Il 25 maggio del 2006, a Fermo, viene presentato il libro Le risorse umane di Angelo Ferracuti. “Le storie che ho raccontato - afferma l’autore - sono solo una campionatura di un grande libro in fieri, di lavori e mestieri, antichi o nostri contemporanei, nel qual riportare al centro la persona, le sue rabbie, le aspettative deluse, i desideri e i sogni. In questo libro si parla dei morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, dell'ultimo e autobiografico giro per le campagne di un portalettere marchigiano, di un manager milanese malato di cancro, un attore precario bolognese, o dell'eroicomica avventura di un violinista colpito da mobbing in orchestra. Queste sono le risorse umane che mi interessano. Gli uomini, le persone, che messe insieme forse possono costituire anche una speranza se un minimo riuscissero ad avere coscienza di se stesse”.

Fra i partecipanti alla tavola rotonda Giuseppe Buondonno, Tarcisio Tarquini, Alessandro Pertoldi, Angelo Ferracuti e Bruno Trentin, che pronuncerà il suo ultimo discorso pubblico prima dell’incidente in bicicletta dell’agosto successivo.

Riportiamo integralmente l’intervento sottoposto soltanto a revisione redazionale, senza aggiustamenti o correzioni che possano in qualche modo modificare il pensiero o l’intenzione dell’autore.

Pur con le imperfezioni normali della sbobinatura di un intervento “a braccio”, appare chiara ed efficace l’idea del relatore sulle trasformazioni del lavoro e le contraddizioni del precariato. Un tema di strettissima attualità che Trentin elabora con l’intelligenza, l’acutezza e la sensibilità alle quali ci ha negli anni abituato.

(Ilaria Romeo)


Io non ho il titolo per poter discutere a fondo le qualità letterarie di questa opera. Sono soltanto uno che ha vissuto quasi quarant’anni vicino al lavoro e che come tale è stato molto colpito non solo dalla qualità del libro nella sua bellezza, dalla ricchezza degli orizzonti che ci prospetta, ma perché questo libro è terribilmente attuale e in qualche modo mette a nudo anche i nostri ritardi, le nostre pigrizie, la tendenza a classificare una realtà che cambia con vecchie categorie, con vecchi cliché.

Quello che non è cambiato

Il libro contiene dei personaggi indimenticabili che attraversano situazioni diversissime fra loro che s’intrecciano con il vecchio industrialismo, quello della prima rivoluzione industriale se si pensa ai minatori, all’incubo della silicosi e dell’esplosione di grisù. Niente è cambiato da 100 anni, se si pensa agli appalti a Monfalcone, alla morte per amianto garantita dalla scelta di lavorare in quelle condizioni in cantiere: sono elementi che fanno parte ancora dei prezzi pagati alla prima rivoluzione industriale già dalla fine dell’ottocento in Gran Bretagna e in altri paesi.

Nel libro c’è l’entrata in campo non della classe o della massa ma della persona, quella che lavora sotto altri, della persona che può essere variamente sottoposta a forme di sfruttamento, cioè a forme di compensazioni salariali del proprio lavoro che possono essere in molti casi assolutamente insufficienti e inferiori alla bisogna, ma che sempre si accompagnano a un fenomeno che emerge oggi con più chiarezza anche perché aumenta il suo peso nella vita quotidiana in ognuno di noi il rapporto di oppressione, il rapporto di subordinazione in cui un altro decide per conto tuo e decide per conto tuo a partire dal lavoro, a partire da un momento di una fase della vita tra le più importanti.

Arriva la “persona”

Difatti assistiamo a dei fenomeni che saltano agli occhi con la fine stentata del fordismo. Vediamo che negli anni ’50 e ‘60, nel rapporto di lavoro, soprattutto nelle grandi aziende ma anche nelle piccole e nelle aziende artigianali, quello che contava era la fedeltà all’impresa. L’impresa si garantiva per avere la continuità del rapporto di lavoro. Premi di anzianità, scatti di anzianità, attività a favore dei lavoratori più anziani, colonie per i figli, così è stato il mito Fiat per molto tempo in questo paese. Oggi questi valori per l’impresa non esistono più. Esiste anzi il bisogno di potersi liberare appena lo si giudica opportuno della manodopera occupata e si chiede nello stesso tempo invece della fedeltà, la responsabilità del risultato, creando con ciò una situazione in molti casi schizofrenica data dall’incertezza del rapporto di lavoro.

Al lavoratore si chiede non di essere un soggetto passivo addirittura che non deve pensare nel produrre, ma un soggetto che deve essere attivo per garantire il risultato del prodotto, la sua qualità, e che nello stesso tempo è totalmente incerto sul proprio avvenire.

Emerge nel libro in tutte le situazioni vecchie e nuove affrontate il problema che un tempo era escluso, bisogna dirlo francamente, sia nell’attività negoziale del sindacato che dal Codice civile: la persona come soggetto attivo nel rapporto di lavoro. Il Codice civile parla di uno scambio fra salario e tempo, per tante ore ti dò tanti soldi con un presupposto sottaciuto, la disponibilità passiva della persona ad accettare questo scambio, perché la persona non deve interferire in questo cambio aritmetico.

Il lavoratore come soggetto attivo

Oggi il tempo non è il metro di misura della retribuzione, ci sono giorni in cui si riesce a lavorare con risultati di qualità, altri giorni in cui questo non avviene; c’è una sconnessione fra questi due fatti che sembravano inseparabili, il salario non corrisponde più in molti casi al valore aggiunto in una determinata variabile di tempo. Caso classico quello del ricercatore che impiega un’ora la settimana forse nel fare un passo avanti nella sua ricerca.

Ecco invece che entra in campo come soggetto incancellabile di una società in trasformazione come la nostra, la persona come soggetto attivo, la persona di cui non si può fare a meno oramai nel definire un rapporto sociale degno di questo nome. Badate che c’è voluto molto tempo perché alcune forze nel sindacato arrivassero a questa consapevolezza che è cosi viva nel libro di Ferracuti. La persona come soggetto incancellabile di una società e della sua trasformazione è stata per lungo tempo negata anche a sinistra.

Io mi ricordo come di fronte alle trasformazioni dei rapporti di lavoro, del mercato del lavoro, alla estrema diversificazione, individualizzazione del rapporto di lavoro, un libro come quello di un economista dilettante a mio parere come Rifkin che scriveva della fine del lavoro, ha avuto un successo enorme anche a sinistra un certo tempo. Rifkin scriveva della fine del lavoro mentre su scala mondiale ormai l’80% della popolazione vive di un lavoro subordinato.

Oggi il lavoro subordinato coinvolge una serie di attività, di mestieri, che un tempo erano largamente esclusi, penso alle professioni, al rapporto di dipendenza, di subordinazione che penetra anche in tutti i settori dei servizi, dagli avvocati, dei servizi commerciali, dei servizi amministrativi.

Siamo di fronte a una trasformazione che vede aumentare il rapporto di lavoro subordinato fondato cioè su un riconoscimento di una gerarchia che non può essere messa in questione.

La centralità del lavoro

Quella che ci troviamo di fronte, che comprende le diversità, i fenomeni di individualizzazione, le forme sempre più diverse di manifestazione del lavoro, è una società in cui, contrariamente a quello che dicevano questi profeti, il lavoro diventa centrale. Diventa centrale anche per il resto della vita delle persone, delle donne e degli uomini. Diventa condizionante della loro capacità di intendere la società, il tempo e il mondo e si vede il ritardo compiuto quando si pensa - è un dettaglio minore ma divertente - al momento in cui si discuteva dei nuovi nomi che la sinistra o il Partito comunista dovesse assumere: alcuni si sono alzati scandalizzati all’idea che si potesse chiamare “partito del lavoro”, dato che la classe operaia non c’era più e quindi anche il socialismo perdeva qualsiasi giustificazione.

Sono cose scritte, non inventate, che segnano semplicemente un nostro ritardo culturale, una nostra incapacità di cogliere, come ha fatto questo libro, il ruolo pulsante dell’individuo che diventa persona, che cioè diventa cosciente e responsabile di sé. Noi ci troviamo, lo dicevo, sempre più in una situazione di schizofrenia nel rapporto di lavoro. Nel caso del tubista nei cantieri di Monfalcone, nel caso del minatore che deve continuare a entrare in un cunicolo con le tecniche in molti casi di 100 anni fa, fino ai lavori ricchi di professionalità che però comportano la necessità di aumentare continuamente ad ogni istante le proprie conoscenze o il rischio esclusione e di nuova precarietà.

Si è dentro se si padroneggia la conoscenza, si è fuori non appena si perde contatto con una conoscenza in una società in cui mutano continuamente fattori, tecnologie, qualifiche, sistemi di produzione.

[…]

Anche nei lavori più qualificati l’impresa diventa un sistema, un universo chiuso nel quale l’elemento della competizione (non della competitività) con altri comporta l’assunzione della conoscenza del nemico. L’altra azienda, quella che compete con me, è il nemico e ci deve essere una solidarietà di gruppo per fare i conti sempre con questo nemico. Dentro l’universo dell’impresa non solo l’altra azienda ma il collega diventa il nemico. O si riesce a realizzare il massimo dell’efficacia e quindi di sopravanzarlo o si è esclusi e si perde, si va fuori indipendentemente dai valori culturali o professionali di cui si è portatori.

La libertà deriva dalla conoscenza

La riuscita è attribuita ad altri fattori, ecco perché secondo me entrano in campo nel rapporto di lavoro - questo è il tema sul quale sto insistendo da alcuni anni senza grande successo - valori nuovi rispetto al sentito del passato, alle soggettività passate nel movimento operaio. In primo luogo quello della libertà, non la libertà come garanzia della felicità, questo nessuno lo può dare, ma come opportunità di scelta, come precondizione se c’è per una realizzazione della persona, per le espressioni di quello che abbiamo di più ricco dentro di noi con l’aiuto della padronanza, della conoscenza continua.

Come nella storia del postino che diventa ricercatore, che ha dei rapporti alterni in cui rivive il rapporto di subalternità e scopre nuove dimensioni in cui si esprime una sua libertà non solo di ricerca ma di esistenza. Come per chi ha diverse possibilità di conoscenze e di cultura anche all’interno di un universo oppressivo come è l’impresa, penso alla vita di Kafka che è un grido di libertà rispetto al lavoro di impiegato di banca che faceva ma nello tempo portava tutto il vissuto di impiegato di banca anche nelle situazioni drammatiche che configurava e che descriveva.

Quindi il problema che oggi invade il rapporto di lavoro per i giovani e per gli anziani è la conquista di una libertà di scelta, del massimo di libertà di scelta, attraverso la conoscenza, attraverso l’accumulazione continua di nuovi elementi di padronanza su una realtà che cambia.

La condizione di una maggiore libertà diventa la conoscenza, così come prima nelle vecchie professionalità appare come un dato fondamentale la capacità della persona, cioè la capacità, come dice Amartya Sen, che un insieme di conoscenze acquisite, di esperienza vissuta, di interpretazione della realtà garantiscano il dominio nella società, il dominio nel lavoro anche quando questo lavoro si svolge in condizioni estremamente precarie.

Merito e bisogni

Entrano cosi in crisi anche se tardiamo anche qui come sinistra e come sindacato, i vecchi schemi reazionari autoritari per definire il rapporto di lavoro. Io mi ricordo il successo che ha avuto a un certo momento lo slogan proposto dalla sinistra di garantire i meriti e soddisfare i bisogni; vedo anche in questi giorni come si discute tranquillamente di meritocrazia per definire il riconoscimento delle capacità professionali, umane, di una persona.

La meritocrazia presuppone sempre qualcuno che decide per noi. Il merito lo dà il professore a scuola, il capoufficio, il ministero, il capo reparto dell’azienda e lo dà sulla base di fattori che non hanno niente a che vedere con la capacità della persona, con la sua ricchezza, magari col fatto che ha fatto uno sciopero e non lo ha fatto. Tutto un sistema di impresa è retto su questo elemento fondamentale, su questo strumento intellettuale di consolidamento di un rapporto gerarchico.

E i bisogni chi li decide? Si esprimono attraverso la realizzazione dei diritti acquisiti, conquistati delle persone oppure attraverso un’autorità superiore che decide quello che è bene per me e quello che è male? Ecco sostituire a questi termini la nozione di capacità, di possibilità di autorealizzazione di sé, la nozione di diritti individuali universali. Mi pare grande il cammino che dobbiamo ancora compiere fino in fondo anche nel movimento sindacale.

Le difficoltà del sindacato

Questo spiega perché stentiamo, io credo, ad avere una capacità di rappresentanza effettiva nel mondo sempre più ricco di diversità anch’esso nel lavoro precario o del lavoro atipico. Siamo di fronte a dei dati oggettivi dovrebbe far riflettere.

Il sindacato nel mondo rappresenta meno dell’8% credo dei lavoratori subordinati. Noi che siamo tra i più forti sindacati in Europa fra i lavoratori attivi non andiamo oltre il 30% e nello stesso tempo il 50% dei nuovi assunti sono lavoratori a tempo determinato con un rapporto precario in cui è determinante il parere, il giudizio, la decisione dell’imprenditore.

Questo corrisponde a un dato oggettivo che sarebbe sciocco negare come abbiamo cercato di fare in alcuni periodi recenti: la flessibilità del lavoro è una necessità per l’impresa, per qualsiasi tipo di impresa, come la stessa flessibilità dell’impresa diventa una necessità in una situazione in cui la rapidità dei mutamenti tecnologici raggiungere un livello che non abbiamo mai conosciuto nella storia dell’umanità.

Certe tecnologie invecchiano in un anno non in 10 anni come avveniva prima, certi mestieri, certe professioni, invecchiano in 2, 3 anni non in vent’anni non succedeva prima. Mi ricordo ancora la tragedia di Ravenna quando ripescarono nella sentina di una nave petroliera due ragazzi morti nel lavorare come tubisti per ripulire con uno straccio i residui di petrolio. Questi ragazzi erano stati assunti con dei contratti di formazione lavoro che prevedeva la loro attitudine a condurre un tornio a sistema numerico e quindi a padroneggiare un nuovo tipo di tecnologia.

Flessibilità, formazione e conoscenza

Questo vuol dire che l’impresa nel 90% dei casi tende a rifiutare il dato oggettivo che la flessibilità richiede continuamente nuove conoscenze per non creare delle fratture insanabili nella società, per non creare fenomeni di esclusione che possono cominciare a trent’anni o durare tutta la vita. Infatti senza informazione, senza formazione, l’invecchiamento delle qualifiche e anche delle capacità porta ai limiti del vivere civile intere generazioni e contrariamente anche qui agli slogan che si sono usati molti anni fa - “togliere agli anziani per dare ai giovani” – colpisce i giovani, le persone mature, le persone anziane e il lavoro degli immigrati.

Basti pensare che varie forme di occupazione dei giovani sono avvenute senza alcun tipo di attività formativa. Basti pensare che l’Italia è all’ultimo posto sia nella scolarità normale, sia e tanto più della formazione sul luogo di lavoro nel territorio.

Senza formazione e acquisizioni di nuove capacità i giovani vengono assunti generalmente con un salario inferiore a quello di lavoratori già occupati. Questo non ha assolutamente mutato i livelli di occupazione. I livelli di occupazione sono cambiati per via della manodopera degli immigrati in Italia. Si è determinato un fenomeno sintomatico che è la cacciata degli anziani che costano troppo rispetto ai giovani che hanno un po’ meno salario di quello contrattuale.

I giovani e la precarietà

Siamo il Paese che ha il più gran numero di giovani in una situazione di precarietà di occupazione e che ha il più alto livello di anziani espulsi dal mercato del lavoro, perché a cinquant’anni o a quarantacinque anni ritrovare un’occupazione diventa una fatica senza risultati, penso alle donne in modo particolare. In Italia lavora il 28% degli ultra cinquantacinquenni, in Svezia il 70% e abbiamo quindi l’accumularsi di una massa di persone che viene esclusa dal mercato del lavoro e che deve aspettare 10, 15, vent’anni per una pensione da fame, perché meno contributo paga meno pensione riceverà. Questo sistema ci porta a prevedere che il livello medio di una pensione fra 10, 15 anni sarà pari al 40% della ultima retribuzione.

Immaginatevi in quale condizione un lavoratore con il 40% della propria retribuzione potrà finanziarsi magari la pensione integrativa con l’indennità di disoccupazione. Quindi la libertà attraverso la conoscenza, la formazione continua, non è certamente la soluzione ma è comunque un mezzo insostituibile per consentire alle persone di realizzarsi nel lavoro.

Con la precarietà non c’è libertà

Senza conoscenza noi abbiamo di fronte a noi un problema drammatico che si delinea: la precarietà sempre più diffusa e la precarietà è innanzitutto una perdita di libertà. Una persona che sa di poter lavorare sicuramente sei mesi e non sa che cosa farà il giorno dopo quei sei mesi è una persona che non può progettare la propria vita. Spesso non può sposarsi. Non può delineare un progetto della propria esistenza ed è quindi una condizione veramente prossima alla schiavitù. Se in più questo lavoro a termine è un lavoro a chiamata, se si tratta di rispondere al colpo di telefono del supermarket per andare a lavorare alle 10 di sera, se in più è un lavoro in cui l’ora straordinaria e i turni di notte vengono decisi unilateralmente dall’impresa, ci si può rendere conto a quale divisione profonda noi rischiamo di andare in questa società.

Il rischio di una spaccatura di classe

Qui nasce veramente il pericolo che abbiamo di fronte a noi che è quello di una divisione fra chi è capace di dominare la conoscenza e chi è escluso invece per sempre dalla padronanza della conoscenza perché ci sono dei momenti in cui il recupero diventa impossibile. Non si può chiedere a un uomo di sessant’anni di riapprendere l’analisi e la geometria analitica per potere diventare un lavoratore qualificato in un determinato servizio.

Il rischio è quello di una spaccatura di classe su scala mondiale fra chi sa e chi non sa, fra chi è libero e chi è oppresso perché non sa. È chiaro che è in gioco a questo punto un problema che va bene al di là del rapporto di lavoro, investe la democrazia in un paese, non solo la democrazia all’impresa. Ecco perché dico che il movimento sindacale, le forze della sinistra devono poter riflettere su queste trasformazioni. Un libro come quello di cui discutiamo stasera ci aiuta, ci conforta in questa ricerca, ci fa toccare con mano anche la leggerezza con la quale a un certo momento il sindacato ha affrontato questi problemi. Quante volte abbiamo ceduto a degli accordi che prevedevano per i nuovi assunti un salario inferiore nel 20, del 30% al salario dei lavoratori più anziani, quante volte? Io l’ho visto anche in certi contratti nazionali […]

Il nodo della rappresentanza sindacale

Noi sottovalutiamo l’elemento di rancore anche nei confronti del sindacato quando il sindacato compie una cosa di questo genere. Lo abbiamo visto per dire in alcune imprese della Fiat nel Mezzogiorno dove proprio quei ragazzi che erano stati assunti con sotto salario e con promesse di formazione poi non rispettate si sono ribellati! Non solo all’azienda ma anche al sindacato che non ha compreso questo loro problema.

Ecco perché abbiamo bisogno di affrontare in modo completamente diverso il problema della rappresentanza del sindacato. Non si tratta di organizzare un sindacato dei precari, di accettare come fatali delle divisioni che si stanno incrostando nella società, si tratta di assumere come dato centrale i problemi della persona e di costruire su questi problemi una nuova solidarietà. Non è l’aumento salariale uguale per tutti, che fa parte di un’altra epoca e corrisponde a un’estrema varietà di situazioni professionali e salariali, che può risolvere il problema.

Non sono le 35 ore uguali per tutti di fronte a una enorme diversità di situazioni che vanno dal laboratorio scientifico alla catena di montaggio. Tanto è vero che su queste parole d’ordine che abbiamo cercato a volte di sposare non siamo riusciti a costruire un minimo di solidarietà fra i lavoratori cosiddetti tradizionali occupati e i giovani in modo particolare senza professionalità esclusi da una capacità di contrattare il loro inserimento nel lavoro.

No la nuova solidarietà non si costruisce più sul salario uguale o sull’orario uguale perché le persone sono diverse, perché le persone sono delle entità assolutamente inconfondibili con altre, ecco perché soltanto sui diritti individuali noi possiamo immaginare di costruire una nuova solidarietà e una nuova rappresentanza del sindacato basata su questa solidarietà. Una rappresentanza non più di ceti, di classi, ma di individui che nel sindacato attraverso un’esperienza solidale diventino persone coscienti, capaci di decidere e di ritrovare nei diritti degli altri il sostegno alla singola battaglia loro.

Si tratta oggi, come per gli immigrati, di rompere le barriere, i ghetti, quelli dei centri di prima accoglienza come quelli delle case lavoro o degli ospedali dei cinesi a Prato. Tutte forme e sotto forme di oppressione dell’individuo, della persona, di negazione di una libertà di scelta individuale.

Solo cosi è possibile, io credo, liberare la persona da una solitudine che nega la sua libertà perché nega il suo rapporto con gli altri. Noi stiamo festeggiando, se non sbaglio, in questo giorno non solo un bel libro ma anche la nuova Camera del lavoro di Fermo.

Io credo che da un libro come questo di cui discutiamo, si pone il problema, non solo nella Camera del lavoro di Fermo, della capacità di innovare sul territorio il ruolo fondamentale di un sindacato generale che rifiuta ogni chiusura corporativa ma che diventa nuovo anche per i suoi orizzonti, per la sua capacità di rappresentare tutti quelli che vogliono realizzare nel lavoro il meglio di se stessi.