Democrazia è… lavoro dignitoso”. Questo il tema cruciale – del dibattito – che ha chiuso la terza giornata delle Giornate del lavoro della Cgil in corso a Lecce. Franco Martini, segretario confederale della Cgil, ha preso la parola per primo cercando di declinare il concetto di dignità a partire dalla definizione che ne diede l’Ilo 20 anni fa. “L’organizzazione – ha detto – ha iniziato a interrogarsi sugli effetti che il malgoverno della globalizzazione avrebbe potuto produrre sulla vita delle persone. Si indicò una via. Garantire un accesso al lavoro in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana”. È così, due decenni dopo nel nostro paese? Per il sindacalista della Cgil, sicuramente no: “Le donne – ha ricordato – a parità di mansioni guadagnano il 30-35% in meno degli uomini. E la libertà? Dopo 20 anni di flessibilità, oggi il lavoro è molto più precario e tante persone vivono quotidianamente sotto il ricatto di un non rinnovo del contratto”. Quanto alla sicurezza, “è bastata una timida ripresa dell’economia per tornare a morire nelle fabbriche e nei cantieri come 50 anni fa”.

E dire, rimarca il sindacalista, “che nel 1970 l’Italia con lo Statuto dei lavoratori era all’avanguardia, aveva una grande legge proprio sulla dignità del lavoro. Negli anni successivi, invece, ci sono stati solo arretramenti”, vittime come siamo stati di assiomi neoliberisti mai dimostrati, “e cioè che quel lavoro dignitoso era un’ostacolo alla crescita. Basti pensate alla libertà degli orari nel commercio, con le aperture h 24 per aumentare i consumi. Che naturalmente non è accaduto: i consumi aumentano non se i negozi sono aperti più tempo, ma se si hanno più soldi in tasca. L’unica cosa che abbiamo ottenuto è che il lavoro è peggiorato”. Poi si è proceduto con la detassazione alle imprese “senza che la produttività e la contrattazione di secondo livello sia aumentata, per arrivare fino al decreto dignità che, incredibilmente, ha reintrodotto i voucher, su cui agli italiani non è stato stato fatto”.

Se è vero che la sinistra deve ripartire dal lavoro, ha detto Martini, ci sono due proposte concrete da cui ripartire: “La prima è la Carta dei diritti del lavoro della Cgil che punta a ricostruire un organico diritto del lavoro e su cui occorre iniziare a lavorare in Parlamento. La seconda è la legge sulla rappresentanza, voluta dalle tre confederazioni: se si vuole difendere il contratto collettivo di lavoro, che difende il lavoratore dalla sua solitudine, bisogna chiarire chi può firmare i contratti”.

D’accordo, Tommaso Nannicini, della segretaria del Pd, sul fatto che la sinistra debba ripensare delle cose, ma “non penso che l’attacco alla dignità del lavoro sia piovuto dal cielo, o che sia il risultato di da sbornia liberista, ma piuttosto da cambiamenti che non si è riusciti a governare”. Rispondendo a Martini, l’esponente del Pd ha osservato che “dopo lo Statuto dei lavoratori è cambiato il mondo e alcune cose dovevano cambiare. Il precariato, il lavoro nero e il caporalato non nascono dal pacchetto Treu. Non basta abolire i co.co.co. o le false Partite Iva per eliminare lo sfruttamento”. Insomma, ha concluso, “dobbiamo guardare in faccia questo mercato del lavoro e provare a vedere dove sta veramente il precariato. Con un’avvertenza: la dignità del lavoro non si ottiene con i decreti, ma servono investimenti e crescita”.

Duro e provocatorio, come di consueto l’intervento di Domenico De Masi, che ha scandito a memorie cifre e dati. “Nel 1891, 30 milioni di italiani lavoravano per 70 miliardi di ore l’anno. Nel 1991, 20 anni dopo lo Statuto dei lavoratori, 50 milioni di italiani ne lavoravano 50, producendo 13 volte di più. Nel 2017, siamo 61 milioni e abbiamo lavorato per 40 miliardi di ore. Il significato è molto semplice: stiamo imparando a produrre più beni e servizi con meno lavoro: per me è una grande notizia”.

L’aspetto singolare, ha rilevato il sociologo, è che proprio mentre il lavoro diminuiva, la classe operaia acquisiva sempre più potere; questo fino agli anni Settanta. Poi la crescita si interrompe: “Comincia la lotta di classe dei ricchi contro i poveri: come è possibile? È semplice, le persone che vogliono lavorare sono aumentate, mentre le macchine sempre più potenti, fino ad arrivare all’intelligenza artificiale, rendono possibile produrre sempre più beni e servizi con meno lavoro”.

“Per me si tratta di una cosa sanissima – ha scandito De Masi –, ma cosa ha fatto la politica? In Italia si sono scelte soluzioni neoliberiste. Dal 2001 a oggi queste misure, di cui ha responsabilità soprattutto la sinistra, hanno fatto crescere gli occupati di un misero 1% (da 57,4 al 58,4%): 18 anni che hanno avuto come unico risultato quello di distruggere i lavoratori”. Soluzioni che la Germania si è ben guardata da prendere: in Germania si è giustamente ridotto l’orario di lavoro. I tedeschi lavorano 1.375 ore l’anno rispetto alle nostre 1.780; ma noi produciamo il 20% in meno e siamo pagati il 20% in meno. In Germania il tasso di disoccupazione è solo al 3,4%”. Dunque, ha concluso De Masi rivolgendosi al sindacato, “di due cose è urgente occuparsi oggi: riduzione dell’orario di lavoro e produttività. Il resto sono chiacchiere”.