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Il libro

Periferie senza confini

tor bella monaca, periferie
Foto:  Danilo Balducci/Sintesi
Emiliano Sbaraglia
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Manni pubblica “Dove ricomincia la città”, il racconto di esperienze virtuose in cui la marginalità dei luoghi può divenire il centro di una nuova visione urbana. Intervista con l'autore, il giornalista Francesco Erbani

Nell’epoca soffocata dall’orribile definizione di gentrification, mentre la trasformazione dei luoghi avviene per naturale mescolanza delle genti, occorre ripensare alcuni concetti ormai ossidati nell’immaginario collettivo, per tentare di coglierne aspetti che del futuro possano costituire un orizzonte. In questa visione si inserisce Dove ricomincia la città. L’Italia delle periferie (pp.240, euro 15), un volume pubblicato da Manni Editori che ci racconta attraverso la formula del reportage varie esperienze divenute realtà in numerose zone d’Italia ritenute “periferiche”, aggettivo che insieme al suo sostantivo (periferia) dovrebbe essere riempito di significati diversi, come riescono a fare le iniziative di molte persone che questi quartieri considerati ai margini li vivono frequentandoli ogni giorno, vivendoci dentro, confrontandosi con la quotidianità concreta.

Da Tor Bella Monaca al Corviale di Roma, dal cuore di Catania alla Marghera che incontra Venezia, sino ai confini estremi di Barriera-Milano a Torino e Scampia a Napoli, le storie contenute in questo libro ricordano al lettore la possibilità di migliorare l’esistente anche dove l’esistenza, e la resistenza, sembrano raggiungere un limite difficile da superare. Le ha raccolte con la consueta cura Francesco Erbani,  giornalista e scrittore, al quale abbiamo rivolto alcune domande.     

Partiamo dall’esperienza vissuta durante la preparazione di questo libro.

Faccio il giornalista da molti anni, e da troppo tempo osservo la rappresentazione che si dà del mondo delle periferie, una rappresentazione tutta concentrata a restituire l’aspetto criminale, le questioni di ordine pubblico,  a rimarcare il disagio, la disperazione, la deriva xenofoba, i conflitti di vario genere. L’idea di questo libro naturalmente non è negare questa realtà, ma ho cercato di raccontare come tali condizioni vengano fronteggiate da altre realtà: imprese, fondazioni, associazioni, che insieme rappresentano una vitalità positiva, dando vita a forme innovative di intervento nel territorio. Ma tutto questo di solito non viene raccontato mai, o quasi, perché la gran parte del discorso sulle periferie è marchiato dal concetto di base “periferia uguale ghetto”. Il mio intento è stato andare a cercare chi opera in questo contesto in un determinato modo per dargli voce. In altre parole, volevo vedere cosa si muove dentro.

E cosa ha visto?

Quello che si muove non solo cerca di far fronte al disagio e alle diseguaglianze, ma si propone come occasione di progresso anche per il resto della città. Ce ne siamo resi conto proprio durante la pandemia: nelle periferie sono state organizzate tante iniziative che possono far bene a una comunità intera, al di là dell’emergenze sanitaria. Per fare soltanto qualche esempio, contenuto nel libro, possiamo guardare alla Torino di Acmos, una cooperativa sociale costituita da ragazzi che agiscono nel quartiere Barriera di Milano del capoluogo piemontese collaborando insieme al Gruppo Abele e Libera, dando vita a forme solidali ispirate a principi di sobrietà, che possono far ben anche agli altri quadranti della città. Più che modelli, o meglio, oltre che essere dei modelli cui ispirarsi, ho avuto l’impressione che siano delle vere e proprie occasioni da sfruttare per migliorare aspetti sociali e civili di un’intera città, un “nuovo inizio” della città.

Quanto ha inciso l’istinto del giornalista, l’occhio del cronista allenato a leggere e descrivere certe situazioni per realizzare un libro di questo tipo?

Non so dare una risposta precisa. Posso dire però che da qualche tempo ero mosso da una specie di brusìo di fondo; mi sembrava di cogliere delle cose che avevo anche cercato di scrivere prima ma che non avevano trovato una forma del tutto compiuta. Mettendo insieme tutto questo ho scoperto tanto. Penso a un capitolo del libro che si sofferma su un quartiere del centro storico di Catania, San Berillo, dove tra l’altro è nata Goliarda Sapienza. Ora è divenuta una zona abitata da immigrati di fede musulmana e da prostitute, a ben pensarci due mondi lontani mille miglia, che però qui riescono a trovare uno spazio di vita comune, tra loro condiviso. Ho così voluto far emergere ciò che li unisce in virtù di un’opera di mediazione non soltanto culturale ma strettamente umana, portata avanti dal gruppo “Trame di Quartiere” il cui obiettivo, partendo dal disagio che affronta, è quello di creare occasioni di convivenza e di condivisone, con risultati a dir poco sorprendenti. In uno dei quartieri più malfamati di Catania si sperimentano pratiche di azione e di ricerca, alla base di una trasformazione urbana che concepisca e valorizzi le diversità come risorse. Non mi sembra poco.

Un elemento essenziale, riconoscibile già dal titolo, è l’affermazione della fine di determinati confini così come li abbiamo sempre conosciuti, a partire proprio dalla dicotomia centro/periferia. A cosa porta questo tipo di cambiamento? 

Secondo me bisogna partire dal presupposto che esistono quartieri di condizione periferica a prescindere da dove si trovino, mentre noi siamo sempre portati a individuarli ai bordi delle città. Credo invece sia più opportuno pensare la periferia come sinonimo di margine, una marginalità intesa sotto vari punti di vista: reddito, occasioni professionali, opportunità di sviluppo, livello di istruzione, accesso ai servizi sanitari. Sono tanti indicatori che insieme, se tutti rilevati sotto una certa soglia, definiscono le difficoltà di un quartiere. Un dato su tutti: gli insediamenti di edilizia pubblica, una questione che a Roma e Napoli è più evidente di altre città. Ma tutto questo non deve essere tradotto come un annacquamento dei livelli di povertà: gli studiosi ci dicono che ormai tutto è periferia, il centro quasi non esiste più, e ciò può indurre in un equivoco che potrebbe sottovalutare forti, fortissime sacche di diseguaglianze che ci sono, vanno riconosciute, individuate, per intervenire con politiche pubbliche adeguate.

Quale sensazione si augura il lettore trattenga per sé dopo l’ultima pagina?

Spero di essere riuscito a far comprendere che la periferia esiste, ma non è esattamente quel luogo senza speranza al quale l’informazione in genere ci induce a pensare, o almeno non è solo quello. Non per questo va negato che a Tor Bella Monaca i tassi di scolarità siano tra i più bassi in Italia, ma nella stessa Tor Bella Monaca esistono persone, scuole, biblioteche, librerie che alleviano e combattono ogni giorno questa sofferenza. Inoltre, per noi giornalisti ragionare in questi termini induce a riflettere sui luoghi comuni, raccontando anche altro, oltre la spasmodica ricerca della notizia a sensazione. Mi rendo conto essere, questo, un messaggio fortemente autocritico, ma ritengo sia questa la strada da intraprendere.