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La storia

Ventiquattro ore in un supermercato

Foto: Fabio Mazzarella/Ag.Sintesi
Damiela Eltit
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Cile. Nuovo millennio. Un lavoratore racconta le sue giornate tra i corridoi e gli scaffali: il feticismo delle merci, il controllo sui corpi, gli effetti inesorabili di un mondo dove tutto si vende e si compra. Un estratto dal romanzo "Manodopera"

 

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto da Manodopera, di Damiela Eltit, Alessandro Polidoro Editore, traduzione di Laura Scarabelli.

Siamo in Cile, all’inizio del nuovo millennio. In un supermercato dove ciò che conta è la tirannia del contratto, l’oscenità del turno, il licenziamento di massa, l’occhio implacabile del supervisore; dove il corpo è l’ultimo vestigio di una irreversibile degradazione. Manodopera offre una cruda, eppure profondamente realistica, lettura del sistema di produzione neoliberale, interpretando in filigrana le sue perversioni. Diamela Eltit immerge il lettore in un universo estremo capace di incarnare le molteplici sfumature della violenza, della degenerazione e dello svilimento del mondo del lavoro.

***

La gente. La folla.

I supervisori hanno decretato un turno d’emergenza.

Senza nessuna tregua. Lavoreremo – hanno detto esattamente così, genericamente, senza la minima enfasi – per 24 ore.

Ne sono già trascorse 14 o 16, non so, non posso esserne sicuro.

Procedo, mi faccio strada grazie al mio occhio. Il mio occhio è ipermetrope, tecnicamente malato. Nascondo il male, lo dissimulo. Ma quanto mi rende difficile la messa a fuoco. Una sigaretta, una sigaretta. Un sorso di pisco, solo un bicchiere di vino rosso. Assolutamente no. È severamente vietato. Voglio un cesso. Non posso neanche orinare in questa stagione strapiena di clienti. Ma la mia vescica infame mi si è riempita di non so quale liquido. E non mi fanno nemmeno pisciare perché non posso allontanarmi neanche per un istante dalla valanga umana che ci è caduta addosso. (Il Natale è ormai passato e ci si prepara ai bagordi dell’anno nuovo). La folla febbricitante (indescrivibile il calore atroce) per i prossimi festeggiamenti, chiaramente si contende la merce.

Le bottiglie (la mia sete). Il pane. Le montagne di granchi. Il sale.

Gentile, avvolto nella mia abituale cortesia, devio (non ne posso più) verso il bagno e sento il getto. Piscio come un forsennato, sono 14 o 16 ore che la tengo. Corro il rischio. Lo so. Ma rispetterò l’accordo delle 24 ore.

24 ore. 24.

24 ore senza straordinari.

(...)

Sono fuori di me. Spaesato, cerco un orientamento, un qualsiasi insignificante appiglio in questa folla che mi travolge e mi urta con i suoi carrelli. E mi spinge al centro dell’arena, come se fossi un guerriero in trappola. A combattere (capisci che cosa sto dicendo, vero, ti rendi conto che mi riferisco al mio posto di lavoro). Non a combattere ma ad affrontare passivamente la belva. Ho intenzione di sottrarmi al suo ruggito. Alla fine il suo verso minaccioso è trascurabile, ciò che conta, piuttosto, sono le fauci. Le zanne, le loro lame irregolari nel mezzo di un digiuno prolungato.

(Un gruppo di famelici abitanti si è spinto fin qui, dal confine, sono magri, solo la loro trepidazione è potente).

Potrei assicurare di essere io la vittima perfetta da gettare in pasto all’arena. È proprio così, sì, la vittima (sarebbe comodo, no?) ma (sinceramente) credo di essere stato io a offrirmi volontario perché ho un disperato bisogno di affrontare le zanne; il contatto, la lacerazione, lo spettacolo finale dello smembramento (che lusso) e la caduta definitiva della mia materia. Una volta per tutte. Per quanto tempo.

(...)

14 o 16 ore nelle quali mi affeziono a questa mia seconda casa, con i piedi quasi completamente distrutti. E le braccia. Ma dico io, carico non so quante tonnellate di zucchero, barattoli, bevande. E il cioccolato. Il pane. Carico la mia rabbia, il mio odio, la mia miseria. Mi carico di tutto. Sono giù, al centro dell’arena mentre l’animale ruggisce il suo appetito. Non è crudele in realtà. È solo mosso dall’impeto di un genere di fame aliena e insaziabile. Un appetito sovrastimolato dal riflesso strepitoso delle luci. Oggi la massa di acquirenti si precipita attratta dall’illusione di un bosco tracciato dal finto fogliame degli alberelli cadenti.

16 ore. Continuative.

16 ore cronometriche.

Come un irremovibile malato terminale resto connesso artificialmente al mio orario. Forse troppo pallido, probabilmente un po’ tremolante, ma andiamo! Attento, cortese, congelato nel mio sorriso per nascondere le ore che mi restano. Non abito più in me. Sono completamente fuori, rivoltato. Giro e rigiro per adempiere, per soddisfare. Che orgoglio professionale! L’anno nuovo arriverà inesorabile. Il pisco ora è a portata di mano e a una distanza indefinita dalla mia bocca.

Soffro di una sete cristiana e benefica.

Non è proprio così. Mi invade una sete agonica che mi parla ferocemente di sete. (Ho bisogno di un pisco, un vino bianco gelato, una birra). Il supervisore decifra il mio desiderio, ne gioisce, lo accarezza e si sollazza di fronte all’esitazione della mia mano sulla bottiglia. La belva avanza scuotendo gli scaffali e mi cerca. Sono assediato, sconfitto in partenza come un guerriero esausto che non è stato baciato dal dono del carisma. Cammino, mi muovo stupefatto verso il mio incredibile e penoso anonimato.

Cammino e mi muovo come un buon pezzo di ricambio. Chi sono io? Mi chiedo come uno stupido. E mi rispondo: “un pezzo di ricambio, buono e giusto”. Non è una gran risposta. Agisco in silenzio tra le corsie resistendo alla folla sfrenata che rovista megalomane cercando di coronare il suo prossimo banchetto con un’offerta. La belva si abbandona all’ebbrezza per dimenticare le dimensioni della sua barbarie e ripiega sulla bottiglia. Rifornisco le bottiglie alla velocità della luce. La mia sete non è né misurabile né ammissibile. La mia mano si allunga verso il pisco ma la ritiro perché brucia. Però le 16 ore sono state rispettate e io mantengo intatta la mia forza implacabile.

Nonostante il piede, la mano, l’udito non rispondano, e nemmeno il rene e il pensiero, io vado avanti. Il supervisore è a conoscenza del mio stato e del suo stato (corporeo) e mi sorveglia. Ma il suo sfinimento è incompleto. Sembra ancora in salute di fronte alla moltitudine, si distingue. Sto lottando contro una notte infinita, in piedi (una sedia, un letto o almeno un materasso) con i reni davvero a pezzi. La folla sembra accecata (per la sua dipendenza orale dai prodotti). E a me trema in maniera indecente una delle gambe. Mi trema il gomito, la mano. L’occhio.

(...)

Si avvicina il nuovo anno. Conto i minuti con le dita. Questo tempo moderno e aleatorio si muove scivolando via, dalla mia fronte al palmo della mia mano. Le guardie completamente armate prelevano gli abbondanti incassi e si dirigono verso il camion blindato compiendo una brillante operazione bellica. Le armi, la corporatura, il fare deciso, il malloppo nelle borse piene di soldi.

L’anno si allontana carico di divise. Buono l’anno e io qui, in piedi nel supermercato, a sorvegliare la rigorosa circolazione della moneta. Cassiera, io, uomo delle pulizie, impacchettatore, promotrice, assistente di reparto, guardia, addetto alla bottiglieria. Risuonano gli stridenti rintocchi finali. Ricurvo, piegato dalle richieste, mi stringo negli scaffali locali e festeggio il mio anno (nuovo), il mio trionfo. E il mio silenzio.

Le campane smettono di suonare e si innesca un impressionante fascio di fuochi d’artificio.

24 ore.

24 (ore). L’imminenza del licenziamento non ha importanza. Bisogna porre fine a questo capitolo.