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L'indagine

Teatro, il tuo nome non è donna

Maria Antonia Fama
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Secondo una ricerca condotta da Amleta, le attrici occupate nelle sale principali sono solo il 32% del totale. Registe e drammaturghe rappresentano circa il 20%

Ancora troppo poche e troppo poco valorizzate. Nel ventunesimo secolo, le lavoratrici dello spettacolo continuano a pagare lo scotto di un paradigma culturale costruito intorno all'uomo. Il teatro italiano continua a mettere in scena i testi sacri del passato scritti da uomini, con protagonisti pensati per grandi mattatori. Le drammaturghe e le registe sono tante, così come le altre professioniste sia in ambito artistico che tecnico, eppure a dirigere le sale più prestigiose sono ancora prevalentemente i colleghi dell'altro sesso.

I dati, relativi al triennio 2017-2020, sono stati raccolti dall'associazione culturale Amleta, nata durante i mesi della pandemia. Si riferiscono ai teatri nazionali, ai tric (teatri di rilevante interesse culturale) e al Piccolo di Milano. Amleta si occupa di indagare le problematiche relative all'occupazione femminile, agli stereotipi di genere e alle molestie sui luoghi di lavoro. Il quadro che emerge dalla ricerca svela uno scenario sconfortante. Come nel caso dei provini, dove i requisiti principali richiesti continuano ad essere la bellissima presenza e la taglia giusta. Il pubblico, a maggioranza costituito da donne, trova ancora sul palcoscenico la rappresentazione di un femminile immaginato dagli uomini, a uso e consumo degli uomini.