono arrivati da tutta Italia, dopo una settimana di presidi davanti alle prefetture delle città sedi di fondazioni lirico-sinfoniche; il Teatro Massimo di Palermo, il Carlo Felice di Genova, Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana, il Verdi di Trieste, la Fenice a Venezia, la Fondazione Teatro San Carlo di Napoli e altre istituzioni culturali.
"Siamo qui e non ci fermeremo – ha detto Sabina Di Marco segretaria responsabile del comparto produzione culturale della Slc Cgil – questi professionisti meritano rispetto”. E lo meritano in primis dal ministero della Cultura, che sulla riapertura della trattativa con Anfols (la parte datoriale) fa melina, nonostante più volte sollecitato ad aprire un confronto sui problemi che bloccano il settore.
Le principali criticità della vertenza riguardano: l’assenza di certezze sugli stanziamenti economici per il rinnovo contrattuale; la mancata apertura di un reale confronto sulla riforma del Codice dello Spettacolo; la richiesta di escludere il settore dai vincoli della Legge 207/2024 sul turnover, che limita le assunzioni al 75% della spesa del personale cessato e rischia di aggravare la già cronica carenza di organico nelle fondazioni. Questo ultimo aspetto vuol dire, nei fatti, che tutti i lavoratori che hanno superato il limite contrattuale dei 36 mesi, dovranno andare a casa. Un’anomalia propria di un settore – la lirica – che dalla riforma degli anni novanta in poi è finito in un limbo, a metà tra pubblico e privato.
Nonostante gli organici funzionali delle quattordici fondazioni siano stati recentemente certificati dal ministero della Cultura, le istituzioni continuano a ignorare le istanze di migliaia di artisti, tecnici e amministrativi che garantiscono la diffusione della cultura lirica, sinfonica e del balletto. Dopo la mobilitazione di oggi, “ci riserviamo di intensificare le iniziative di mobilitazione fino allo sciopero del settore – ha concluso Di Marco – qualora dovesse proseguire l’attuale situazione di totale, incomprensibile paralisi. Dal governo solo nomine e propaganda, mentre il lavoro continua a essere del tutto trascurato”.



























