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il libro

Filosofia e storia (controversa) della meritocrazia

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Emiliano Sbaraglia
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Nella collana “Fondamenti” dell'editore Ediesse-Futura l'ultimo lavoro di Salvatore Cingari, che illustra le origini e il percorso politico ed economico di un termine divenuto nel tempo strumento ideologico del neoliberismo dominante

 

Esistono parole la cui radice etimologica esprime contenuti che la storia del pensiero e del linguaggio modificano nel corso del tempo. Il libro del professor Salvatore Cingari, ordinario di storia delle dottrine politiche presso l’Università per Stranieri di Perugia, ha per titolo La meritocrazia (Ediesse-Futura, pp.249, euro 15), e comincia proprio da qui, vale a dire dal significato di meritus, vocabolo latino unito al greco kratos. Il potere al merito, dunque, nel senso di “una distribuzione del potere con criteri acquisitivi (talento e sforzo), e non ascrittivi (ereditarietà)”.

Il volume è composto di tre capitoli che ricostruiscono un percorso poco noto, collocando la nascita del termine alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, proseguendo con la fase successiva alla caduta del Muro di Berlino per arrivare ai nostri giorni, contraddistinti ormai da più di un decennio da una crisi sociale ed economica lungi dall’esser superata, men che mai dopo l’avvento della pandemia.

Le prime tracce di un utilizzo e di una riflessione intorno all’idea di meritocrazia partono dall’Inghilterra, in particolare grazie agli studi del sociologo Alan Fox, e alla felice intuizione narrativa del suo collega Michael Young, autore del fortunato “The rise of meritocracy”, romanzo distopico ambientato nel 2033, nel quale l’alter ego dell'autore ripercorre le tappe attraverso cui la politica e l’economia inglesi arrivano a definire l’egemonia di una compiuta meritocrazia, salvo poi delineare i contorni di un futuro immaginario in cui un “partito dei tecnici”, dopo aver contaminato in qualche modo anche le rappresentanze sindacali, si concentra in una gestione centralizzata del lavoro basandosi sulla religione del merito, amplificando però le diseguaglianze tra le persone.

Superfluo evidenziare quanto l’immaginazione di Young, che pubblica il suo libro nel 1958, aderisca in maniera quasi asfissiante alla realtà di questo secolo, e di questi giorni; è invece importante rimarcare l’accezione negativa con la quale viene inizialmente identificato il concetto di meritocrazia, e come l’analisi di Cingari conduca gradualmente il lettore all’osservazione della sua mutazione nel corso degli anni. Si affaccia così, agli inizi dei Novanta, il “modello Singapore”, ben descritto da Francis Fukuyama ne “La fine della storia e l’ultimo uomo”, dove l’enfasi nei confronti della meritocrazia viene certificata da una collaudata “funzionalizzazione sociale della diseguaglianza”, che Cingari accosta al sistema socio-economico della nuova Cina di oggi, sorta di ardita mescolanza tra confucianesimo e postfordismo.

Tutto ciò incontrava terreno fertile soprattutto negli Stati Uniti, paladini di quella ideologia del merito dalle poco vaghe sfumature razziste, che insiste su presunte colpe individuali mettendo ulteriormente ai margini i ceti più deboli, trattando i più poveri come scarti da lasciare dove sono perché sono loro a non avercela fatta, a non aver sfruttato presunte occasioni in realtà mai concesse, additandoli come unici responsabili della propria condizione di indigenti. Fedeli esclusivamente agli indicatori di merito, calibrati in base a differenziazioni di classe continuamente alimentate, chi può avanza mentre chi resta indietro è perduto, con possibilità pressoché nulle di rimettersi al passo.

E in Italia? Tornando per un momento a Young, nella sua critica alla meritocrazia già scriveva come questa parola sarebbe potuta facilmente diventare funzionale alla leva del consenso del potere costituito. Una previsione concretizzata in seguito dalla politica condotta da Ronald Reagan e dalla signora Thatcher, artefici di una “rivoluzione neoliberale” che anticipa il populismo autoritario e d’assalto cui siamo costretti ad assistere. Forte di questi precedenti (e della successiva sponda “new labour” offerta da Tony Blair), nel nostro Paese è stato Silvio Berlusconi a indicare la via che porta alla sindrome populista da cui sembriamo pericolosamente affetti, ora ben rappresentata dal Matteo di turno, Salvini o Renzi scegliete voi, mentre nel resto del mondo i vari Putin, Orbàn e Bolsonaro la fanno da padroni.

Sventolare ogni tanto la bandiera della meritocrazia, cambiandole colore a seconda dell’aria che tira, contribuisce a rafforzare il relativo pacchetto di consensi perché aiuta a mostrarsi modernissimi, seppur conservatori sino al midollo. Conservatori di uno status, uno stato di potere, che in luogo delle opportunità per ciascuno preferisce la selezione guidata, sfruttando l’ipertrofia della valutazione attraverso “processi di qualità” di cui le aziende private si nutrono, pratica ormai consueta anche nelle pubbliche.

Ma con “potere al merito”, almeno nella sua origine lessicale, si intendeva altro.  E se una filosofia meritocratica ha la sua ragion d'essere, volendo garantire a tutti la possibilità di progredire e realizzarsi, nel divenire storico troppo spesso si è rivelata la difesa di privilegi già acquisiti da pochi.