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Il libro

Macaluso, ritratto di un comunista italiano

Foto: Marco Merlini
Emiliano Sbaraglia
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In libreria per Chiarelettere “L'ultimo compagno”, la storia politica e umana del sindacalista siciliano recentemente scomparso, raccontata dalla penna di Concetto Vecchio

Un viaggio esclusivo attraversando il Novecento italiano. Questa è la sensazione che si percepisce scorrendo le pagine de “L’ultimo compagno. Emanuele Macaluso, il romanzo di una vita” (Chiarelettere, pp. 240, euro 15), scritto da Concetto Vecchio, giornalista politico che nel corso della sua attività, come ci racconta, in più occasioni ha avuto modo di incontrare, parlare e intervistare Emanuele Macaluso, scomparso lo scorso 19 gennaio all’età di 97 anni, dopo aver vissuto il suo secolo come pochi altri, a cominciare dall’impegno sindacale oltre quello politico dentro (e fuori) il Partito comunista italiano, e la quotidiana dedizione coltivata nel tempo alla professione di giornalista.  

“Ho seguito e intervistato Emanuele Macaluso tantissime volte, tra le ultime prima di questo libro la realizzazione di un  web-doc per “Repubblica” in occasione dei suoi 90 anni - sono le parole di Concetto Vecchio -.  Ma ci siamo incontrati in molte altre circostanze, anche soltanto per passare un pomeriggio insieme, ed è così che ho accumulato parecchio materiale negli anni sui miei taccuini. Dovendo definire il mio rapporto con lui direi che è stato da cronista, quella curiosità del cronista verso una storia impareggiabile, politicamente e umanamente, che poi è l’essenza del  giornalismo”. Quel giornalismo che Macaluso ha amato profondamente (il periodo come direttore de l’Unità ne è chiaro esempio), al punto che sino agli ultimi giorni della sua esistenza, come riportato già nelle prime pagine del libro, ogni mattina l’abitudine era ancora quella di scendere per acquistare i quotidiani (sei per la precisione) nella storica edicola in Piazza Santa Maria Liberatrice, nel cuore di Testaccio.

Ma il lavoro di Concetto Vecchio non è stato, o non è soltanto, quello della ricostruzione biografica del personaggio. “Ho cercato di disegnare un ritratto, non una biografia scientifica, anche perché non è il mio mestiere. Mi interessava molto restituire il Macaluso delle terre siciliane, delle zolfare, il Macaluso antifascista che ha costruito un destino diverso per altri uomini, come insieme a lui hanno fatto personalità quali Girolamo Li Causi e Pio La Torre, siciliani come lui, e come lui dentro il sindacato della Cgil. Siciliani e italiani, questo il côté politico entro cui desideravo muovermi per raccontare la sua storia, che poi è anche la nostra".

Ed è proprio qui che emerge uno dei tratti distintivi del libro, vale a dire la descrizione della storia dell’Italia del Novecento da un punto di osservazione del tutto particolare, la personalità di Emanuele Macaluso, le cui esperienze consentono di scorrere in sequenza le vicissitudini di un Paese intero. Tra queste la grande scuola del comunismo italiano, con il quale Macaluso ha avuto un rapporto complesso, spesso subendolo suo malgrado, per il vizio di ragionare sempre con la sua testa. “Proprio così - conferma Vecchio - , e ho tentato di rendere anche questo scarto, questa complessità, perché in un’epoca dove tutto era nero o bianco Macaluso ha dimostrato che non sempre le cose devono essere viste in un modo, che già allora potevano esserci nell’alveo comunista diversità di pensiero e di azione. Credo sia tra gli elementi più forti che emergano da questo ritratto”.

Se dunque il comunismo italiano, e la sinistra in genere, hanno assunto un ruolo determinante durante il nostro Novecento, è d’obbligo domandarsi oggi dove sia finita questa eredità, se mai sia stata raccolta da qualcuno, perché “Macaluso è stato quello che la sinistra dovrebbe essere oggi, si è occupato degli ultimi, mettendo la questione sociale sempre al centro dei suoi interessi, la distinzione politica della sinistra come era una volta”.

Ciò che sembra essere progressivamente scomparso è allora un certo sentire comune, la compassione, nel significato etimologico del “patire insieme”, che gli uomini della sinistra di un tempo provavano veramente “quando erano amici dei contadini, dei minatori, degli zolfatari, degli operai. Una compassione vera, unita alla convinzione che occorresse ribaltare il tavolo per cambiare i destini delle persone, migliorandone le condizioni di vita”. Lo scenario di questo secolo, secondo Vecchio, pone di fronte ben altra realtà: “Ora gli ultimi votano per la destra o per i populisti. Questo libro a suo modo affronta anche questo aspetto qui, l’essenza di ciò che la sinistra sembra aver irrimediabilmente perduto. Anche per questo vorrei che i lettori ideali di questo lavoro fossero i ragazzi di oggi”.

Un libro sul Novecento, dunque, sull’Italia del Novecento, nel quale la componente umana di Emanuele Macaluso, le sue emozioni e i suoi ricordi intimi, diviene forse più rilevante del Macaluso politico, mentre gli anni vengono ripercorsi dal fascismo alle battaglie sindacali, le lotte alla mafia e al terrorismo, gli incontri con altri intellettuali siciliani come Leonardo Sciascia e Renato Guttuso, per far solo qualche nome.

Per rendere il giusto merito anche al lavoro d’inchiesta svolto dall’autore, va annotato che il testo è arricchito di una documentazione ampia e per alcune carte inedita, come la corrispondenza tra Macaluso e Lina, la donna per cui subì un arresto nel 1944 per adulterio, poi divenuta madre dei suoi due figli. Concetto Vecchio ha scovato nell’Archivio di Caltanissetta quattro lettere autografe che testimoniano le vicende di un amore apparentemente impossibile, e di una vita vissuta con il coraggio e la passione che solo i grandi uomini possiedono.